Salvate il postatore Donald

Al di là del giudizio politico su Donald Trump, bannarlo dai social e cancellarne i post (come l’ultimo dall’account presidenziale, in cui si limitava soltanto a criticare la decisione dei vertici di Twitter nei suoi confronti), appare alquanto discutibile, rischiando di creare un precedente insidioso.
Se per anni è stato infatti consentito ai diffusori di fake news di agire pressoché indisturbati ritenendo illiberale una loro censura, e questo sulla base di una speculazione quasi filosofica sul limes tra “realtà” e “verità”, stabilire e definire, tramite un’interpretazione soggettiva (dei vertici di un social network) cosa sia potenzialmente pericoloso per la democrazia, è ancor più temerario e velleitario.


“The Donald” può non piacere, ma la libertà si difende in molti modi. Non solo cacciando i “bufali” dal Campidoglio.

Corna e Covid: quei “segnali” di cui dobbiamo far tesoro

Benché i movimenti protagonisti dei fatti di Washington siano in parte riconducibli a peculiarità del tutto americane e statunitensi e benché la loro azione non abbia avuto conseguene politiche destabilizzanti, la violazione del Campidoglio è e resta un evento di enorme portata simbolica e immaginifica, impensabile fino a quando non si è verificato. A posteriori andrà quindi letto anche come un “monito”, ai governi occidentali (e non solo), in epoca di Covid (e non solo); proseguire in una condotta, sotto il profilo gestionale, politico e comunicativo, che esaspera una situazione già di per sé tesissima e complessa, può portare a risultati imprevisti e potenzialmente deflagranti e ingestibili, persino in contesti moderni ed evoluti. Tra i “bufali” di Trump non c’erano infatti solo suprematisti bianchi o nostalgici della Mason-Dixon Line ma pure gruppi critici verso l’approccio alla crisi sanitaria, forti di una base di consenso significativa.

Ritrovarsi con i proverbiali forconi in parlamento non è, insomma, solo un’iperbole. Oggi è andata “bene”, ma domani?

Crisanti e il vaccino: secondo round di un match strano

I vaccini sono una delle imprese più straordinarie della Medicina e dell’ingegno umano, capaci non solo di bloccare sul nascere una malattia potenzialmente letale ma anche di eradicarla, di farla “sparire”. Quelli, imminenti, contro il Covid, sono poi un’impresa nell’impresa, data la rapidità con cui sono stati realizzati. Un traguardo del quale dovremmo andare fieri, tutti, come appartenenti al genere umano. Eppure, in un’intervista di qualche giorno fa, quello della Pfizer (che ha un’efficacia del 90%) per Andrea Crisanti non sarebbe che un “barlume di luce”. Nella stessa intervista e in altre successive, l’entomologo si spinge poi oltre, riciclando interrogativi (già risolti) come quello sulla catena del freddo o sull’efficaia del vaccino stesso, arrivando persino a sollevare dubbi in merito ad una possible speculazione borsistica da parte della Pfizer.

In questi mesi di incessante visibilità mediatica, il Crisanti ha abituato gli italiani a messaggi non improntati all’ottimismo (per usare una formula eufemistica), secondo una posa tanto monotematica che difficilmente potrebbe essere ricondotta ad una volontà di razionale realismo (si vedano alcune fake news come quella sulle TI piene a Padva in estate). Una simile “guerra” al vaccino da parte di un uomo di scienza, che pure in questo caso non è un “addetto ai lavori”, appare tuttavia anomala e incomprensibile. “Guerra”, perché già a ottobre aveva detto che un vaccino a fine anno sarebbe stato pericoloso in quanto non testato sul campo, facendo finta di ignorare le procedure, rigorosissime, che pure davanti ad un’emergenza un farmaco ed un vaccino devono superare per essere immessi sul mercato. Una dichiarazione sconcertante, capace di dare la stura ai peggiori complottissimi “no vax”.

