Si, ma gli armeni?

La memoria è spogliata del suo valore etico e pedagogico per tramutarsi in un’arma di ricatto, in uno strumento di lotta politica contro l’ “avversario”.

Ecco che la tragedia degli Armeni viene scaraventata sul piatto di un improbabile bilancia dei torti e delle ragioni, alla ricerca di una folle par condicio che assolva il Nazismo ed il Fascismo da colpe differenti e distanti.

Obama e l’affaire Lo Porto. Onestà intellettuale (per un volta) dalla Casa Bianca

Riconoscendo le responsabilità degli USA e le sue, personali, nella morte di Weinstein e Lo Porto, Barack Obama ha dato un segnale apprezzabile, evitando di trincerarsi dietro quella “raison d’État” tanto usata ed abusata da Washington negli ultimi anni.

Un passo che somiglia a quello compiuto da Jimmy Carter nel 1980, dopo il disastro della “Eagle Claw”; l’ex ingegnere di Plains ammise infatti davanti al mondo, senza alibi ed equivoci, il fallimento della sua amministrazione, pur consapevole che la scelta gli sarebbe costata la Casa Bianca.

P.s: Fu sfortunato, ad ogni modo, Carter. Una serie di incredibili coincidenze (?) negative portarono infatti la “Eagle Claw” al fallimento.

Perché il PD non si spacca, perché Landini non fonda un partito. Come e perché è cambiato il “signor Rossi”.

scissione pdLa mancata concretizzazione di un progetto scissorio nella minoranza PD, nonostante le tensioni e le incompatibilità con il segretario, rappresenta una cartina di tornasole per la lettura dei mutamenti, profondi e forse irreversibili, che stanno interessando il Paese, la sua sociologia politica e la fisionomia del suo elettorato.

A frenare la “dissidenza” anti-renziana, all’interno del partito come al suo esterno (Landini), è la consapevolezza dell’irrilevanza, in caso di uscita e-o fondazione di nuovi soggetti e sigle; l’elettore italiano, dopo anni di parcellizzazione delle proposte e di cronica instabilità governativa, si sta infatti sempre più avvicinando al modello bipolare, considerato più solido ed affidabile, rigettando di conseguenza suggerimenti ad esso alternativi o non complementari.

A fare il resto, le soglie sbarramento, penalizzanti in special modo le velleità di elementi quali il leader della FIOM.

Perché Gheddafi non fermava gli sbarchi e perchè non si possono mettere gli africani sotto il tappeto

gheddafi cat reporterLa tragedia dei 900 migranti annegati nel Mar Mediterraneo durante un viaggio della speranza, ha fatto tornare alla ribalta, presso il segmento socialista-massimalista e berlsuconiano della pubblica opinione italiana, la critica all’intervento occidentale che nel 2011 contribuì al rovesciamento del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, nell’ambito delle cosiddette “primavere arabe”.

L’accusa è, in buona sostanza, quella di aver eliminato l’unico argine all’emigrazione selvaggia dal continente africano. Tale impianto teorico riposa su un ventaglio di fraintendimenti, omissioni ed errori, dal punto di vista etico come strategico, politico e statistico, purtroppo condivisi anche dai settori più evoluti del giornalismo come della scienza geopoltica, nazionali come internazionali.

Vediamone alcuni:

-Le partenze dei barconi non hanno luogo soltanto dalla Libia ma da tutta l’Africa del Nord: Egitto (alla volta di Cipro), Tunisia (alla volta dell’Italia), Algeria, Marocco e Shahara Occidentale (tutti e tre alla volta della Spagna). Se ne deduce, pertanto, come la presenza gheddafiana costituisse un argine limitato e limitante.

-Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno italiano, gli sbarchi nel nostro Paese furono 49.999 nel 1999, 26.817 nel 2000, 20.143 nel 2001, 23.719 nel 2002, 14.331 nel 2003, 13.635 nel 2004, 22.939 nel 2005, 22.016 nel 2006, 20.165 nel 2007, 36.951 nel 2009. Sarà utile evidenziare come, dopo gli accordi tra Roma e Tripoli (Gheddafi) in materia di emigrazione nel 2003, gli sbarchi avessero conosciuto dei picchi importanti rispetto alle medie precedenti. L’emigrazione era inoltre utilizzata dal dittatore come arma di ricatto nei confronti dell’Italia e dell’Europa, così da ottenere aiuti in termini economici. Se Pyongyang sceglie lo spauracchio nucleare per estorcere denaro a Seul e Washington, il colonnello ricorreva dunque agli esseri umani, ai loro drammi personali ed a quelli dei loro Paesi di origine.

