Il caso Đoković e i danni (ancora) della polarizzazione

Definire “no-vax” Novak Đoković sarebbe semplicistico e fuorviante. Il campione serbo non si è infatti espresso contro i vaccini, in quanto tali, ma ha solo evidenziato delle riserve sulla vaccinazione obbligatoria anti-Covid. Né si può escludere che l’esenzione rilasciatagli fosse/sia scientificamente fondata o che tema reazioni avverse (ce ne sono state) capaci di pregiudicargli una carriera lanciata verso il record di Slam vinti.

Allo stesso modo sarebbe frettolosa e ingenua una certa esaltazione dell’Australia, che non lo ha respinto ma sta solo esaminando con accuratezza la sua documentazione, come avrebbe fatto qualsiasi altro Paese occidentale soprattutto dopo tanto clamore e dopo tante pressioni (esterne ed interne).

Non sono, insomma, solo i “complottisti” ed i “no-vax” a vedere le cose secondo il loro personale orientamento.

Green Pass e obbligo vaccinale: la lezione di Corbyn alla sinistra italiana

Al di là di qualsiasi altra valutazione, soggettiva e personale, su Jeremy Corbyn, sul GP e sull’obbligo vaccinale, l’ex leader laburista dà prova di un’autonomia di pensiero e di azione che in molte altre sinistre occidentali (compresa quella italiana, che lo ha celebrato come un’icona ) sembra mancare del tutto, ripiegate su un’ortodossia securitaria spesso più vicina alla superstizione (e/o a motivi di interesse) che alla scienza.

Si noti come alcuni medium mainstream lo abbiano già accusato (lui e chi ne condivide la linea) di connivenza con l’ultradestra e i no-vax, secondo un copione tipico della propaganda (propaganda “agitativa”, “proiezione” o “analogia”, delegittimare il bersaglio associandolo a cliché respingenti).

Cosa ci fa capire il pessimo tweet di Cartabellotta su Povia

Già segnalatosi in passato per qualche previsione troppo “temeraria”, Nino Cartabellotta non si rende solo protagonista di una grande caduta di stile e non dimostra solo una grave mancanza di etica deontologica (un medico che cyberbullizza un malato), ma fa, senza rendersene conto, il gioco degli stessi “no-vax. Il presidente della fondazione GIMBE suggerisce infatti implicitamente l’idea che il vaccino avrebbe evitato a Povia di contrarre il Covid, quando invece evita soprattutto le forme più severe della malattia (e il cantante sta bene, per fortuna). Puerili, infine, i tentativi di difendersi, tra vittimismo, accuse di novaxismo e squadrismo, per arrivare a sfiorare il grottesco con “il mio tweet riprendeva solo il teso originale di una canzone di Povia”.

I medici e gli scienziati pubblicamente più esposti (qualcuno li definisce, forse non a torto, “virostar”) e i loro sostenitori sembrano voler proseguire con irrazionale testardaggine in questo approccio comunicativo disastroso, dilettantesco e irresponsabile, il cui unico risultato è/sarà allontanare ancora di più gli scettici e danneggiare l’immagine, già precaria, della scienza e delle istituzioni.

Il Covid e la “guerra tra bande”: il ruolo dei media (e non solo)

Al terzo livello della sua famosa piramide dei bisogni, lo psicologo statunitense Abraham Maslow inseriva quello di appartenenza. Appartenere a qualosa, per non sentirsi soli, isolati, esclusi, vulnerabili. Un bisogno primario, dunque, fondamentale, potentissimo, da soddisfare ad ogni costo, anche mentendo a noi stessi (si pensi all’esperimento di Asch* e alla teoria della “pressione normativa”**).

E’ partendo da qui, anche da qui, che troveremo la chiave per comprendere, e forse provare a combattere, la polarizzazione, odiosa e dannosissima, che sta caratterizzando l’epoca del Covid. Un fenomeno amplificato e rafforzato dai media, vecchi e nuovi, in quanto capaci di sviluppare nelle persone un’attitudine alla deresponsabilizzazione, all’omologazione, alla semplificazione.