Crisanti non è un vero “addetto ai lavori”, come abbiamo accennato, ma non è uno sciocco e non è un ingenuo. I più maliziosi potrebbero dunque pensare che dietro questi “timori” vi sia la consapevolezza che, facendo sparire il Covid, il vaccino farebbe sparire dalla ribalta anche i personaggi come lui. Ma noi non siamo maliziosi, e non lo pensiamo…

Aggiornamento: nuove e “sorprendenti” dichiarazioni di Crisanti sui vaccini anti-Covid: https://www.huffingtonpost.it/entry/andrea-crisanti-col-primo-vaccino-a-gennaio-non-mi-vaccinerei_it_5fb697f3c5b6f00bd84e4110?fbclid=IwAR0g2pVQS-5z5L-0lWN_QV2VDWG3AWPOC01nKx3w-ar1pg3JwFCmpkrsPfg

RISPOSTA AD ENRICO BUCCI – F come “far finta”. Far finta di non capire.

Quello che il biologo Bucci, e molti altri, non comprendono o forse non vogliono comprendere, è che non si chiede agli scienziati, ai divulgatori, ai politici e ai giornalisti di essere “ottimisti” sull’emergenza Covid (la scienza non dovrà essere né ottimista né pessimista) e tantomeno di dire bugie rassicuranti, ma solo di evitare una comunicazione inutilmente martellante, ansiogena, allarmistica, schizofrenica e fuorviante, basata su supposizioni prive di ratio e concretezza se non proprio su “fake news” o esagerazioni (si pensi ad un noto entomologo padovano che in estate aveva parlato di intensive piene nel suo ospedale quando invece non era affatto così).
 
Una comunicazione dannosa, da un punto di vista psico-fisico, per il cittadino, ma anche per le stesse istituzioni politiche e sanitarie, che oggi si trovano a dover fronteggiare nei pronto soccorso e negli ambulatori orde di cittadini spaventati da una linea di febbre o da un colpo di tosse. Non a caso, e questo lo insegna ogni studio o manuale sulla gestione delle emergenze, il panico è proprio una delle prime cose da evitare e contenere in uno scenario critico.
 
Una comunicazione che, dicevamo, è l’esatto opposto di quel rigorismo scientifico, di quella verità e di quella serietà deontologica di cui parla (giustamente) Bucci e di cui l’immagine del muro usata da lui stesso nell’articolo è l’emblema, evocando un “frame” catastrofico, terrorizzante, definitivo.
 
Forse, anzi, sicuramente, chi si occupa di scienza ed è pubblicamente esposto dovrebbe pesare di più e meglio le parole e le uscite mediatiche, facendosi coadiuvare da esperti della comunicazione e del linguaggio. Questo nell’interese di tutti, loro come della comunità nel suo insieme. In gioco non c’è solo il nostro presente, ma anche il nostro futuro.
 
Nota storica:
La scienza non dovrà essere né pessimista né ottimista ma limitarsi ad osservare i fatti per ciò che sono espellendo ogni criterio emotivo e sentimentale, tuttavia l’Illuminismo, il Positivismo e il Razionalismo (fondamentali nella storia della scienza moderna e nella costruzione della sua identità) erano ontologicamente ottimistici, esaltando il primato della ragione e dell’uomo e auspicando e immaginando il loro trionfo (è casomai il Romanticismo ad avere un’anima pessimistica).
 
 
Il pezzo di Buccihttps://www.ilfoglio.it/scienza/2020/11/06/news/dire-la-verita-sul-virus…

Ilaria Capua, il vaccino e quel linguaggio (ancora una volta) sbagliato

Ilaria Capua è una comunicatrice che lascia molto a desiderare, volendo usare un’espressione il più possibile eufemistica e gentile, e non solo per le troppe previsioni temerarie fatte e poi rivelatesi sbagliate, in un senso o nell’altro.

