Se le atomiche più potenti sono quelle che non esplodono: il caso coreano

Subito dopo lo scoppio delle ostilità in Corea, Harry Truman diede luce verde all’invio di bombe atomiche e bombardieri strategici nella base filippina di Guam, facendo deliberatamente trapelare la notizia. Successivamente dichiarò nel corso di una conferenza stampa che l’uso delle bombe era “oggetto di attento esame”, e nel 1951 mandò altri B-29 e autorizzò il comandante della base a reagire con la massima arma in caso di attacco sovietico (questo in reazione ad un ammassamento delle truppe di Mosca al confine coreano).

Pochi giorni dopo silurò tuttavia il grande Douglas Mac Arthur, reo di aver invocato l’impiego di 30 atomiche sulla Cina qualora Pechino fosse entrata direttamente nel conflitto, mentre nel 1950 aveva costretto alle dimissioni il comandante dell’Accademia aeronautica che aveva ventilato l’ipotesi di un “first strike” preventivo contro l’URSS (la cosa non era in relazione alla guerra di Corea).

La dimostrazione muscolare di Washington serviva, lo abbiamo visto, come deterrente, ma non era sostenuta da una reale e concreta volontà di avvicinarsi alla “linea rossa”. Un “gioco di prestigio”, un esempio di PsyOps (operazioni di pressione psicologica), come ne stiamo vedendo da febbraio in Ucraina, da entrambe le parti.

Macché Russia! La genuinità “maldestra” di Conte

Dietro lo “strappo” di Giuseppe Conte non c’è stato probabilmente nulla di “nobile” o di “oscuro”, nessuna motivazione ideologica, nessuno scatto di orgoglio, nessun senso di rivalsa verso Draghi come nessuna macchinazione del Kremlino e della Russia.

Le tempistiche della crisi e la conseguente, ennesima, rottura creatasi all’interno del Movimento, sembrano suggerire che l’ex “premier” e i suoi, spaventati dagli esiti delle amministrative, abbiano cercato di inasprire lo scontro con Palazzo Chigi nel tentativo di recuperare consensi, senza tuttavia voler giungere ad una vera rottura. Il sistema del “dentro ma contro”, di nuovo, ma questa volta sfuggito di mano, anche a causa dell’intransigenza “anglosassone” (o dell’astuzia) dell’ex capo della BCE.

Non bisogna dimenticare che il grosso dei parlamentari grillini è costituito da giovanotti con poca o nulla esperienza politica (il loro stesso spin doctor è un ingegnere elettronico noto per aver partecipato al Grande Fratello), di conseguenza non sarebbe irrazionale aspettarsi da loro errori tattico-strategici ed ingenuità.

Cosa si nasconde dietro le (ridicole) minacce russe all’Alaska

Le minacce dello speaker della Duma agli USA sull’Alaska sono molto probabilmente un’operazione propagandistica per galvanizzare l’opinione pubblica russa (propaganda “interna”) e per mettere in allerta quella occidentale, per dare l’ida di una Russia forte e risoluta (propaganda “esterna”-PsyOps*).

Il ricorso, frequente, a sortite grottesche e farsesche come questa, rischia tuttavia di “macchiettizzare” alla lunga Mosca e il suo leader e di assuefare la platea occidentale, togliendo ogni credibilità alla retorica muscolare russa.

*Psychological operations, operazioni di pressione psicologica

I “denazificatori” in incognito: lo strano caso di SouthLoneStar

Nel marzo 2017 ci fu su internet una vera e propria offensiva contro una donna musulmana fotografata su ponte di Westminster subito dopo l’attentato e fatta passare dagli “hater” come indifferente alla tragedia (secondo i testimoni presenti sul posto era invece terrorizzata e in più al momento dello scatto stava telefonando ai familiari per rassicurarli).

La “shitstorm” era partita da un utente Twitter, all’apparenza un texano con il nickname SouthLoneStar*. Sospeso dal social da lì a poco, il suo account era invece riconducibile, come poi si sarebbe scoperto, all’IRA (Internet Research Agency, Агентство интернет-исследований ), la grande “troll factory” russa di Evgenij Prigožin, stretto collaboratore nonché amico intimo di Vladimir Putin.

Seguito da circa 5mila persone, SouthLoneStar aveva pubblicato oltre 4mila post di contenuto islamofobo, violento e a sostegno di Donald Trump e della BREXIT.

Il caso di questo profilo fasullo dimostra e conferma non solo le interferenze russe nella politica occidentale ma anche l’allineamento strategico del Kremlino alle destre più radicali o comunque nazionaliste e sovraniste.

*Lone star, ovvero la “stella solitaria”, è uno dei nomi della bandiera del Texas. La parola “south” stava invece a ribadire l’appartenenza del fantomatico texano ai valori del Sud

Se l’unica propaganda “giusta” è quella degli altri (russi e cinesi)

Il movimento d’opinione occidentale che guarda a Mosca, o comunque critico verso il blocco atlantico, pone molto l’accento sulla propaganda occidentale, sulla sua pervasività e sui suoi aspetti più discutibili. Costoro sembrano tuttavia dimenticare come anche la Russia, i suoi canali di appoggio e i suoi alleati vi facciano ricorso, e in modo ancor più massiccio ed opaco potendo contare su margini di manovra assai più ampi. In Occidente, e questo è innegabile, esistono infatti un pluralismo ed un contraddittorio impensabili in Russia oppure in Cina. Un simile doppiopesismo distopico è un effetto, l’ennesimo, della polarizzazione, del predominio dell’elemento ideologico (emotivo) su quello razionale.

I rossobruni: le mani libere della nuova Russia

Pur non prescindendo mai dalle esigenze della realpolitik e della raison d’état, fino al 1992 Mosca era comunque limitata, nel suo approccio strategico alla politica estera, dalla componente ideologica.