I cittadini si dividono così in fazioni contrapposte, no-vax, sì-vax no-Pass, sì-Pass, “aperturisti”, “chiusuristi”, filo-governativi, anti-governatvi, ecc (sono tuttavia quelle legate alla linea “ufficialista” a contare sull’appoggio e la collbaorazione degli organi di informazione principali), in una sorta di “guerra tra bande” che non lascia spazio al dialogo ma lo lascia, troppo spesso, a certe pulsioni belluine e beliciste che già Le Bon aveva capito fossero incoraggiate e stimolate dal senso di sicurezza garantito dal far parte di un “branco”, di una “folla”.

*Sappiamo che il nostro giudizio è corretto o giusto ma lo modifichiamo per adeguarci al pensiero e al comportamento del gruppo così da non esserne esclusi. Si distingue dall’ “influenza informativa”, che è un vero e proprio “lavaggio del cervello”, una distorsione del nostro giudizio che ci porta ad essere convinti che l’opinione del gruppo sia davvero quella corretta.

**”L’Esperimento di Asch è stato ideato dallo psicologo sociale polacco Solomon Asch nel 1956. Secondo la ricerca dello studioso l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente per modificare le proprie azioni e anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. Nell’esperimento un soggetto è portato in una stanza insieme ad altre persone, attori che in precedenza avevano ricevuto istruzioni su come comportarsi. Asch mostra un’immagine con tre linee numerate e chiede ad ogni persona nella stanza di identificare la linea più lunga. Gli attori hanno risposto per primi, scegliendo di proposito la linea sbagliata, facendo un errore palese e ovvio. I risultati hanno mostrato che, in media, il 32% dei soggetti ha dato risposte chiaramente scorrette, dimostrando ancora una volta che le persone tendono a conformarsi al gruppo nonostante prove evidenti davanti ai loro occhi.” (fonte: Corriere della Sera)

(ri)dagli all’untore: la guerra civile fredda

A Fornacette, nel pisano, alcuni cittadini scambiano per “no-vax” scalmanati un gruppo di ragazzini che stanno facendo una festa e chiamano i Carabinieri (come se essere no-vax fosse un crimine). Una riproposizione della “caccia all’untore” vista nella primavera del 2020, un altro frutto maligno di quella propaganda “agitativa” “interna” che ha sfaldato la coesione sociale seminando il panico, incoraggiando la delazione, insinuando il sospetto, diffondendo l’odio. Gli stessi motivi alla base del comportamento deontologicamente orribile di una farmacista bergamasca, che rifiuta di fare i tamponi ai “no-vax” perché il padre sarebbe morto di Covid.

L’infodemia che rende “stupidi”: un dramma anche ai tempi del Covid

Nel 1987, lo psicologo James Robert Flynn, docente di Scienze Politiche all’Università di Otago, in Nuova Zelanda, mise a confronto i risultati dei test sull’intelligenza effettuati su un campione di bambini nel 1947 e nel 1972 , osservando che nell’arco di 25 anni il QI era aumentato di ben 8 punti. Il professore arrivò alla conclusione che, almeno nelle nazioni sviluppate, il QI tendeva ad aumentare di generazione in generazione in una misura dai 5 ai 25 punti.

17 anni più tardi, nel 2004, l’Università di Oslo scoprì però che dal 1970 al 1993 questo trend era via via rallentato, per poi invertirsi: il QI diminuiva mediamente dello 0,25-

0,50%.

Dall’ “Effetto Flynn” si era così passati all’ “Effetto Flynn rovesciato”

Il fenomeno appena descritto è dovuto anche all’ “infodemia”, cioè al sovraccarico di informazioni e nozioni che rende difficoltosa la rielaborazione, la riflessione consapevole. Un’ abbuffata indotta tossica e intossicante, di cui stiamo avendo un esempio tristemente paradigmatico negli ultimi mesi. Dai media, ai social network, ai politici, alle “virostar”, sono sempre più i canali che vomitano notizie, spesso inesatte e in contrasto tra loro, contribuendo non solo alla confusione ma anche a un indebolimento delle capacità analitiche e di filtraggio.

Ondate e onde: come nasce un estremista

“Per anni ho mantenuto un particolare segreto. Ho condiviso questo silenzio con duecento studenti. Ieri ho incontrato uno di questi studenti. Per un momento, è riaffiorato tutto.”