Intervistata ieri sul vaccino anti-Covid, ha ad esempio detto che sarà risolutivo solo dal prossimo anno, benché all’inizo del suo intervento avesse dato l’idea di pensare il contrario. Fin qui nulla di eclatante (per così dire) se non fosse per le parole usate: “Il vaccino non sarà la soluzione, bisogna toglierselo dalla testa”.

Una serie di termini, di “frame”, trancianti, definitivi, radicali, allarmistici, quasi millenaristici (“toglierselo dalla testa”). Non a caso hanno offerto il destro alla stampa italiana, che nei titoli si è concentrata solo su quello fornendo così una ricostruzione fuorviante dell’intervista. E questo è stato il secondo errore, la seconda “ingenuità”, della professoressa, la quale dovrebbe conoscere certe dinamiche del giornalismo, essendo un personaggio pubblico, un’autrice e avendo fatto politica ad alti livelli.

La scienza “pessimista”: 3 volte un errore

Sembra diffondersi, soprattutto negli ultimi mesi, la convinzione secondo cui l’approccio scientifico più corretto e ragionevole sarebbe quello pessimistico, mentre un approccio ottimistico sarebbe invece indice di superficialità o peggio. Una convinzione che è ad ogni modo priva di ogni ratio e di ogni ancoraggio storico.

Non solo, infatti, la scienza non dovrà essere né pessimista né ottimista ma limitarsi ad osservare i fatti per ciò che sono espellendo ogni criterio emotivo, filosofico e sentimentale, ma se vogliamo l’Illuminismo, il Positivismo e il Razionalismo (fondamentali nella storia della scienza moderna e nella costruzione della sua identità) erano ontologicamente ottimistici, esaltando il primato della ragione e dell’uomo e auspicando e immaginando il loro trionfo (è casomai il Romanticismo ad avere un’anima pessimistica).

Sul fronte opposto sbaglia anche chi accosta un certo pessimismo al millenarismo, dal momento in cui pure il Cristianesimo e le religioni, promettendo la redenzione e un “oltre” dopo la morte, hanno una visione intrinsecamente ottimistica.

“Ma lo fanno anche altri”; Lo sbaglio di non comprendere l’ “eccezionalità” italiana

Il governo Conte non è il solo ad aver predisposto misure eccezionali per il contenimento del virus ma il nostro Paese stato il primo ad adottarle (in Occidente), ha subito il lockdown più rigido della storia recente ed è sottoposto ad un martellamento mediatico continuo ad opera di giornalisti, opinionisti, politici, blogger, medici e divulgatori, basato su notizie troppe volte allarmistiche, ansiogene, false o manipolate.

Questa è l’eccezionalità italiana, per questo la soglia di sopportazione dell’italiano è forse minore rispetto a quella di altre comunità e per questo si dimostra miope chi dice che, in fondo, sbagliamo a lamentarci, perché le limitazioni vengono decise in molti altri paesi.

L’errore di imporre e una quarantena tanto severa, lunga e sfibrante (sconsigliata a suo tempo dal CTS e dall’OMS) è stato anche questo, perché oggi e in futuro ogni ulteriore disposizione ani-Covid, pure quando utile e magari necessaria, è sarà tollerata e capita sempre meno.

Il debunking e quelle statistiche buone solo quando fanno comodo

Nonostante da marzo-aprile molte e forse troppe cose siamo cambiate (curiamo meglio i malati, sono aumentati i tamponi, abbiamo il tracciamento, l’età media dei contagiati e la mortalità si sono abbassate, forse il virus ha un comportamento diverso, ecc), il paragone con la scorsa primavera viene fatto con frequenza sia dai più “ottimisti” (per evidenziare come per loro la situazione sia nettamente migliorata) sia dai più “prudenti” (per evidenziare come per loro la situazione sia ancora molto pericolosa) e dai giornalisti, spesso più concentrati sulla ricerca di titoli e notizie ad effetto che sul proporre un’informazione puntuale e lucida.


