Laura Pausini, senza condanne sommarie

“Bella ciao” è una canzone (un canto popolare) politica perché negli anni post-bellici è andata identificando e simboleggiando l’anti-fascismo, che a sua volta è anche, se non primariamente, una visione politica opposta ed antitetica all’ideologia mussoliniana.

Se da un lato è vero che non dovrebbe essere ritenuta divisiva, a meno che non si coltivino nostalgismi anacronistici incompatibili con la democrazia moderna, è tuttavia innegabile che una certa sinistra abbia “appaltato” la Resistenza (per usare un’espressione di Simon Wiesenthal), se ne sia “appropriata”. Atteggiamento solo in parte giustificato dalla preponderanza dell’elemento socialista-comunista nel fenomeno partigiano.

Ciò ha contribuito a rendere un segmento del Paese (pure se e quando distante dal Ventennio e dai suoi estimatori) più “tiepido” rispetto al 25 Aprile ed al suo bagaglio di rituali e significati, a creare equivoci come quello in cui è caduta Laura Pausini, che di sicuro non è fascista o nazista.

Un “cul-de-sac” dalle conseguenze potenzialmente insidiose che non possiamo pensare di affrontare e contrastare con facili demagogie o reazioni d’istinto. Serve, invece, un approccio più lucido, maturo ed onesto alla lotta del 1943-1945, che fu dono, in misure e modi differenti, di tutti i democratici ed anti-fascisti italiani.

Santoro ciao, ciao, ciao

La scelta di utilizzare “Bella Ciao” quale sigla di “Servizio Pubblico” denota tutto l’opportunismo e la rozzezza culturale di Santoro. Una fellonata di marketing che mercifica, quindi offende e colpisce, la Resistenza e i partigiani. E persino chi era dall’altra parte. Si inflaziona la memoria del dolore e del coraggio,riducendola all’infimo rango di refrain caroselliano