Diversità è persuasione

Parte della “brand reputation”, la “unique value proposition” è ciò che rende unico il protagonista della campagna di marketing (commerciale o politico), ciò che lo contraddistingue, in senso positivo o in ogni caso come punto di forza, dagli altri.

Una volta riconosciuta la “unique value proposition”, il consulente dovrà creare strategie mirate per valorizzarla e metterla in risalto.

Lo staff di Putin lo ha ad esempio sempre fatto molto bene, esaltando peculiarità “vincenti” e convincenti su cui il leader russo poteva contare a differenza degli omologhi occidentali o comunque in misura maggiore rispetto a loro.

Se la resa russa non è così impossibile

L’ipotesi di una resa russa non è realistica con Putin al comando ma potrebbe diventarlo con un inquilino diverso al Kremlino, e non necessariamente lo stesso cambio al vertice dovrebbe essere traumatico. Uno scenario “afghano” che tuttavia presenta dolorosissime incognite, innanzitutto per il popolo ucraino e innanzitutto rappresentate dalla durata del confronto militare con Mosca.

Se di contro Biden tenta forse di emulare il Reagan ante-Gorbačëv, per portare la Russia ad un punto di rottura, va anche osservato come Putin si sia dimostrato ondivago ed opaco, in merito alle proposte sul cessate il fuoco.

Vkontatke , Runet e i loro fratelli: la Russia e la cortina “digitale”

Secondo alcuni analisti il Kremlino sta creando un “nuovo” Muro, una nuova “cortina”, ma stavolta digitali, dietro cui confinare i propri cittadini. Gigantesche bolle e camere d’eco dove a regnare incontrastata è la narrazione dell’establishment, garantita da una censura verticale.

Un distopico mondo orwelliano strutturato ad esempio su Runet (una sorta di internet “sovrano”), su Ya Molodets (una versione russa di TikTok e YouTube), sul forse più noto Vkontatke (una versione russa di Facebook controllato per il 50% da Gazprom) o su Zelenograd (la versione russa della Silicon Valley).

Sviluppata soprattutto in risposta alle sommosse del 2011-2013, è una strategia alla quale si accompagnano forme di censura più tradizionali nei confronti dei siti di informazione ritenuti ostili e leggi come la N242-FZ e la N374-NZ che obbligano le compagnie telefoniche e i provider internet a conservare per almeno sei mesi i dati del traffico, i messaggi, i video e le foto degli utenti.

Le telecomunicazioni e le transazioni bancarie nel Paese (esiste anche Mir card, una Visa Mastercard autoctona) sono monitorate dal SORM, il Sistema di misure operative-investigative e dal DRS, il sistema di conservazione dei dati telefonici. Ogni telefonino venduto in Russia ha inoltre già installate le applicazioni yandex.ru e mail.ru, anch’esse riconducibili alle autorità.

Carne e gas: l’altra guerra “silenziosa” della Russia di Putin agli USA

Le azioni destabilizzatrici della Russia tramite le sue “brigate del web” (da una definizione di Anna Politkovskaja) nelle presidenziali americane sono ben note, tuttavia non sono le sole.

Come abbiamo visto, gli hacker e i troll del Kremlino hanno ripetutamente colpito il sistema sanitario americano mentre l’anno scorso hanno mandato in tilt i sistemi informatici del colosso brasiliano della carne JBS S.A, che ha proprio negli USA uno dei suoi mercati più importanti (gli hacker hanno chiesto e ottenuto 11 milioni di dollari per porre fine all’incursione).

Sempre nel 2021, a maggio, gli hacker russi hanno invece paralizzato l’oleodoto Colonial Pipeline, 9 mila km di tubi dal Texas allo Stato di New York, lasciando senza carburante milioni di persone e arrecando danni gravissimi ai servizi essenziali negli Stati interessati.

Esempi da manuale di “infowar”, anche in questi due casi, e anche in questi due casi particolarmente gravi e odiosi per i loro effetti su cittadini incolpevoli.

Janukovyč e la fretta di Putin

Sconfitto nel 2004, cinque anni più tardi Viktor Janukovyč riuscì a prendersi la rivincita conquistando al primo turno la presidenza dell’Ucraina. Inossidabile filo-russo e personaggio discusso e discutibile, per il suo secondo tentativo si affidò ad un team straniero di esperti di comunicazione (ad esempio lo statunitense Paul John Manafort) che rinnovò e migliorò, per quanto possible ma senza dubbio con successo, la sua immagine pubblica.

