Perché Lavrov è tornato a parlare di Terza Guerra Mondiale

Ogni qualvolta l’establishment russo evoca lo spettro della Terza Guerra Mondiale e/o dello scontro atomico, i due argomenti diventano le ricerche di tendenza su internet. E’ successo anche nelle ultime ore, dopo le dichiarazioni del ministro Lavrov (comunque riportate in modo non del tutto esatto da molti organi di informazione).

A Mosca sanno bene che una guerra convenzionale contro la NATO li vedrebbe sconfitti, mentre una guerra nucleare li vedrebbe annientati, e allora perché questa insistenza? Si tratta, lo abbiamo già detto, di una forma di propaganda “grassroots”*, diretta non ai nostri leader ma appunto a noi. Lo scopo è spaventare l’opinione pubblica dei paesi “avversari”, per destabilizzarli e metterli in difficoltà, per farli retrocedere (ad esempio su temi come i rifornimenti di armi a Kiev e le sanzioni).

Una strategia, peraltro frequente nella storia russo-sovietica, che tuttavia rivela una certa debolezza di fondo (le difficoltà dei soldati di Putin sono evidenti) e che a lungo andare potrebbe perdere credibilità e quindi efficacia.

*“Grassroots propaganda”, diretta al “grass”, il “prato”, l’uomo comune. E’ “verticale”, ovvero creata da gruppi di potere (in questo caso dal governo russo e dai suoi alleati esterni, anche in Occidente). La ”treetops’ propaganda“ intende invece quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treetops” sta infatti a indicare i rami più alti dell’albero.

L’URSS che perse la Seconda Guerra Mondiale nel 1991: il “filo rosso” tra i problemi di ieri e quelli di oggi

Alla fine degli anni ’90 Hans Modrow osservò che “l’Unione Sovietica fu l’unica tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale ad aver perso la guerra per così dire a posteriori”. Con una una buona dose di realismo, l’ultimo leader “di fatto” della Germania Est non si riferiva tanto allo sfaldamento dell’URSS quanto alla “cessione”, da parte di Mosca, delle sue sfere di influenza all’Occidente pressoché senza alcuna contropartita tangibile.

Uno scenario che, a ben vedere, non sarebbe stato inevitabile ma che fu soprattutto il risultato di una certa mancanza di pragmatismo e lucidità di Michail Gorbačëv (la cui leadership restò, non va dimenticato, abbastanza solida fino al 1990).

Come spesso ricordato anche da Vladimir Putin, molti dei problemi odierni derivano proprio da quello “squilibrio” improvviso, da quel “disallineamento” (comunque traumatico) nello scacchiere geopolitico, e non solo geopolitico.

Stepan Bandera, il rogo di Odessa e i “nazisti” ucraini: come agisce la propaganda del Kremlino

Tra i temi più ricorrenti nella propaganda anti-ucraina, russa e filo-russa, c’è il prestigio di cui Stepan Andrijovič Bandera, leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini e alleato dei nazisti tedeschi nella II Guerra Mondiale, gode ancora presso una parte dell’opinione pubblica del Paese. Si tratta ad ogni modo di una semplificazione deliberata, che ignora qualsiasi criterio di indagine razionale e scientifica. Bandera non è infatti ricordato in quanto “nazista” ma in quanto patriota che lottò, come altri sovietici-non russi, per l’indipendenza di Kiev dall’URSS staliniana, durante un momento storico in cui il dominio di Mosca era ancor più insopportabile a causa della tragedia dell’Holodomor. Facendo un parallelismo con l’Italia, molti padri risorgimentali furono massoni e la Massoneria ebbe senza dubbio un certo peso nei nostri processi unitari, tuttavia oggi non sono celebrati perché massoni ma, appunto, perché fautori dell’unità politica nazionale. L’Ucraina, non va dimenticato, è stata inoltre la repubblica sovietica che più di ogni altra patì l’occupazione nazista, in termini umani come materiali; più nel dettaglio, diede oltre 7 milioni di soldati all’Armata Rossa (a fronte di poche migliaia di collaborazionisti), mentre circa 8-10 milioni furono gli ucraini morti nel conflitto, tra militari e civili, e 2,4 milioni i deportati in Germania. Il 20% dei deportati slavi in Germania era composto da ucraini. 250 mila ucraini servirono inoltre negli eserciti occidentali, contro l’Asse.