Oggi può invece muoversi in assoluta libertà e con assoluto pragmatismo, avvicinando, sostenendo e finanziando in linea teorica chiunque e qualsiasi tipo di progetto, purché funzionali agli interessi del Paese e del Kremlino.

L’innaturale “alleanza” tra destre e sinistre “radicali”, visibile nella questione ucraina ma non solo , è anche una conseguenza diretta di questo nuovo stato di cose, di questa nuova e aggiornata scelta di indirizzo.

Cosa dimentica il revanscismo russo: il caso DDR

Il 26 aprile 1989 si svolse un incontro sulla situazione dell DDR tra il diplomatico tedesco-orientale Bruno Mahlow e il capo settore del Dipartimento IV (Relazioni internazionali) del Comito centrale del PCUS Koptelcev. Pur raccomandando cautela, Koptelcev fece notare a Mahlow come la questione nazionale nella Germania Est non fosse mai stata risolta, a dispetto di quanto sostenuto dai suoi dirigenti, anche per il potere di attrazione che la superiorità economica della RFT esercitava sulla gente al di là del Muro. Koptelcev rincarò la dose: “Che la questione nazionale nella DDR sia ancora irrisolta è dimostrato dalla dichiarazione del compagno Honecker, secondo cui la questione dell’unità tedesca sarebbe completamente diversa, se si considera una possible vittoria del socialismo nella Repubblica federale. Al momento, tuttavia, un tale sviluppo non sembrerebbe all’orizzonte”.

A dispetto delle teorie di un certo revanscismo russo, secondo cui la riunificazione tedesca sarebbe stata un sopruso, addirittura illegale (si pensi alle recenti dichiarazioni a riguardo del ministro Lavrov), come possiamo vedere il destino della “Prussia rossa” era già stato deciso, e da Mosca, ben prima del 9 novembre/22 dicembre 1989 e del 3 ottobre 1990.

Fu la Russia, è bene ricordarlo, a volere l’autodeterminazione dei paesi satellite (Dottrina Sinatra) e delle repubbliche sovietiche (cosa che evitò uno scenario di tipo jugoslavo , ma ben più grave), innanzitutto perché ormai incapace di sostenere gli enormi costi di gestione di un apparato giunto ad una crisi ritenuta irreversibile.

Nota: Paradossalmente furono proprio le leadership dei paesi satellite e parte della loro opinione pubblica ad opporsi alla Dottrina Sinatra ed alle sue conseguenze. Già negli anni ’50, subito dopo la morte di Stalin, alcuni settori della dirigenza sovietica avevano ipotizzato l’abbandono dell’impero cosiddetto “esterno” e di riformare radicalmente il socialismo (si pensi a Malenkov e Berija).

Bombe al confine polacco: la guerra è vicina?

Quando i media sottolineano con enfasi che la Russia ha colpito una base nemica a pochi km dal confine polacco, quando parlano di attacco alle porte dell’Europa e della NATO, quando un giornale come Repubblica scrive: “Ucraina, attacco a Ovest. Mosca porta la guerra al confine della Nato”, lo scopo è alzare il livello della tensione (per motivi politici o di marketing), sottoponendo l’opinione pubblica ad una pressione sempre maggiore, facendola addirittura pensare al rischio di una Terza Guerra Mondiale, all’olocausto termonucleare.

Si parte cioè da una notizia vera, e in questo caso di per sé poco rilevante (in guerra è logico e normale attaccare le basi nemiche, indipendentemente dalle loro coordinate), ma se ne altera, con destrezza, la forma. Un esempio di “mal-informazione”, purtroppo sperimentato nei due anni di pandemia-sindemia.

La “sindrome da accerchiamento”: un problema non solo russo

La “sindrome da accerchiamento”* tra i motivi dell’operazione in Ucraina non è una prerogativa, un vulnus, della sola mentalità russa. Anche nel mondo occidentale, a ben vedere, è presente, e per certi versi più forte e diffusa.

Raccontarsi come perennemente in declino, guardare ad ogni avanzamento dei BRICS come ad un insopportabile e pericolosissimo smacco ed una certa sopravvalutazione della Russia (in realtà surclassata su quasi ogni aspetto), lo dimostrano, e le nostre politiche proiettive (anche oltre il diritto internazionale) ne sono una conseguenza diretta.

Lo stesso allargamento della NATO ad Est, a dispetto delle rassicurazioni fornite nel 1990 a Gorbačëv, rientra in questa “sindrome da accerchiamento” occidentale, sebbene in questo caso sia/fosse in parte giustificata dalla storia russa e dalla presenza di aggressivi revanscismi pure nella Russia eltsiniana.

*Accusata da Mosca da Ovest come da Est. Si tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

La crisi ucraina e quel tifo da stadio (ancora) che non aiuta

Se è vero che l’Italia e l’Europa devono guardare ai loro interessi diretti, tra i quali la questione del gas e dell’energia, è altrettanto vero che non è pensabile accettare che l’imperialismo russo travolga l’ex massa sovietica, spingendosi magari fino al Danubio. E non lo è per ragioni etico-morali ma pure economico-strategiche, a differenza di quel che una certa propaganda filo-russa vorrebbe far credere. La realpolitik impone tuttavia anche l’ascolto delle richieste del Kremlino, dall’espansione della NATO ad Est alla tutela delle minoranze russofone oltreconfine, talvolta ignorate dall’Occidente e dai sui partner.

Crisi come quella ucraina sono, in sintesi, troppo complesse e delicate per un approccio ideologico e univoco, per il pregiudizio aprioristico. Caleidoscopi in cui i torti e le ragioni si fondono e confondono, ed è per questo che è necessario mantenere la razionalità del buonsenso.