Pensare che un regime dittatoriale possa fungere da soluzione ad un problema di simili proporzioni ed intensità, è dunque una “wishful thinking ” e, quel che è meno accettabile per un consorzio democratico, una misura pilatesca con la quale si pretende di mettere sotto il tappeto la tragedia di milioni di africani, lasciandoli nei loro stati di origine, sotto la minaccia continua della morte e della fame, in una situazione che vede anche la responsabilità storica (colonialismo) e presente (neocolonialismo) del mondo Occidentale.

Tradizionalmente ed inevitabilmente complesse e delicate, le fasi di passaggio dal totalitarismo alla democrazia presentano un bagaglio di criticità ancor più impegnativo quando il Paese in questione è di fatto sprovvisto di un bagaglio storico legato alla prassi liberale, come nel caso degli stati che hanno vissuto l’esperienza delle Primavere Arabe.

E’ dunque così anche per la Libia, che nonostante la conquista democratica subisce oggi la pressione di alcune frange estremistiche, di segno religioso come politico.

Il dato, tuttavia, non dovrà consentire alla semplificazione di rimuovere gli indubbi e straordinari risultati ottenuti a partire dal 2010-2011, non soltanto dalle popolazioni locali, oggi non più compresse nelle loro libertà da regimi dispotici ed illegittimi, ma anche dall’Occidente; la partnership con una democrazia ossequiosa del diritto internazionale è, infatti, sempre preferibile a quella con una dittatura, spesso irrazionale ed anticonvenzionale nelle sue mosse. Questo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche economico.

Il caso africano. Perché non è solo colpa dell’Occidente e perché non è colpa delle cooperative.

barconi cat reporter79Nell’analisi dei problemi alla base del fenomeno migratorio dall’Africa, le vicende storiche e politico-economiche del colonialismo e dal neocolonialismo, di matrice occidentale come euroasiatica (URSS/Russia e Cina) non saranno sufficienti ad offrire una lettura completa ed esaustiva. Se, infatti, l’interesse di attori esterni nell’area ha sempre e indubbiamente disegnato un elemento perturbante e destabilizzante, è altrettanto vero che il Continente Nero presenta una storia di conflitti e vulnerabilità anteriore all’intrusione delle potenze straniere o da essa indipendente.

L’individuazione di un archè nella scorreria coloniale-neocoloniale sarà quindi una spiegazione valida ma incompleta, non di rado frutto di un senso di colpa collettivo che rende difficile anche un intervento europeo-nordamericano pieno e risolutivo nella zona.

Allo stesso modo, la pretesa di attribuire alle cooperative del soccorso e dell’accoglienza la responsabilità degli esodi non potrà che risultare, dinanzi ad una tale mole di intrecci storici e geopolitici, una boutade, improbabile e puerile.

Nda: Tra i maggiori fattori di instabilità in Africa, andrà menzionato l’estremismo islamico, elemento di esportazione araba e non europea.

L’illusione della potenza britannica nelle parole di un diplomatico sovietico

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« A Mosca, la Gran Bretagna è ancora considerata una grande potenza, nonostante il palese declino delle sue fortune nell’ultimo secolo. I russi condividono con gli inglesi una sorta di nostalgia del XIX secolo e sono perfettamente consapevoli che in quell’epoca i russi e gli inglesi contribuirono a dar forma a molte delle strutture del mondo moderno. I risultati non furono sempre per forza eccellenti ma la rivalità tra i due imperi, anche se accanita, creò una sorta di legame che ha reso i russi molto rispettosi degli inglesi, con il risultato che gli uomini politici sovietici e ora russi continuano a riconoscere alla Gran Bretagna un ruolo che va ben al di là della sua potenza effettiva e del suo ruolo nel mondo. Ma se l’importanza di Londra come destinazione diplomatica* risiede ampiamente su un potere britannico che non esiste più, devo dire che gli inglesi sono bravi a sfruttare quest’illusione a buon fine. »