Tuttavia, un noto sito di debunking ha “bacchettato”, in un articolo uscito oggi, solo i primi (dando così prova di una fallacia logica nota come del “cecchino texano”), accusandoli di leggere i dati in modo arbitrario e di minimizzare il problema infondendo false sicurezze. Il tutto, condito dalle immancabili accuse di “negazonismo” (?) e di italianomedismo (c’è dunque anche un sottofondo di razzismo e classismo).Non è purtroppo il primo caso del genere, a dimostrazione di come anche il debunking, che dovrebbe fare dell’analisi razionale la propria bussola e la propria ragion d’essere, tenda a scivolare, almeno in questa circostanza, nella polarizzazione (emotiva o politica e ideologica che sia), venendo meno ai propri compiti e doveri.

Nota: il sito in questione non è uno spazio di informazione scienfica né il pezzo era supportato da evidenze scientifiche. Tra l’altro nell’articolo viene usata la foto di un calcolo fatto a mano, proprio per delegittimare ulteriormente il bersaglio.

Il capro espiatorio e la “guerra civile” tra italiani (e il paradosso Piero Angela)

Responsabili dell’indebolimento del SSN con anni e anni di tagli, e di non aver saputo ancora implementare le strutture medico-sanitarie o il trasporto pubblico per far fronte all’ “emergenza” Covid, le istituzioni e la politica scelgono di continuare ad usare il cittadino come capro espiatorio per l’aumento dei positivi (in maggioranza asintomatici o con sintomi “lievi”), coadiuvate dal sistema mediatico per affinità ideologiche e/o interesse economico.

Il risultato è un guerra strisciante tra italiani fatta di accuse e recriminazioni reciproche, nonostante gli italiani siano stati e siano tra i popoli più rispettosi delle norme di contenimento e nonostante abbiano subito e accettato il lockdown più rigido di ogni epoca.

Una strategia immorale, che si snoda attraverso la propaganda “agitativa” (studiata per creare e stimolare reazioni forti come la rabbia contro un bersaglio), “sociologica” (studiata per cambiare la mentalità del target), “grassroots” (diretta al “grass”, il “prato”, l’uomo comune) e “treetops” (diretta agli strati più “alti” della popolazione come intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc. “Treetops” sta infatti a indicare i rami più alti dell’albero). In quest’ultimo caso è emblematico l’atteggiamento di Piero Angela, forse inconsapevole testa di ponte che arriva a parlare di “untori” e ad invocare persino l’intervento dei soldati nelle strade come in un paese sudamericano degli anni ’70.

Il Covid e il catastrofismo degli anti-catastrofisti

A fare da contraltare al pessimismo e al catastrofismo del movimento d’opinione più “prudente” rispetto al problema Covid, c’è quello del fronte opposto, secondo cui le restrizioni non saranno mai abolite e la democrazia non sarà più restituita alla sua fisionomia precedente.

Previsioni sbagliate, in questo caso come nel primo, e risultato, in questo caso come nel primo, di un approccio emotivo, e, forse, di una scarsa conoscenza della Storia.

Nessuna misura di contenimento straordinaria adottata per fronteggiare un’epidemia/pandemia è mai divenuta permanente, come nessun regime d’eccezione e mai divenuto normalità, almeno nei sistemi democratici moderni. Disposizioni che vanno contro la natura stessa dell’Uomo, che è sociale, e contro usi e costumi consolidati, non possono infatti sopravvivere, perché verrebbero rigettate come aliene ed estranee (è già difficile farle accettare oggi).

Anche chi sta traendo vantaggi e benefici dalla situazione attuale sarebbe inoltre gravemente danneggiato dall’inevitabile catastrofe economica, sociale, sanitaria e politica che seguirebbe una perpetuazione indefinita dell’emergenza.

Nessuna “nuova normalità”, insomma, anche se per un ritorno alla vita di prima dovremmo attendere ancora a lungo, non solo a causa del Covid ma anche delle pressioni di chi, lo abbiamo detto, sta ottenendo un qualche guadagno dallo scenario pandemico.

(Di Cat Reporter 79)