Appunti di storia e di presente: Ipotesi d lancio (incredulità alta)

Se con la formula “launch on attack” si intende una risposta nucleare solo con la certezza di un primo colpo nemico, con la formula “launch on warning” si intende invece un primo colpo preventivo, in caso di supposto pericolo.

Sposata la seconda opzione da Chruščëv come dottrina, Bréžnev la abbandonerà, anche su suggerimento dei vertici militari che chiedevano una modernizzazione ed una riorganizzazione delle forze nucleari una volta raggiunta la parità strategica con l’Occidente.

Va però detto che il sistema di sorveglianza sovietico mostrò comunque delle pericolosissime lacune fino all’ultimo (stessa cosa quello russo), basti pensare agli equivoci del 1983: 1 settembre (abbattimento di un Jumbo coreano scambiato per un velivolo-spia americano), 26 settembre (il sistema radar di rilevamento precoce di attacco nucleare di Mosca registrò per errore un lancio di missili balistici intercontinentali dalle basi degli Stati Uniti*) e novembre (l’esecitazone NATO “Able Archer 83” venne scambiata per un attacco imminente).

*Incidente dell’equinozio d’autunno

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Appunti di storia : La “profezia” di Reagan

Già negli anni ’60, Ronald Reagan fu uno dei pochi a predire che l’URSS avrebbe vissuto uno scontro tra i politici e i militari, da un lato, e i cittadini-consumarori (frustrati) dall’altro. Oltre a non permettere a Mosca di inseguire un eventuale riarmo americano e occidentale su ampia scala, questo conflitto avrebbe portato al crollo del regime sovietico.

La Storia validerà la tesi di Reagan, il quale riuscì a trascinare nelle secche l’avversario proprio con una politica di massiccio riarmo (che ebbe anche lo scopo di ridare fiducia agli americani ed agli alleati).

Nota: numerosi “addetti ai lavori”, come ad esempio gli analisti dei servizi segreti occidentali, avevano comunque previsto già allora il crollo del blocco orientale entro breve tempo

Appunti di comunicazione : Il rossobrunismo, in tutte le sue grottesche contraddizioni

(foto scattata durante una manifestazione per la pace)

Contraddizioni tragiche, anche, poiché risulta evidente come una parte della sinistra non abbia mai superato il trauma del 1989/1992, trincerandosi in un’idea “romantica” e novecentesca della Russia che è però lontanissima dalla realtà odierna.

La Russia di oggi non è quella del 1917 o del maggio 1945, ma in sostanza il suo esatto opposto. In barba a Lenin, di essa rimane un imperialismo che ha però come carburante l’interesse economico ed il revanscismo nazionalista.

USA e URSS contro la Cina: la guerra che non fu

La prima detonazione atomica cinese, nell’aprile 1964, rappresentò un vero e proprio schock per l’amministrazione Johnson, orientata (come la precedente) alla stabilizzazione del rapporto con l’URSS nei termini del consolidamento e del mantenimento dell’equilibrio nucleare. A tal proposito, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale McGeorge Bundy disse che la “bomba” maoista era “l’ unica, più grande minaccia allo status quo nei prossimi anni”.

Per questo motivo, un mese prima del test Lyndon Johnson aveva inviato* all’ambasciatore sovietico negli Stati Uniti Anatoly Dobrynin la proposta di un attacco congiunto americano-sovietico contro le installazioni nucleari cinesi. Idea bocciata dal diplomatico (il quale aveva risposto che la capacità nucleare della RPC era ormai una “conclusione scontata”) nonostante le fortissime tensioni tra Mosca e Pechino, destinate da lì a pochi anni a sfociare in un conflitto armato, sebbene limitato e circoscritto.

Già un anno prima, per la precisione nell’estate 1963, l’amministrazione Kennedy aveva recapitato la stessa proposta ai sovietici, tramite l’ambasciatore a Mosca Averell Harriman.

La Cina divenne così la quinta potenza nucleare, in un momento storico che vedeva quasi tutti i Paesi di una certa importanza (Germania Ovest e Italia comprese) cercare di dotarsi di un proprio arsenale atomico.

