Civitanova Marche: sulla pelle nera di Alika

Ad ora non è chiaro se alla base della tragedia di Civitanova Marche vi sia stato il movente razziale. Sulla scorta degli elementi disponibili non si può escludere che l’omicida (tra l’altro pregiudicato) avrebbe potuto aggredire anche un bianco.

Agitare lo spettro del razzismo e della xenofobia non è quindi solo incauto ma diventa anche una strumentalizzazione, resa ancor più bieca dal suo essere funzionale alla campagna elettorale in corso, dalla necessità di contrastare il centro-destra a trazione meloniana in vantaggio nei sondaggi.

La politica è (anche ) cinismo, tuttavia chi si erge a difensore di certi valori dovrebbe darsi, per quanto possibile, dei limiti tangibili, evitando un spirale verso il basso che offende innanzitutto le vittime come Alika Ogorchukwu.

Ancor più inaccettabile è l’accusa di razzismo rivolta all’intero Paese, come sarebbe inaccettabile accusare gli immigrati di essere tutti dei criminali per le colpe di qualcuno di loro.

Aggiornamento:

Sta emergendo che il Ferlazzo è un ex tossicodipendente, aveva problemi mentali, era stato in cura al CIM e sottoposto a TSO, assumeva psicofarmaci ed era sotto tutela della madre. Anche dal suo profilo social si intuisce non a caso una personalità borderline. Ad oggi, gli inqurienti escludono il movente politico e razziale.

Civitanova Marche: era davvero così facile intervenire?

Il giudizio dei Rambo

Intervenire per fermare un’aggressione non è facile. Non tutti hanno le risorse fisiche e mentali per farlo e quindi l’intervento potrebbe trasformarsi in un gesto inefficace e pericoloso (ed è pericoloso comunque). Viceversa, filmare e fotografare crea una prova utile. È sempre bene evitare giudizi affrettati. E chiamare le forze dell’ordine. La vita non è un film.

La debolezza muscolare di Lavrov

“La Russia ha rivisto gli obiettivi della sua operazione militare in Ucraina, che ora vanno oltre il territorio del Donbass. La geografia ora è diversa. Non ci sono solo le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk ma anche le regioni di Kherson e Zaporizhia e una serie di altri territori, e questo processo continua, in modo costante e ostinato”; così Sergey Lavrov, che tuttavia aggiunge: “All’Ucraina è impedito di compiere passi costruttivi in vista di un accordo di pace con la Russia. Viene letteralmente riempita di armi ed è costretta ad usarle in modo sempre più rischioso”.

E’ proprio questa seconda parte a contenere un grande elemento d’interesse; chiedendo, di nuovo, la cessazione delle forniture di ami a Kiev, Lavrov ammette infatti implicitamente i problemi (comunque lampanti e innegabili) che essa sta causando alla Russia. Il primo passaggio del suo discorso potrebbe quindi essere solo una minaccia (un ampliamento delle ambizioni putiniane sul teatro ucraino sarebbe d’altro canto irrealistico), per spaventare le controparti e convincerle ad optare per il “male minore” (appunto la perdita del “solo” Donbass)*.

La minaccia, non va dimenticato, è di per sé un indicatore di debolezza e insicurezza, e Mosca e i suoi canali di appoggio vi stanno facendo in questi mesi un ricorso massiccio e smodato, molto più del solito.

*Medveded ha non a caso lanciato un “avvertimento” simile nelle stesse ore

Il fondamentalismo scientista: un caso degli ultimi due anni

“Scientismo” e “ufficialismo” sono esempi di “fondamentalismo” e il fondamentalismo, indipendentemente dalla sua natura (religiosa, politica, ideologica, ecc), idealizza sé stesso ed esclude e rifiuta la differenza, mirando, in ultimo, ad annichilirla e schiacciarla. E’, insomma, totalizzante, spesso collegato al narcisismo. Intrinsecamente distruttivo.

Non diversi quindi, per questo e in questo, da “complottisti”, “no-vax” (per principio) e anti-scienza, perché fondamentalisti allo stesso modo, nella sostanza benché non nella forma.

Da qui si comprende come persone “insospettabili” ed istruite abbiano, in questi due anni, sposato un approccio dogmatico e fideistico, tradendo gli stessi criteri del metodo scientifico, e attaccato con ferocia e livore il dissenso e il dissenziente (anche perché condizionati dal clima emotivo particolarissimo e da una certa narrazione istituzionale e mediatica).

Quei manager dallo stile sovietico

In data 30 giugno 1987 il Soviet Supremo promulgò la legge sull’ “Impresa di Stato”, tre capitoli, venticinque articoli ed un preambolo contenenti la nuova organizzazione dell’economia sovietica.

Concorrenza, competizione, autodeterminazione, valorizzazione del merito, liquidazione delle impese improduttive e distribuzione dei profitti in base al merito erano i passaggi-chiave della riforma, per mettere l’economia sovietica al passo con i tempi e con l’Occidente e superare quella penuria e quella scarsa qualità dei beni di consumo da sempre tra le grandi debolezze del gigante euro-asiatico.

Si muoveva in questo senso pure il progetto di legge sul “Sistema Cooperativo in URSS”, pubblicato pochi mesi dopo (6 marzo 1988).

Benché vincolata ai pani quinquennali e annuali, al principio del “centralismo democratico” e ai dettami fondativi del Socialismo, la riforma poggiava su ambizioni e obiettivi sotto certi aspetti impensabili anche in taluni paesi occidentali, ieri come oggi.

