In principio furono la Cecenia e il Tibet: quella sinistra tra bombe e colombe

“Vietnam vince perché spara”; così recitava un slogan della sinistra negli anni ’60 e ’70. La resistenza armata dei nord-vietnamiti, esaltata e mitizzata come quella dei “palestinesi” , dei tupamaros, degli zapatisti, dei sandinisti, dei partigiani della II Guerra Mondiale. Da questo “pantheon” erano (e sono) tuttavia esclusi popoli come ad esempio i ceceni, gli afghani, i kosovari o i pacifici tibetani, trascurati quando non proprio apertamente osteggiati con accuse pesantissime e spesso false (nazionalismo, nazismo, revanscismo, fanatismo religioso, ecc).

L’incoerenza di una certa sinistra davanti alla questione, delicatissima e fondamentale, del diritto dei popoli e degli Stati all’indipendenza e all’autodeterminazione, non è, come vediamo, emersa con la guerra in Ucraina. C’è sempre stata, rumorosa e vivida, risultato di scelte tattico-strategiche discutibili e, andando ancor più in profondità, di una scarsa conoscenza di ciò che si è e si dovrebbe essere, delle proprie stesse fondamenta ideologiche. Costoro non conoscono sé stessi e non conoscono i loro teorici, non conoscono Marx e soprattutto non conoscono Lenin.

“Studiare, studiare, studiare!” (Vladimir Il’ič Ul’janov)

La sinistra che difende Putin, tra coerenza e contraddizioni

La sinistra che sostiene Mosca non è obsoleta e anti-storica per la sua opposizione alla NATO e agli USA. Al contrario, è sotto tale aspetto coerente, razionale e scientifica. Questo perché NATO e USA sono due realtà oggettive e presenti, che oggettivamente perseguno linee proiettive ed espansionistiche. Lo diventa tuttavia nel momento in cui vuol vedere nella Russia odierna la continuazione dell’URSS, defunta da 30 anni (URSS trasformatasi peraltro in “revisionista” già dopo Lenin).

Soprattutto, sostenendo Mosca in opposizione alla NATO e agli USA cade in un cortocircuito sistemico, giunge ad una frattura ontologica, ad un marchiano paradosso politico, poiché per combattere un imperialismo ne difende un altro, forse peggiore. L’offensiva contro il blocco atlantico, si faccia attenzione, non è infatti un principio ideologico, non ha “vita propria” ma discende direttamente dal marxismo, dal rifiuto dottrinale dell’imperialismo, dunque così facendo l’effetto soverchia la causa, il “figlio” uccide il “padre”. Si ha un ribaltamento valoriale, completo, che sabota la bussola. Una contraddizione che non a caso non si evidenzia nei segmenti più “ortodossi” della sinistra “radicale” italiana, ad esempio il PCL, il PMLI o AC.

I “cameragni” del 2000: il più grande risultato di Putin

Sia con il finanziamento diretto ad alcuni soggetti importanti del panorama delle destre occidentali sia con l’uso sapiente della propria immagine pubblica, che poneva e pone l’accento sul decisionismo, il muscolarismo e l’adesione ai valori tradizionali, Vladimir Putin è riuscito nel compito all’apparenza impossibile di sfondare in un settore da sempre ostile alla Russia*.

Un risultato storico, dal quale è disceso un altro altrettanto clamoroso e fondamentale, cioè saldare intorno a Mosca il movimento d’opinione anti-atlantico e anti-americano, in modo trasversale.

Il putinismo è infatti l’unico caso che vede insieme e uniti i due estremi radicali della politica, ovvero le sinistre “comuniste” e antifasciste e le destre reazionarie e cripto-fasciste, in un sodalizio paradossale dove la contrapposizione a Washington, alla NATO ed alle principali strutture euro-atlantiche soverchia ogni altro impianto e principio ideologico, costituivo e storico, ogni imbarazzo.

*e per diversi anni anche a Putin stesso

Ucraina: quella sinistra che si scopre “sovranista”

Avendo sempre condannato la difesa dell’interesse nazionale e sovrano e la “raison d’état” come inaccettabili rigurgiti fascisti e sciovinisti, la sinistra che oggi insorge (per amor di pace o per amor di Mosca?) contro il sostegno militare indiretto a Kiev non si rende conto di essere tra i massimi responsabili di quello che giudica un appiattimento a Washington ed alla NATO, al di là della disputa ucraino-russa.