La stessa grossolana semplificazione agisce, e sempre per ragioni politiche e propagandistiche, nella vicenda della Strage di Odessa del 2014, presentata come un blitz dei nazionalisti ucraini contro una locale sede sindacale (si cerca quindi di richiamare alla memoria l’ostilità delle destre naziste, fasciste e più in generale reazionarie verso le libere rappresenanze dei lavoratori). Dalle scarse informazioni ad oggi in nostro possesso sappiamo però che l’incidente avvenne nell’ambito di uno scontro tra unionisti e secessionisti e che questi ultimi cercarono riparo all’interno della Casa dei sindacati cittadina, palazzo da cui e contro cui partì un lancio di moltov. Pure stavolta mancano elementi certi e non è chiaro di chi fu la responsabilità del rogo, ma è chiaro non si trattò di un attacco pianificato ad un simbolo politico in quanto tale.

Anche i partiti di estrema destra Svoboda, Pravi Sektor e il Partito Radicale erano e sono i principali accusati, dalla Russia e dal movimento d’opinione filo-russo, di essere gli autori della rivoluzione contro Viktor Janukovyč e della metamorfosi “nazista” dell’Ucraina. La modestia della loro forza elettorale-popolare (Svoboda ha un seggio in parlamento, Pravi Sektor zero, stessa cosa il Partito Radicale mentre il “famigerato” Battaglone Azov consta di soli 1000 uomini ed è stato peraltro assorbito nell’esercito regolare e svuotato della sua natura originaria) è una prova, ulteriore, dell’infondatezza del teorema. Numeri che appaiono ancor più trascurabili se si considera che l’Ucraina è un Paese sotto attacco da molti anni e che solo nel 1991 ha riacquistato la propria indipedenza dopo decenni di controllo straniero, tutti fattori che in genere tendono a favorire proprio il revanscismo e il nazionalismo.

L’accusa di nazismo e fascismo è, per concludere, un “tòpos” delle scuole propagandistiche di tradizione socialista, usata con frequenza dall’URSS come dalla Russia putiniana, negli ultimi anni anche contro baltici, polacchi, moldavi, georgiani, ceceni. E’ meglio nota come “proiezione” o “analogia”*, poiché associa il bersaglio ad un’immagine negativa e respingente. La leadership russa vi fa ricorso anche per far leva sul ricordo della “Grande Guerra Patriottica”, la Seconda Guerra Mondiale contro Hitler e i suoi alleati, ancora vivo e presente con tutto il suo carico emotivo.

*nei casi sopra descritti si può parlare altresì di “propaganda grigia” o di “mal-informazione”, cioè la distorsione e la manipolazione di fatti parzialmente veri

Approfondimento

“L’estrema destra in Russia e quella alleata della Russia”

Se è ben nota l’amicizia tra Vladimir Putin e formazioni di destra od estrema destra al di fuori dei confini della Federazione Russa si sa forse meno della presenza, all’interno del gigante euroasiatico, di sigle che guardano al nazismo ed al fascismo, e della loro contiguità con il Kremlino. Tra queste organizzazioni spiccano, in particolare, Mestnye (Locali) e Nashi (I Nostri), oltre ad una galassia di associazioni di skinhead.

Xenofobia

Nell’estate del 2007, Mestnye avviò una campagna per il boicottaggio dei taxisti non russi, attraverso volantini che mostravano un giovane , russo e biondo, rifiutare il servizio di un tassista dalla carnagione olivastra. Il volantino recitava lo slogan: “Noi non andiamo nella stessa direzione”.

Nel settembre 2007, sempre Mestnye organizzò una vera e propria trappola ai migranti che lavoravano in un mercato di Yaroslavskoe Shosse , nel nord est di Mosca, usando come esca l’offerta di un impiego in un cantiere edile. Giunti a destinazione, i migranti trovarono ad attenderli gi uomini dell’ufficio immigrazione, che misero le manette a 73 persone per ingresso illegale nel paese. Benché non vi sia un legame ufficiale tra queste iniziative e il governo, esse ricalcano comunque la linea di indirizzo del Kremlino in materia (nell’aprile 2008, Putin emanò un decreto con il quale veniva proibito ai lavoratori stranieri il commercio nei mercati al dettaglio della Russia).

La Putnjungend

Ufficialmente legato al presidente ed al suo partito, è invece Nashi, organizzazione giovanile con circa 120 mila iscritti, ribattezzata la Putinjugend, a richiamare la famigerata Hitlerjugend di Baldur Benedikt von Schirach . In un raduno estivo nel 2007, i suoi militanti di distinsero per un’agguerrita campagna diffamatoria nei confronti delle autorità estoni, con la distribuzione di materiale raffigurante i governanti di Tallin come fascisti (nel solco della tradizione propagandistica sovietico-russa) e le donne dell’opposizione nazionale come prostitute. Ancora, nel meeting venne promossa un’iniziativa “moralizzatrice”, che chiedeva alle ragazze la consegna della biancheria intima più succinta in cambio di indumenti ritenuti più morigerati.