Avviando una politica gravemente ostile verso Kiev dopo Maidan, Vladimir Putin ha rivelato grande miopia strategica poiché ha compattato un popolo altrimenti diviso, allontanandolo forse definitivamente dalla Russia. Se avesse pazientato, elaborando un piano più sottile e lucido in modo da sfruttare a proprio vantaggio le debolezze e le instabilità politiche ucraine e del fronte anti-russo, avrebbe forse potuto “rimediare” allo smacco del 2014 ribaltando la situazione come cinque anni prima.

Il leader del Kremlino ha insomma smentito ancora una volta il mito che lo vuole “giocatore di scacchi”, dimostrandosi più vicino (come suggerito anche da uno scacchista vero, cioè Garri Kasparov) ad un “giocatore d’azzardo”.

Dalla Cecenia all’Ucraina: nella mente dei russi

“Lo dico subito che Putin non mi piace, ma sulla Cecenia ha ragione. Se diventa indipendente per la Russia è finita. Dopo la Cecenia sarà il Tatarstan, dopo il Tatarstan sarà la Siberia, poi verrà chissà chi altro, ogni regione vorrà staccarsi da Mosca. E noi, che ne sarà dei russi? Questo Paese ha una storia imperiale, noi siamo cresciuti con l’idea di appartenere a un Paese grande, enorme, sterminato. E non è una questione di orgoglio, non solo almeno. Solo se ti senti parte di una cosa grande puoi sopportare la via quando è molto dura. […] Accade spesso, per un russo, che l’unica consolazione della sua vita sia per l’appunto esser russo. E basta”.

Così una cittadina russa ad un troupe internazionale di giornalisti, nel 2006/7.

Parole che offrono una chiave di lettura utilissima per comprendere non solo quello che è accaduto in Cecenia ma anche quello che sta accadendo in Ucraina e, più i generale, la politica internazionale di Vladimir Putin e dei suoi predecessori.

E’ poi interessante osservare come la colonizzazione forzata dei popoli non-russi che oggi compongono la Federazione e lo sfruttamento sistematico delle risorse delle loro terre di origine sia argomento marginale e trascurato, a differenza di quanto accaduto ad esempio con i nativi americani negli attuali Stati Uniti e nel resto del continente.

All’origine del falso mito dell’Ucraina nazista: le elezioni del 2004

Per le presidenziali ucraine del 2004 (poi perse dopo aver cercato di manomettere il voto), Viktor Janukovyč elaborò insieme ad un gruppo di consulenti russi una serie di strategie che avevano lo scopo di:

-alimentare le tensioni tra la componente ucraina e quella russa

-alimentare le tensioni tra ucraini e polacchi

-alimentare le tensioni tra le chiese ucraine

-rafforzare i movimenti separatisti nel sud-est del Paese

-dipingere il rivale moderato Viktor Juščenko e i sui alleati come filo-americani, nazionalisti, nazisti, violenti

L’ultimo passaggio, in particolare, destruttura il mito che vuole l’Ucraina dominata dall’estrema destra, dai “nazisti”. Come vediamo, si è trattato di un messaggio studiato ad arte riprendendo un “must” delle scuole propagandistiche d’impronta socialista e facendo leva sul carico emotivo del 1941-1945.*

*propaganda “agitativa”, tecnica della “proiezione” o “analogia” (associare il bersaglio ad un’immagine negativa e respingente)

In principio furono la Cecenia e il Tibet: quella sinistra tra bombe e colombe

“Vietnam vince perché spara”; così recitava un slogan della sinistra negli anni ’60 e ’70. La resistenza armata dei nord-vietnamiti, esaltata e mitizzata come quella dei “palestinesi” , dei tupamaros, degli zapatisti, dei sandinisti, dei partigiani della II Guerra Mondiale. Da questo “pantheon” erano (e sono) tuttavia esclusi popoli come ad esempio i ceceni, gli afghani, i kosovari o i pacifici tibetani, trascurati quando non proprio apertamente osteggiati con accuse pesantissime e spesso false (nazionalismo, nazismo, revanscismo, fanatismo religioso, ecc).