Queste, le parole di Boris Dmitrievič Pankin, ex ministro degli esteri sovietico (1991) e ambasciatore a Praga, Stoccolma e Londra. Le considerazioni di Pankin, diplomatico di lungo corso, giornalista ( fu caporedattore della “Komsomolskaya Pravda”) e grande esperto di politica internazionale, sono senza dubbio utili per la lettura e la comprensione degli enormi mutamenti prodotti nel coso del ‘900 da fenomeni come le due guerre mondiali e la decolonizzazione, che stravolsero, forse in modo definitivo ed irreversibile, gli equilibri nello scacchiere mondiale e la fisionomia geopolitica.

Ma c’è di più: Pankin analizza e constata come la Gran Bretagna sia riuscita a sopravvivere indenne, almeno da un punto di vista politico e “mediatico”, a queste enormi magnitudo novecentesche. “Middle power” per le sue caratteristiche economiche, demografiche e territoriali (al pari dell’Italia) , Londra continua infatti a preservare uno status, quello di “great power,” che van ben al di là delle sue doti effettive.

Perché? Il motivo va forse rintracciato nel suo legame storico e culturale con gli il gigante d’oltreoceano e con la capacità di trovarsi (come la Francia) dalla parte vincente in entrambi i conflitti mondiali, insieme all’alleato vincente (gli USA). La cristallizzazione dell’ONU ad assetti ormai scomparsi, inoltre, rappresenta un indubbio vantaggio per i britannici.

*Pankin scrisse questa valutazioni nel settembre 1991, dopo la sue nomina ad ambasciatore a Londra.

Renzi, la maggioranza silenziosa e il TINA Factor. Il perché del feeling tra l’ “enfant prodige” e l’italiano medio

renzi_italia_europa-640x400Durante i suoi anni a Downing Street , Margareth Tatcher elaborò un concetto, destinato ad imporsi nel gergo della politica internazionale, per spiegare come non vi fossero alternative (ovviamente dal suo punto di vista) alla ricetta liberista di risanamento economico dopo i difficili momenti del “mal britannico”. Si trattava del “Fattore TINA” (Tina è l’acronio di “there is no alternative”) oggi trasferito anche in altri ambiti e contesti del dibattito politico, diversi da quello strettamente economico*.

Il Fattore TINA potrebbe contribuire a spiegare la nascita e il radicamento del consenso di cui Mattero Renzi gode tra le masse italiane, confermato dal boom alle scorse europee (risultato che è secondo soltanto all’acuto fanfaniano del 1958) come dalle indagini demoscopiche più autorevoli. Ma quali sono le motivazioni che inducono l’ ”everyman” italiano a pensare non vi siano alternative all’ex sindaco di Firenze?

Eccone alcune:

-L’effettiva debolezza degli avversari. Berlusconi è oggi un personaggio usurato e minato nel suo prestigio internazionale, Salvini non riesce né mai riuscirà ad intercettare i segmenti moderati ed è imprigionato in un localismo da cui la sua offensiva a Sud non è riuscita a liberarlo, Grillo, anch’egli incapace di convincere i moderati, appare in declino, mentre la sinistra “dem” e le sue ricette sono reduci da bocciature plurime che la rendono non competitiva.

-il suo decisionismo (reale come propagandistico)

-la sua giovane età, che suggerisce freschezza, dinamismo e novità, in aperto contrasto con l’immagine, “dinosaurica”, della classe politica nazionale

-il suo moderatismo, fattore tranquillizzante e stabilizzante

-l’assenza di elementi di ricatto nel suo passato (trascorsi estremisti, ecc)

-la sua capacità comunicativa, incentrata su un efficace populismo

-alcuni risultati, indubbi e significativi, ottenuti dopo anni di stagnazione

-il progressivo ridimensionamento della crisi e dei suoi effetti più negativi e perturbanti

E’ dunque in virtù di questo ventaglio di fattori, spesso agenti e reagenti in funzione concomitante e sinergica, che la “silent majority” guarda con fiducia (o almeno con minore sospetto) a Renzi rispetto agli altri protagonisti della politica italiana. Un dato sul quale gli avversari, troppo spesso più attivi nell’opporre che non nel proporre, dovranno riflettere e meditare, se non vorranno condannarsi alla marginalità od alla sudditanza.