Per aver partecipato ad un incontro con le opposizioni nel giugno del 2006, l’allora ambasciatore britannico Anthony Brenton venne invece perseguitato per mesi dai giovani di Nashi, con continue irruzioni durante i suoi suoi discorsi pubblici (i militanti bloccavano l’entrata e l’uscita degli edifici nei quali si tenevano i discorsi del diplomatico, fischiandolo ed insultandolo).

Pestaggi e intimidazioni

Nel 2006, l’assassinio nella città di Kondopoga di due russi in una scazzottata scatenò la reazione dei gruppo di naziskin del Paese, con pestaggi, intimidazioni e sabotaggi ai danni degli stranieri dalla pelle scura, che vennero cacciati dalla città. L’anno successivo, sempre i neonazisti aggredirono un gruppo di ambientalisti che ad Angarsk protestavano contro la realizzazione di un impianto di uranio voluto dal governo, ammazzando barbaramente un attivista.

Dal quadro, senza dubbio preoccupante, appena delineato, emerge come l’accusa di compromissione con l’ideologia nazifascista, punta di lancia del propagandismo putiniano, potrebbe e dovrebbe essere “girata”, invece, alla Russia dell’ex ufficiale del KGB, oggi molto più impregnata di estremismo nero rispetto a paesi come l’Ucraina o le piccole repubbliche baltiche, periodicamente (e ingiustamente) indicati dalla Russia e dai suo sostenitori esterni come terreni di coltura dell’ odio razzista e xenofobo.

Formazioni russe o filo-russe di estrema destra impegnate in Ucraina e nel Donbass:

La propaganda del Kremlino pone molto l’accento sul Battaglione Azov, unità pramilitare di estrema destra ucraina (circa 1000 uomini), tuttavia anche Mosca può contare nel fronte ucraino su forze paramilitari, numerose e ben organizzate, legate all’estrema destra, alla destra nazionalista e all’ultra-destra religiosa. Eccone una lista parziale:

-Battaglione RNU (l’equivalente filo-russi dell’Azov. Il suo simbolo richiama la svastica e dalle sue fila proveniva Pavel Gubarev , primo “capo di Stato” dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Doneck)

-Battaglione Svarozhich (o Battaglione di unificazione e rinascita slavo)

-Esercito russo orodosso

-Alba ortodossa (gruppo di volontari bulgari)

-Legione Santo Stefano (gruppo di volontari ungheresi

-Distaccamento Jovan Šević (gruppo di volontari serbi)

-Movimento contro l’immigrazione illegale

-Battaglione Rusich

-Battaglione Ratibor

-Interbrigades

-Sputnik e Progrom

-Movimento Imperiale Russo

-Brigata Oplot

-Brigata Kalmius

-Battaglione Voshod

-Battaglione Sparta

-Battaglione Varyag

-Unità continentale

-Esercito russo-ortodosso

-Battaglione Leshiy

-Battaglione Varyag

Oltre al già citato RNU, molti di questi gruppi riportano nei loro simboli una variante della svastica nazista, ad esempio i battaglioni “Rusich”, “Svarozhich” e “Ratibor”.