Così Ron Jones comincia il racconto del suo esperimento, un esperimento che gli costerà la carriera e nel contempo lo renderà famoso in tutto il mondo.

Siamo nell’aprile del 1967 e il professor Jones tiene il corso di Storia Contemporanea alla Cubberley High School di Palo Alto, in California. Durante la spiegazione sull’instaurarsi del nazismo in Germania, uno degli studenti chiede come sia possibile che il popolo tedesco abbia sempre sostenuto di non sapere nulla sulle atrocità compiute dai nazisti. Come hanno potuto cittadini, ferrovieri, insegnanti, medici sostenere di non sapere nulla sui campi di concentramento e sui massacri. Come hanno potuto persone i cui vicini di casa o addirittura i cui amici erano cittadini ebrei affermare che semplicemente non erano presenti quanto tutto ciò è accaduto. È una buona domanda, a cui il professor Jones non sa rispondere. Per questo motivo decide di utilizzare una settimana di lezioni per esplorare la questione e trovare una risposta adeguata.

La forza attraverso la disciplina:

Il lunedì seguente, Ron Jones decide di introdurre nella classe uno dei concetti chiave del nazismo: la disciplina. Spiega la bellezza della disciplina, l’esercizio, la perseveranza, il controllo. Il trionfo. Successivamente, ordina alla classe di esercitarsi su una specifica postura da adottare seduti al banco, per mantenere la concentrazione e rafforzare la volontà. Piedi paralleli e piatti sul pavimento, caviglie ferme, ginocchia piegate a novanta gradi, schiena dritta, mento verso il basso, testa in avanti. Gli alunni si impegnano a fondo, seguono le direttive, fino a diventare perfettamente istruiti su come alzarsi e sedersi in cinque secondi senza fare alcun rumore.

Ron Jones si chiede il perché di tale rispetto per una norma imposta: fino a quanto può spingersi? Il desiderio di disciplina e uniformità è un bisogno innato?

Nell’ultima mezz’ora di lezione il professore aggiunge nuove regole di comportamento: gli studenti possono parlare solo mettendosi a lato del banco, introducendo ogni affermazione con “Mr. Jones”. Le risposte devono essere date in massimo tre parole. Chi sbaglia deve ripetere l’azione finché non viene svolta secondo le norme. L’insegnante nota come la classe sia più attenta, esponga chiaramente i contenuti richiesti, l’ambiente autoritario è maggiormente produttivo. Dove sta portando questo esperimento? Carl Rogers, esponente di una metodologia non direttiva in psicoterapia e figura molto apprezzata da Mr. Jones, si è forse sempre sbagliato?

La forza attraverso la comunità:

Martedì il professor Jones entra in classe e trova gli alunni nella posizione insegnata il giorno precedente: alcuni sorridono, consapevoli di aver compiaciuto l’insegnante, altri sono tesi e rigidi. Inizia la lezione, viene spiegato il valore della comunità. Mr. Jones tra sé si domanda se continuare l’esperimento o interromperlo. Nel frattempo, parla del sentirsi parte di un insieme, di un movimento, del soffrire insieme e del lavorare per uno scopo comune. La classe ripete il motto: “la forza attraverso la disciplina, la forza attraverso la comunità”.

Perché gli studenti accettano questo modello di autorità? Quando e come potrà finire? Sono parte di questo esperimento. Mi piace vedere gli studenti così uniti. Mi piace vederli soddisfatti e eccitati di poter fare di più. Sto seguendo il gruppo più che dirigerlo.

Il professore crea un saluto esclusivo per gli studenti. Il braccio destro davanti, la mano leggermente curva, a mimare un’onda. Il movimento ha un nome: la Terza Onda, la più grande della catena di onde che si muove fino a riva. Alcuni ragazzi dalle altre classi chiedono di potersi unire al movimento.

La forza attraverso l’azione:

Mercoledì, terzo giorno. 13 studenti di altri corsi cominciano a seguire le lezioni di Storia Contemporanea per potersi unire all’esperimento. Ron Jones spiega l’importanza dell’azione, la bellezza del prendersi la responsabilità dei propri gesti e del fare qualsiasi cosa necessaria per proteggere la propria comunità. Alla fine della lezione, agli studenti viene dato il compito di ideare il simbolo della Terza Onda, ma non solo. Il professore chiede di imparare i recapiti di tutti i membri del movimento a memoria, di convincere 20 bambini delle scuole elementari a sedersi come loro, di indicare nuovi possibili membri per il movimento. Infine, vengono stabilite procedure di iniziazione per i nuovi membri.

