In principio furono la Cecenia e il Tibet: quella sinistra tra bombe e colombe

“Vietnam vince perché spara”; così recitava un slogan della sinistra negli anni ’60 e ’70. La resistenza armata dei nord-vietnamiti, esaltata e mitizzata come quella dei “palestinesi” , dei tupamaros, degli zapatisti, dei sandinisti, dei partigiani della II Guerra Mondiale. Da questo “pantheon” erano (e sono) tuttavia esclusi popoli come ad esempio i ceceni, gli afghani, i kosovari o i pacifici tibetani, trascurati quando non proprio apertamente osteggiati con accuse pesantissime e spesso false (nazionalismo, nazismo, revanscismo, fanatismo religioso, ecc).

L’incoerenza di una certa sinistra davanti alla questione, delicatissima e fondamentale, del diritto dei popoli e degli Stati all’indipendenza e all’autodeterminazione, non è, come vediamo, emersa con la guerra in Ucraina. C’è sempre stata, rumorosa e vivida, risultato di scelte tattico-strategiche discutibili e, andando ancor più in profondità, di una scarsa conoscenza di ciò che si è e si dovrebbe essere, delle proprie stesse fondamenta ideologiche. Costoro non conoscono sé stessi e non conoscono i loro teorici, non conoscono Marx e soprattutto non conoscono Lenin.

“Studiare, studiare, studiare!” (Vladimir Il’ič Ul’janov)

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