E’ inoltre da rilevare come molte compagini che si richiamano al comunismo sposino in realtà un nazionalismo radicale, incompatibile con il dettato marxista-leninista. Ecco cosa ha scritto in proposito Andrea Sceresini, inviato nel Donbass per Il Manifesto: « Quando sono andato per la prima volta in Donbass, nel 2014, speravo di poter raccontare una nuova guerra di Spagna. Mi ero lasciato illudere da tutte quelle bandiere (anche se veder sventolare una bandiera rossa su un tank invasore un po’ dovrebbe far riflettere), dagli slogan antifascisti e dal “No pasaran!” scritto a caratteri cubitali sulla “Doma administratsiya” di Donetsk. Ma poi avevo visto anche altre cose. C’erano le bandiere zariste, quelle putiniane, e c’erano i centinaia di volontari di estrema destra che erano venuti a combattere sotto quelle insegne. Ho poi capito che l’antifascismo, a Donetsk, è ben diverso dal nostro. L’antifascismo, per i russi, è l’Armata patriottica di Stalin che respinge l’invasore tedesco (deriva da qui il concetto di “denazificazione” utilizzato da Putin, che non significa la sconfitta del nazismo come ideologia reazionaria, ma più genericamente la sconfitta dei nemici della Russia). LA BANDIERA ROSSA simboleggia il potere imperiale sovietico, che aveva barattato l’uguaglianza col sogno di dominare il mondo. Perciò la falce e martello, a Donetsk, non era poi così in antitesi con i ritratti di Nicola II e le tesi dei suprematisti russi – e accorgersene, stando lì, non era per nulla difficile. Un giorno, dovendo trascorrere una mezza mattinata con un leader locale del Partito comunista del Donbass – e parlando io poche parole di russo e lui nessuna d’inglese – volli provare a fare un gioco. Gli elencai alcuni personaggi storici, chiedendogli di farmi capire chi gli piacesse e chi no. I nomi di Stalin e dell’ultimo zar furono accolti con un sonoro «karasciò». Più moderato fu l’entusiasmo per Mussolini – che in fondo li aveva invasi ma era pur sempre un nazionalista – mentre Lenin fu salutato con una mezza storta di naso. I più strapazzati furono Marx ed Engels, che il mio interlocutore bollò con un lapidario aggettivo – «Pederàst, finocchi». Ma in fondo è l’ironia delle parole, che una volta svuotate del concetto possono voler dire qualunque cosa. Così le insegne bolsceviche – che nel 1917 simboleggiavano l’unione della classe operaia mondiale contro la guerra – oggi vengono fatte sventolare da giovani coscritti che ammazzano altri giovani coscritti in nome della patria e dei sacri confini. » (Andrea Sceresini , “Per chi sventola la bandiera rossa nella terra contesa del Donbass”, Il Manifesto del 22 Marzo 2022)

L’estrema destra nella politica russa:

Forze di estrema destra e nazonaliste legalmente riconosciute e tollerate sono oggi attive anche nel panorama politico russo, come peraltro già evidenziato nella prima parte del contributo. Eccone una lista parziale:

-Partito Eurasia

-Block Fact

-Unione Euroasiatia della Gioventù

-Santa Rus

-Stato maschile sostiene il patriarcato e il nazionalismo russo

-Narodny Sobor

-Comitato Nazione e Libertà

-Alleanza Nazionale dei Solidaristi Russi

-Associazione di Resistenza Popolare

-Gol russo

-Unione dei portabandiera ortodossi

-Unione del popolo russo

-Partito Liberal Democratico della Russia (fondato da Vladimir Zhirinovsky nel 1992, è uno dei partiti più importsnti in Russia)

-Congresso delle comunità russe

-Grande Russia

-L’altra Russia, dello scrittore nazionalista EV Limonov

-Rodina

-Unione Nazionale Russa

Soft coercion: il soft power alla russa

Se il concetto di “soft power” è ormai noto, la stessa cosa non si potrà dire riguardo al “soft coercion”. La “via” russa al “soft power”, di questo si tratta, agisce per difesa a quella che percepisce come una minaccia (il “soft power” occidentale) e , altra differenza rispetto al primo, si basa su vettori e influencer scelti e diretti dall’alto.

Nikolaj Vasil’evič Ogarkov: l’uomo che previde la guerra “moderna”

Veterano della II Guerra Mondiale e Maresciallo dell’Unione Sovietica dal 1977 al 1984 quando fu improvvisamente messo da parte, Nikolaj Vasil’evič Ogarkov (1917-1994) comprese con due decenni di anticipo l’importanza, anche in ambito militare, dell’informatica. Ma non solo.

Consapevole del ritardo del suo esercito rispetto a quello americano e a quelli della NATO, il “groznyi soldat” (il “soldato formidabile”), questo il suo soprannome, pensò ad un approccio nuovo, in cui i moderni strumenti dell’infosfera avrebbero dovuto accompagnarsi ad una radicale ristrutturazione dell’Armata Rossa con la messa in campo di unità più snelle, più piccole e più dinamiche.

Precorrendo i tempi e colleghi come Gerasimov, Čekinov, Bogdanov e Šojgu, Ogarkov era in un certo senso già negli anni 2000, alle 4WG-5WG, alle info war, alle guerre ibride e grigie. Secondo alcuni storici, fu proprio per questo motivo che i vecchi e miopi “apparatčik” decisero di silurarlo.

La vergogna e l’orgoglio: il “Donbass moldavo”

Negli ultimi due mesi la Transnistria è tornata al centro dell’attenzione mondiale e questo per la sua funzione strategica (i russi potrebbero usarla come trampolino per attaccare da Ovest) come per il suo status di “Donbass moldavo”, che secondo alcuni analisti metterà la Moldavia nel mirino di Putin dopo l’Ucraina.