A fine giornata duecento studenti si uniscono alla Terza Onda.

“Mi sento molto solo e piuttosto spaventato”

Tre studentesse raccontano ai genitori cosa sta accadendo durante le lezioni di Ron Jones. Il padre di uno di queste, che è un rabbino, telefona al professore, il quale spiega tranquillamente che si tratta di un esperimento sulla personalità della popolazione tedesca. Il rabbino si rincuora e dice all’insegnante di non preoccuparsi e di continuare l’esercitazione.

Alla fine del terzo giorno la situazione si fa preoccupante. Mr. Jones è esausto, non distingue i limiti tra finzione e realtà. Uno degli studenti ritenuti più anonimi si propone per fargli da guardia del corpo: ha finalmente un ruolo, è parte di qualcosa, il professore non può dirgli di no.

La forza attraverso l’orgoglio:

Al quarto giorno, Ron Jones decide di porre fine all’esperimento. Dire semplicemente che si tratta di un gioco sarebbe troppo destabilizzante, così viene adottata un’altra strategia: una mossa inaspettata. L’insegnante comincia la lezione parlando dell’orgoglio, ma dopo poco decide di rivelare la reale natura della Terza Onda.

La Terza Onda non è solo un esperimento o un’esercitazione di classe. È molto più importante di questo. La Terza Onda è un programma nazionale per ricercare studenti in grado di lottare per un cambiamento politico in questa nazione.

Il professore rivela agli studenti che il programma sarà reso pubblico il giorno seguente, con un messaggio in diretta televisiva rivolto agli oltre 1000 gruppi di giovani coinvolti in tutto lo stato.

La forza attraverso la comprensione:

Il venerdì l’auditorium della scuola è pieno di studenti e di conoscenti di Ron Jones che si fingono inviati della stampa. Poco prima del collegamento con il fantomatico responsabile del movimento Terza Onda, il professore ripete per l’ultima volta il saluto e il motto insegnato, prontamente seguito dagli studenti. Alle 12:05, si accende un grande schermo. Per due minuti tutti fissano una parete bianca. D’un tratto, qualcuno protesta e inizia a chiedere dove sia il suo leader.

Non c’è alcun leader! Non c’è alcun movimento nazionale giovanile chiamato la Terza Onda. Siete stati usati. Manipolati. Non siete né meglio né peggio dei tedeschi nazisti che abbiamo studiato.

Successivamente, viene mostrato agli studenti un documentario sul Terzo Reich e sulle azioni commesse durante il nazismo. Infine, il professor Jones tenta di spiegare la natura e lo scopo dell’esperimento.

Abbiamo visto che il fascismo non è qualcosa che qualcuno fa e qualcuno no. No. È proprio qui. In quest’aula. Nelle nostre personali abitudini e nel modo di vivere. Grattate la superficie e appare. Qualcosa in ciascuno di noi. Ce lo portiamo dentro come una malattia. La consapevolezza che l’essere umano è per natura malvagio e quindi incapace di agire per il bene degli altri. Una consapevolezza che richiede un leader forte e disciplina per preservare l’ordine sociale. E c’è dell’altro. La necessità di una giustificazione.

Nel periodo successivo, nessuno parlò più del movimento della Terza Onda, descritto dallo stesso Ron Jones soltanto alcuni anni dopo, in un saggio del 1972. Ad oggi, non possiamo evitare di fare parallelismi con alcune realtà tragicamente protagoniste della cronaca attuale. Quello che invece è impossibile condividere è la generalizzazione proposta da Jones in conclusione alla narrazione degli eventi dell’aprile 1967.