La sinistra, Berlusconi e i nuovi mostri

Silvio Berlusconi non sarà eletto alla massima carica dello Stato. Probabilmente è stato solo “un’arma di ricatto” del centro-destra o di altri, per ottenere qualcosa. Di sicuro non avrebbe, e ne conosciamo i motivi, le caratteristiche per aspirare al Colle. E’ però altrettanto sicuro che l’ex Cavaliere è meno opaco di quelle lobby, di quelle corporation, di quegli eurocrati e di quei tecno-magnati divenuti le nuove icone di una certa sinistra.

Rifletta, quella sinistra, su ciò in cui si è trasformata, abbandonano il meglio e trattenendo il peggio di sé.

Rifletta e recuperi quella coscienza autocritica cara al leninismo.

Rifletta, prima che sia troppo tardi (per lei), prima che la Storia e le urne le presentino il conto.

Rifletta, perché il compiaciuto autoreferenzialismo non salva dalla sconfitta, non aggiunge ma sottrae.

“Trattasi di improcrastinabili provvedimenti d’ordine congiunturale, troppo complessi per chi non conosca a fondo le leggi di mercato. A voi galline, il privilegio di inaugurare questa storica svolta, consegnando spontaneamente le uova. Il Compagno Napoleone è orgoglioso di voi e vi nomina benemerite” (George Orwell, “La fattoria degli animali”)

Covid e fuoco “amico”: ragioni pratiche e radici storiche

La colpevolizzazione del cittadino, accusato dalla maggioranza, dai suoi canali e dai suoi sostenioridi essere il solo ed unico responsabile di ogni aumento dei contagi passato, presente e futuro, non risponde solo ad un’esigenza pratica, cioè trovare un capro espiatorio dietro il quale nascondere le mancanze delle istituzioni (nazionali come locali). Essa è probabilmente riconducibile anche ad un certo anti-italianismo di cui una parte della sinistra (la più radicale e meno moderata) ha sempre dato prova, frutto a sua volta di una lettura arbitraria dell’internazionalismo marxiano e del tabù dell’esperienza fascista, che al contrario esaltò l’elemento nazionale e identitario.

Un inquietante esempio di “fuoco amico”, insomma, che ricorda le cannonate dei Borbone sul popolo siciliano.

Qualunquismo, accuse e parolacce: come cambia la comunicazione della sinistra (solo al tempo del Covid?)

«Le misure messe in campo hanno l’obiettivo di evitare che si ripeta quanto è successo questa estate. I siti sono pieni dei centri con insopportabili assembramenti di persone: dobbiamo stare attenti, perchè quanto successo questa estate non accada più. Non fateci più vedere foto come quelle di oggi (domenica 13 dicembre, ndr): dobbiamo evitare tutti che la terza ondata abbia luogo. Sarebbe complicato iniziare la campagna delle vaccinazioni con un nuovo inasprimento della curva epidemica».

Così il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, intervenendo nella scorsa puntata di “Che tempo che fa”.

Le parole di Arcuri sembrano suggerire che le istituzioni, la maggioranza, i loro canali propagandistici, i loro collaboratori e i loro sostenitori siano persuasi di avere a che fare con una platea ingenua e facilmente raggirabile ed abbiano assimilato un “canovaccio” che ripropongono in loop. Canovaccio basato sulle tecniche della “ripetizione” (appunto) e della “semplificazione”; ripetere che la colpa di ogni nuovo ed eventuale aumento dei contagi è e sarà sempre del cittadino e solo del cittadino, così com’è avvenuto in passato, in estate (in realtà la seconda ondata non è dovuta ai comportamenti estivi, peraltro resi possibili e incoraggiati dal governo, ma è da attribuirsi alla natura stagionale del Covid).

Si torna quindi al tema della colpevolizzazione, centrale in questa narrazione comunicativa e propagandistica e assoluto protagonista della scena da marzo. Curiosamente, il governo e la sua rete di influenza adottano in tal modo una forma di propaganda “agitativa”-“interna” non contro un bersaglio avversario ma contro il loro stesso popolo, che è oltretutto la prima vittima della crisi sanitaria. Un caso forse inedito e unico, nella storia repubblicana del Paese. Restando in argomento, Luigi “Gino” Strada, in un’intervista di ieri che lo ha visto lanciarsi in previsioni azzardate sull’evoluzione della pandemia e sull’impatto dei vaccini (lo Strada non è né virologo né epidemiologo né farmacologo), ha del resto accusato gli italiani di superficialità, di egoismo e di ignorare i morti causati dal virus. Grazie, ci permettiamo di aggiungere. E a scanso di equivoci siamo ironici.