Questa repubblica “fantasma” senza riconoscimento internazionale, suggestiva anche perché all’apparenza ferma all’epoca sovietica, potrebbe diventare a breve protagonista della scena sostanzialmente per un rifiuto, quello dei romeni di Moldavia di essere e sentirsi romeni.

La triste vergogna di ciò che si è, di sé stessi detto più prosaicamente , che prima li spinse a “costruirsi” una lingua a tavolino e poi (nel 1990-1991) a staccarsi dall’ormai morente Repubblica Socialista Sovietica Moldava per paura che questa potesse tornare sotto Bucarest, ovvero a “casa”. Voler essere russi a tutti i costi, nonostante il proprio mondo sia altro e altrove.

Georgia 2008: la “prima volta” di Putin

La guerra in Georgia del 2008 viene considerata il giro di boa del putinismo, quando cioè il leader russo diede il via in grande stile alla sua politica muscolare anche oltre i confini del proprio Paese. Ma non solo. Per il massiccio ricorso a strumenti non-convenzionali come ad esempio gli attacchi hacker e per l’impiego limitato e circoscritto dei soldati (gli invasori trovarono scarsa resistenza anche perché la Georgia era stata letteralmente paralizzata dalle cyber-incursioni russe), si ritiene che quel conflitto sia stato la prima “infowar “russa in Europa*.

Una guerra “ibrida” (o “grigia” o di “quarta generazione” a seconda delle valutazioni), ovvero un approccio nuovo e più dinamico dove alla forza, che può divenire secondaria, si accompagnano i sabotaggi alle strutture informatiche, appunto, l’arma destabilizzatrice dei profughi, della propaganda e della disinformazione, le pressioni diplomatiche, ecc.

*in una cera misura pure la cyber-offensiva all’Estonia del 2007

Opinionisti ed “esperti”: maneggiare con cura

La nuova propaganda e il nuovo “soft power” (o il “soft coercion”) del Kremlino non si basano solo sulle “troll farm” (si pensi all’IRA), sui grandi network televisivi (si pensi a RT) e sulle agenzie stampa a diffusione planetaria (si pensi a Sputnik e Russia Beyond) ma anche sui think-tank; si pensi alla Kharkov News Agency, a New Eastern Outlook, al pittoresco South Front e, soprattutto, alla Strategic Culture Foundation.

Ma perché la Strategic Culture Foundation è così importante?

Lo è perché si presenta come autorevole e professionale e, soprattutto perché conta sulla collaborazione di diplomatici, studiosi e accademici occidentali. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che è stata bandita da Facebook, You Tube e Twitter con l’accusa di essere uno istrumento dei servizi segreti russi e di avere cercato di interferire nelle presidenziali americane.

Vediamo quindi come anche personaggi autorevoli, o in ogni caso forti di CV di indubbio peso e prestigio, possano diventare strumenti (involontari?) di Putin e dei suoi “cavalli di troia”.

Perché il problema non è il pacifismo (quello vero)

Ad essere “sub iudice” non è il pacifismo, in quanto tale (definizione generica ma che vuole indicare un valore comunque preziosissimo).

Ad essere “sub iudice” è quel pacifismo “intermittente”, con i se” e con i “ma”, che accetta ed esalta la resistenza armata, e persino la guerra di aggressione, a seconda del momento, delle circostanze e degli Attori in campo o che mette sullo stesso piano aggredito e aggressore. Perché è un pacifismo che non convince del tutto e dà l’idea di farsi partigiano, ma nell’accezione meno nobile del termine.

L’ANPI, le bandiere della NATO e quelle palestinesi

L’ANPI non è irrazionale quando chiede che ai cortei del 25 Aprile non vengano portate le bandiere della NATO, ammesso e non concesso che a qualcuno sia venuta un’idea del genere. Ciò dovrebbe tuttavia valere anche per le bandiere di quegli stati e di quei popoli che non solo non parteciparono alla guerra di liberazione ma i cui leader furono alleati dei nazi-fascisti e che oggi negano ad altri stati, democratici, il diritto ad esistere. Bandiere e vessilli che invece compaiono ogni anno, per scopi politici e propagandistici che nulla hanno a che spartire con la ricorrenza. Pensiamo alla cosiddetta Palestina, ma non solo.

Nota: L’ANPI deve capire che quella democrazia restituitaci dagli Alleati e dai partigiani (ormai pochissimi, anche all’interno nell’organizzazione) ha nel dialogo e nel confronto uno dei suoi fondamenti, perciò è del tutto fuori luogo rispondere con il vittimismo aggressivo alle critiche, invocare una sorta di principio di infallibilità o di lesa maestà in ragione della propria storia.