* Il fattore TINA è stato utilizzato anche da Beppe Severgnini per spiegare l’appeal berlusconiano, negli anni d’oro dell’ex Cavaliere.

Lo scoglio armeno e l’integrazione turca nella UE

detay-turchia-mogherini-avverte-erdogan-per-entrare-in-ue-risolva-la-questione-armenaIl genocidio degli Armeni avrebbe potuto assumere contorni ancor più drammatici se la Repubblica Democratica di Armenia nata nel 1920 a seguito del Trattato di Sèvres non avesse deciso, intimorita dalla ripresa dell’espansionismo turco, di entrare nell’orbita sovietica ( Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Transcaucasica, nata nel 1922, poi divenuta repubblica autonoma dell’URSS nel 1936)*.

Il negazionismo arrogante di Ankara, inaccettabile sotto il profilo morale prima ancora che politico, rischia oggi di gettare una pietra tombale (se tale linea di indirizzo non andrà incontro a modifiche) sul processo di integrazione della Turchia in seno alla UE.

*Da qui, il motivo dello smaccato atlantismo della Turchia durante la Guerra Fredda (divenuta rampa naturale dei missili USA-NATO puntati contro l’URSS) e i problemi sulla questione, potenzialmente pericolosissima, del Nagorno Karabakh.

Quando antieuropeismo ed europeismo sono le facce della stessa medaglia. Il nodo tedesco.

Euro-Europa-300x288Irrazionale, ottuso ed obsoleto come l’antieuropeismo estremista, il filoeuropeismo “senza se e senza ma” e manicheo, ossia l’atteggiamento di rifiuto di qualsiasi critica all’attuale assetto continentale, alle sue dinamiche di funzionamento, alla sua architettura normativa ed alle sue “governace”, centrale come periferiche.

In particolar modo, la difesa della linea merkeliano-tedesca risulterà azzardata e controproducente come lo fu, nella prima decade del 2000, quella della politica bushana; entrambe visioni unilateraliste, entrambe velleità di potenza, entrambe esumazioni di un “old thinking” ottocentesco basato sulla “raison d’etat” e l’egoismo nazionale, entrambe fallimentari.

Il peggior nemico del progetto dei padri comunitari è e sarà dunque questa miopia acritica, risposta inadeguata ed emotiva a quell’insofferenza verso Bruxelles e Strasburgo dilatata dalla non facile congiuntura economica post 2008.

Quando il PSI faceva il tifo per i carri armati del Patto di Varsavia. I “carristi”

psi--400x300Tra i “capi d’accusa” rivolti al PCI ed alla sua condotta politica nel corso della settantennale storia di Botteghe Oscure (1921-1991), l’appoggio ad alcune violazioni del diritto internazionale da parte del blocco sovietico, come la repressione dei moti ungheresi del 1956.

La critica, che omette di segnalare il notevole dibattito interno e la grande emorragia di consensi che interessarono il partito per questa scelta d’indirizzo, proviene, anche e non di rado, da ambienti del socialismo italiano, “depuratisi”, agli occhi dell’opinione pubblica nazionale, dei loro trascorsi massimalisti in ragione del craxismo e del sostegno ai governi atlantici nelle ultime tre decadi della I Repubblica.

Sarà a questo proposito utile ricordare come anche dal PSI giunsero, nel 1956, voci favorevoli all’invasione della capitale ungherese , da una forte corrente filo-sovietica che sarebbe stata ribattezzata dei “carristi” (in opposizione a quella degli “autonomisti”) e che avrebbe dato non pochi problemi a Nenni anche in seguito, come ad esempio ai tempi della crisi dei missili di Cuba (1962), considerata da Washington un test decisivo per sondare l’affidabilità atlantica del partito quando ormai la fase del “centrismo” aveva esaurito la sua spinta e si rendeva vitale la ricerca di partner per la DC*.

* La CMC segnò l’esordio sui palcoscenici più importanti della politica per Bettino Craxi, all’epoca 28enne. Il futuro leader del Garofano venne infatti consultato da un funzionario del Dipartimento di stato americano, George Lister, proprio per sondare gli umori dei socialisti in merito alla crisi con Mosca.