Questa serie di riflessioni ci offre lo spunto anche per un ulteriore approfondimento, in particolare sul nuovo approccio alla comunicazione della sinistra italiana. Da sempre accusata di non saper parlare e relazionarsi con l’esterno, prigioniera di termini e concetti farraginosi e distanti dalla “gente”, oggi i suoi leader e i suoi agit-prop ricorrono a pensieri semplici e semplicistici, incapsulati in frasette brevi e di facile assimilazione, non poche volte ricorrendo persino alla trivialità ed alla volgarità (si pensi agli ultimi post di Fabrizio Del Prete, carichi di parolacce e insulti nei confronti degli italiani). L’impressione è che abbiano ormai recepito lo stile di quelle stesse destre populiste e qualunquiste che hanno sempre combattuto e dalle quali hanno sempre cercato di distinguersi, partendo proprio dalla forma.

La nuova sinistra allo specchio, al tempo del Covid

La scomparsa del proletariato “classico”, così come lo intendeva il Marxismo, e delle contrapposizioni ideologiche e bipolari novecentesche, ha indotto la sinistra (non solo partitica e non solo italiana) ad una revisione dei propri indirizzi ideologici e politici. Ciò ha a sua volta determinato la “sostituzione”, nell’agenda delle priorità, del già citato “vecchio” proletariato con il ceto pubblico-statale, anche per via del suo ruolo “simbolico” di antitesi al privato.

Così facendo la sinistra si è però dimenticata anche di quel “neo-proletariato”, di quel “cyber-proletariato”, di tutti quei nuovi “ultimi” riassumibili nella formula “Quinto Stato”, lavoratori indipendenti, precari e poveri ma spesso qualificati e mobili, sottoposti ad una flessibilità continua e impietosa.

Un errore, non in ultimo strategico, che ha favorito e sta favorendo il ritorno e l’ascesa dei populismi e dei neo-populismi e che vediamo riproporsi oggi in tempo di epidemia, almeno in Italia, con la protezione e la valorizzazione del settore pubblico-impiegatizio e una sostanziale mancanza di empatia verso i più colpiti dalle chiusure e dalle restrizioni, ovvero quella forza fragile e indipendente appena descritta.

La sinistra sinistra tra utopie e contraddizioni

( Di CatReporter79)

Oggi accusati da un segmento della sinistra di essersi dimostrati troppo distanti dalla gente comune, Matteo Renzi e i suoi collaboratori furono in passato accusati da quello stesso segmento di politiche “di destra” proprio per aver cercato di intercettare gli umori dei cittadini su alcuni argomenti sensibili (ricordiamo le polemiche dell’ex premier con la UE o le politiche minnitiane sugli sbarchi).

Questo rinvia a uno di problemi nodali della sinistra (di una sua parte), ossia il conflitto tra l’esigenza e la volontà di (ri)connettersi con il “popolo” e un velleitarismo ideologico sostanzialmente elitario che porta a rigettare come reazionaria ogni opzione pragmatica su tematiche sentite dal “popolo” quali sicurezza, immigrazione, tasse, ecc (“inseguire la destra sul suo stesso terreno”).

Tra Storia, “spin” e comunicazione -Quando Marx e Lenin si perdono nell’asterisco egualitario (mentre Ezra Pound ringrazia)

( Di CatReporter79)

L’incontro (la contaminazione?) con il movimentismo ha determinato uno slittamento delle sinistre, specialmente di matrice marxista, verso obiettivi e valori percepiti come lontani e distanti dalla classe lavoratrice e dal “proletariato” reali.

L’assegnazione di un ruolo apicale a tematiche come il femminismo, il migrazionismo, il terzomondismo, l’animalismo, l’anti-specismo e l’ecologismo e la conseguente relegazione delle battaglie storiche sul lavoro e i diritti sociali a un velleitarismo ideologico anacronistico e inattuabile, hanno in buona sostanza fatto sentire solo e senza più tutela il loro elettorato tradizionale.

Operai, precari, cassintegrati, disoccupati, cittadini in emergenza abitativa, delle periferie, ecc, si spostano così, in Italia come nel resto del mondo occidentale, verso le destre radicali, sociali e identitarie, maggiormente collegate, almeno nel loro abito propagandistico, alle esigenze dei ceti “autoctoni” in difficoltà.