Durante l’esperimento, il professor Jones aveva 25 anni e i suoi studenti circa 15. Gli stessi studenti gestiscono ad oggi un sito internet interamente dedicato alla Terza Onda, dove affermano di non aver parlato di questi fatti fin da subito perché nessuno gliel’avrebbe chiesto e allora erano piuttosto impegnati. Ad oggi sono uomini e donne con le loro carriere e le loro famiglie, sparsi per il mondo come chiunque altro. Non sembrano esserci dati relativi a vissuti negativi in seguito all’esperimento. Ma qualcuno ha sempre negato di avervi preso parte.

“Terza Onda, un esperimento di Ron Jones” (“State of Mind – Il giornale delle Scienze Piscologiche”, 2 febbraio 2016)

Al pari di altri esperimenti di questo genere, quello del professor Jones non è solo è utile a spiegare certi fenomeni storici all’apparenza incomprensibili (pensiamo appunto all’ascesa di Hitler e dei suoi in un Paese avanzato e “colto” come la Germania) ma serve anche da monito per il presente e il futuro, fornendo gli “anticorpi” adatti a proteggersi dalle suggestioni di una certa propaganda e di una certa comunicazione pericolosissime per la democrazia. Questo vale più che mai in una fase come quella attuale, dominata da una contrapposizione bipolare (in buona parte indotta) che penalizza l’elaborazione consapevole per spianare la strada all’emotività intollerante e aggressiva.

Sappiamo a cosa può portare.

La “stangata” sulle manifestazioni e l’esultanza delle rane bollite

La stretta sulle manifestazioni appare come una misura politica più che una misura sanitaria, volendo considerare sia i numeri attuali (assolutamente confortanti) sia il fatto che giunge dopo una serie di proteste di piazza contro l’azione governativa (si parla non a caso soprattutto di “no-vax” e no-pass).

Da notare inoltre come l’obiezione secondo cui le manifestazioni danneggerebbero i commercianti (in questi 20 mesi il commercio è stato messo in ginocchio da restrizioni discutibili e spesso inutili) sia un “frame” tipico delle destre borghesi e reazionarie; l’ “andate a lavorare invece di manifestare”, per intenderci, usato per anni verso le pratiche pubbliche di dissenso attuate dalle sinistre.

E’ sempre d’obbligo la massima cautela quando si mette mano ai diritti fondamentali e la loro limitazione non andrà mai accolta con leggerezza, meno che mai con entusiasmo.

Euroscetici, no-vax e no-pass: il gioco grande della “semplificazione”

L’offensiva comunicativa e propagandistica che vediamo verso il dissenso rispetto alla linea ufficialista di approccio al Covid ha caratteristiche molto simili a quella usata negli ultimi anni contro il movimento d’opinione euroscettico.

Anche i contrari alla moneta unica e all’Unione Europea (come chiunque manifesti delle perplessità a riguardo) sono infatti sempre stati accusati di “complottismo”, “populismo”*, fascismo, estremismo e ignoranza, delegittimati e demonizzati come fossero estranei al dibattitto democratico, quasi allo stesso consorzio civile. Questo, nonostante al loro interno non siano mancate e non manchino figure di elevato spessore culturale.

Senza dubbio la presenza di esaltati e facinorosi, nell’una come nell’altra comunità, non giova alla loro causa, ma resta innegabile il ricorso ad un repertorio tattico-straegico ben preciso e noto (“semplificazione”, “ripetizione”, “capro espiatorio”, “proiezione” o “analogia”, ecc) , per danneggiarle e isolarle.

*e di “sovranismo”. Non va tuttavia dimenticato che sovranismo e populismo non sono, di per sé , fenomeni negativi e deteriori

‘Nu jeans, ‘na maglietta…e una cravatta: l’impresa di Nino D’Angelo

Il caso Nino D’Angelo è un esempio emblematico di “reputation repair” (più ancora che di “reputation management”); da “macchietta” snobbata e derisa, molte volte ingiustamente, sia per il suo aspetto esteriore che per il suo modo di cantare e recitare, negli ultimi anni è infatti riuscito ad accreditarsi come un artista colto e raffinato, un “Maestro”, guadagnandosi una stima ed un riconoscimento pressoché unanimi e che vanno ben oltre il napoletano.

Un “impresa” resa possibile da una serie di scelte, sul piano professionale e su quello personale, forse senza precedenti nel mondo dello spettacolo italiano.

Nota: questa valutazione intende prescindere da ogni giudizio di merito sull’artista