Caduta Draghi: la sinistra, il caro nemico e il fascino di quell’eterna “resistenza”

Un secolo di sconfitte ha plasmato il DNA di una certa sinistra, rendendola oppositiva per principio, “contro” e non “per”, orientandola cioè a preferire l’opposizione al governo, a vedere nella protesta in quanto tale la propria dimensione, la propria fonte di energia. Una rivoluzione ed uno scollamento rispetto agli stessi indirizzi socialisti.

Ecco perché, oggi, quella sinistra festeggia la caduta di Draghi, pur sapendo che a breve sarà quasi certamente un centro-destra a guida meloniana ad avere le chiavi del Paese.

La scimitarra spuntata del saladino: perché Kadyrov minaccia (a vuoto) la Polonia

Il presidente ceceno e criminale internazionale Ramzan Akhmatovič Kadyrov (figlio dell’ex presidente ceceno e criminale internazionale Achmat Abdulchamidovič Kadyrov) minaccia di nuovo la NATO e la Polonia, dichiarando che dopo Kiev toccherà a Varsavia.

Come già detto, simili uscite sono solo una forma di propaganda, “interna” (diretta alla platea russa, per galvanizzarla), ed “esterna” (diretta ai cittadini dei paesi occidentali e avversari, per spaventarli*), tuttavia la loro reiterazione rischia, alla lunga, di far perdere ogni credibilità alla retorica muscolare russa, togliendo così a Mosca uno dei suoi strumenti più efficaci, e di ridicolizzarne i mittenti.

Già adesso le minacce nucleari e militari russe sembrano infatti avere molta meno presa, nei loro bersagli.

*in questo caso si può parlare di vere e proprie PsyOps (Psychological Operations), mentre in entrambi i casi si può parlare di propaganda “grassroots” (diretta al “prato”, il “grass”, la base, i cittadini comuni)

Macché Russia! La genuinità “maldestra” di Conte

Dietro lo “strappo” di Giuseppe Conte non c’è stato probabilmente nulla di “nobile” o di “oscuro”, nessuna motivazione ideologica, nessuno scatto di orgoglio, nessun senso di rivalsa verso Draghi come nessuna macchinazione del Kremlino e della Russia.

Le tempistiche della crisi e la conseguente, ennesima, rottura creatasi all’interno del Movimento, sembrano suggerire che l’ex “premier” e i suoi, spaventati dagli esiti delle amministrative, abbiano cercato di inasprire lo scontro con Palazzo Chigi nel tentativo di recuperare consensi, senza tuttavia voler giungere ad una vera rottura. Il sistema del “dentro ma contro”, di nuovo, ma questa volta sfuggito di mano, anche a causa dell’intransigenza “anglosassone” (o dell’astuzia) dell’ex capo della BCE.

Non bisogna dimenticare che il grosso dei parlamentari grillini è costituito da giovanotti con poca o nulla esperienza politica (il loro stesso spin doctor è un ingegnere elettronico noto per aver partecipato al Grande Fratello), di conseguenza non sarebbe irrazionale aspettarsi da loro errori tattico-strategici ed ingenuità.

Draghi, Johnson e i “teneri” illusi

I Paesi occidentali sono inseriti in sistemi di alleanze e di equilibrio rigidissimi e consolidati, dei quali le cancellerie più importanti sono i massimi custodi. Fa quindi sorridere l’ingenuità di chi, da Medvedev al semplice cittadino, è convinto che la caduta di Johnson o quella (eventuale) di Draghi rivoluzioneranno le linee-guida di Londra e Roma.

Se c’è una cosa in cui ha ragione il “complottismo” (al netto dei suoi eccessi), è l’esistenza di un sistema di potere dominante, nel bene o nel male, al di là del colore dei governi.

La gallina e l’uovo avvelenato: quello che non vede chi si oppone alle misure contro la Russia di Putin

Se fossimo certi che l’intenzione di Putin sia fermarsi all’Ucraina, in nome del cinico pragmatismo della realpolitik potremmo anche pensare di lasciargli campo libero, non andando oltre una condanna formale. Lo abbiamo già fatto.

La politica estera di Mosca dal 2008, le dichiarazioni di Putin, Medvedev, Lavrov, Peskov e di personaggi vicinissimi al Kremlino quali Dugin o Cirillo I, e quelle di Xi Jinping, mostrano invece come la Russia nutra l’ambizione di riconquistare la “grandeur” perduta, anche mediante la (ri)conquista di porzioni dell’ex URSS (non vanno altresì dimenticate le mire di Pechino su Taiwan), e di creare un nuovo ordine mondiale che veda l’Occidente ridimensionato, se non proprio marginalizzato, a vantaggio di un asse di paesi non-democratici.

Chi considera le misure di contenimento anti-russe lesive dei nostri interessi nazionali, compie quindi (in buona fede?) un ragionamento che non va oltre il breve periodo. Al contrario, è proprio lasciando fare alla Russia, alla Cina e ai loro sodali e satelliti, che i nostri interessi, particolari e “di blocco”, verrebbero compromessi.

Putin ha mostrato inoltre di saper interferire massicciamente e massivamente nella politica interna italiana, colpendo e minando la nostra sovranità a proprio vantaggio; abbandonare il fronte atlantico per diventare pedine di un regime autoritario del Secondo Mondo non sarebbe pertanto un grande affare, non sarebbe una mossa né morale né lucida.