L’incoerenza di una certa sinistra davanti alla questione, delicatissima e fondamentale, del diritto dei popoli e degli Stati all’indipendenza e all’autodeterminazione, non è, come vediamo, emersa con la guerra in Ucraina. C’è sempre stata, rumorosa e vivida, risultato di scelte tattico-strategiche discutibili e, andando ancor più in profondità, di una scarsa conoscenza di ciò che si è e si dovrebbe essere, delle proprie stesse fondamenta ideologiche. Costoro non conoscono sé stessi e non conoscono i loro teorici, non conoscono Marx e soprattutto non conoscono Lenin.

“Studiare, studiare, studiare!” (Vladimir Il’ič Ul’janov)

I “denazificatori” in incognito: lo strano caso di SouthLoneStar

Nel marzo 2017 ci fu su internet una vera e propria offensiva contro una donna musulmana fotografata su ponte di Westminster subito dopo l’attentato e fatta passare dagli “hater” come indifferente alla tragedia (secondo i testimoni presenti sul posto era invece terrorizzata e in più al momento dello scatto stava telefonando ai familiari per rassicurarli).

La “shitstorm” era partita da un utente Twitter, all’apparenza un texano con il nickname SouthLoneStar*. Sospeso dal social da lì a poco, il suo account era invece riconducibile, come poi si sarebbe scoperto, all’IRA (Internet Research Agency, Агентство интернет-исследований ), la grande “troll factory” russa di Evgenij Prigožin, stretto collaboratore nonché amico intimo di Vladimir Putin.

Seguito da circa 5mila persone, SouthLoneStar aveva pubblicato oltre 4mila post di contenuto islamofobo, violento e a sostegno di Donald Trump e della BREXIT.

Il caso di questo profilo fasullo dimostra e conferma non solo le interferenze russe nella politica occidentale ma anche l’allineamento strategico del Kremlino alle destre più radicali o comunque nazionaliste e sovraniste.

*Lone star, ovvero la “stella solitaria”, è uno dei nomi della bandiera del Texas. La parola “south” stava invece a ribadire l’appartenenza del fantomatico texano ai valori del Sud

Quando Tito uccise i partigiani italiani: la testimonianza di un comunista, il comandante “Giacca”

“Nel ’48 quando il COMINFORM condannò la politica di Tito, la polizia jugoslava cominciò la caccia ai comunisti. La maggioranza di essi fu incarcerata, molti furono uccisi. Tra questi molti italiani. Tito ha sterminato la classe dirigente del Partito Comunista in Jugoslavia. Molti furono mandati nei campi di concentramento, nel famigerato campo di Goli Otok. Io conoscevo molti di questi compagni slavi e italiani. Ancora oggi il loro ricordo non mi abbandona. Zagabria è un’eroica città, la prima città partigiana in Jugoslavia. Là c’erano lavoratori, operai, professori, dottori, che lottavano dal primo giorno e sono stai ammazzati. Tito ha voluto cancellare il Partito Comunista Jugoslavo. Vorrei che fosse scritto un libro su quegli eroici combattenti. Io stesso dovetti scappare e nell’ottobre del 1949 andai in Cecoslovacchia dove rimasi 18 anni.”

A parlare, durante un’intervista rilasciata nel marzo 1998, non è, come si può facilmente intuire, un uomo di destra, ma il partigiano gappista e stalinista Mario Toffanin, detto “comandante Giacca”*.

Le parole di “Giacca” confermano le ricostruzioni storiografiche sulle persecuzioni messe in atto dal regime titino ai danni degli italiani, pure quando non compromessi in alcun modo con il fascismo. Se infatti il racconto si focalizza su eventi successivi alla tragedia delle foibe, è altrettanto vero che a finire negli inghiottitoi carsici e ad essere fucilati e imprigionati dalle milizie jugoslave nel 1943-1945 furono appunto anche normali civili italiani o addirittura ex partigiani.

*Toffanin fu condannato all’ergastolo nel 1952 per il massacro dei partigiani cattolici e laico-socialisti della Brigata Osoppo. L’episodio è meglio noto come “Eccidio di Porzûs”

Nella foto: Toffanin “Giacca”