*sempre tramite Bundy

Il pacifismo “strategico” dagli Euromissili all’Ucraina

Le proteste dei pacifisti occidentali a seguito dello schieramento dei missili USA-NATO IRBM Pershing-2 e BGM-109 Tomahawk in Gran Bretagna, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Belgio e Olanda agli inizi degli anni ’80, tendevano a trascurare nel loro discorso il decisivo elemento causa-effetto, ovvero come il blocco atlantico avesse assunto quella postura in reazione al precedente schieramento, da parte sovietica, degli SS-20* (non a caso la mossa sovietica aveva suscitato risposte molto meno robuste). L’Occidente e solo l’Occidente era irresponsabile, l’Occidente e solo, o prima, l’Occidente doveva fare un passo indietro.

Oggi notiamo qualcosa di simile, con un segmento importante (e stavolta politicamente trasversale) del pacifismo che invoca la fine delle ostilità ma ne dimentica ed omette le ragioni, quando non giustifica in maniera aperta Mosca.

Un simile approccio, innanzitutto se non esclusivamente ideologico e politico e senza dubbio superficiale, danneggia le istanze pacifiste in relazione al conflitto in Ucraina, e ciò nel loro complesso, facendole apparire secondarie, insincere e strumentali, degli escamotage a vantaggio di Putin e per di più adesso che la situazione sembra volgere al peggio per le truppe della Federazione Russa.

*dal 1977

Michail Gorbačëv e i vantaggi di una sconfitta: una chiave di lettura per il futuro?

Riconoscendo l’errore di aver invaso l’Afghanistan e ritirando le truppe, Michail Gorbačëv perse, sì, la guerra e la credibilità davanti al regime collaborazionista del PDPA , ma sull’altro piatto della bilancia ottenne vantaggi ben più importanti e pesanti.

Più nel dettaglio:

-risolse il problema dell’emorragia di uomini (oltre 1 milione), mezzi e denaro derivata dal conflitto (a tal proposito non andrà dimenticata la questione, spinosissima, del mancato o inefficace reinserimento dei reduci, spesso respinti dalla società)

-rilanciò la credibilità internazionale dell’URSS

-fece diminuire la diffidenza dei paesi vicini e del Terzo Mondo, ma più in generale della comunità mondiale, verso Mosca

Un passo non troppo difficile per l’uomo della perestrojka, se si considera che non era stato lui ad iniziare la guerra ma Leonid Brežnev.

Non è quindi irrazionale ipotizzare che un successore di Putin farà altrettanto con l’Ucraina, qualora il confronto militare con Kiev dovesse protrarsi a lungo, impantanando i russi come 40 anni fa.

Quando Mosca lavò i panni sporchi in pubblico (nell’acqua dei fiumi kazaki)

Nel gennaio 1987 la decisione di silurare il Primo Segretario del PCUS kazako, il brezneviano e corrotto Dinmuchamed Achmedovič Kunaev, e di sostituirlo con un russo, il gorbacioviano Gennadij Vasil’evič Kolbin, diede origine a grandi malumori in tutta la Repubblica Socialista Sovietica Kazaka (fomentati anche dallo stesso Kunaev), destinati a sfociare a dicembre in scontri di piazza che richiesero l’intervento non solo delle milizie locali ma pure dei reparti speciali del Ministero dell’Interno e l’imposizione del coprifuoco.

Allontanandosi da una tradizione improntata alla più assoluta riservatezza, Mosca diede ampio risalto mediatico alla crisi, e questo sia per evidenziare la differenza tra il nuovo córso gorbacioviano ed il passato sia per lanciare un monito alle altre repubbliche asiatiche.

I moti kazaki del 1987, e quelli del giugno 1989 contro gli immigrati delle zone del Caucaso (accusati di avere salari e condizioni di vita migliori), dimostrano quanto drammatiche fossero le tensioni etniche nell’URSS e quando il gigante euro-asiatico fosse un’unione solo in via formale*.

*i kazaki, che protestavano anche contro il carovita e la scarsità di beni di prima necessità e di consumo, arrivarono a chiedere la deportazione degli immigrati caucasici (azeri, armeni, lezghini, ecc) nelle loro terre di origine

Quei manager dallo stile sovietico

In data 30 giugno 1987 il Soviet Supremo promulgò la legge sull’ “Impresa di Stato”, tre capitoli, venticinque articoli ed un preambolo contenenti la nuova organizzazione dell’economia sovietica.

Concorrenza, competizione, autodeterminazione, valorizzazione del merito, liquidazione delle impese improduttive e distribuzione dei profitti in base al merito erano i passaggi-chiave della riforma, per mettere l’economia sovietica al passo con i tempi e con l’Occidente e superare quella penuria e quella scarsa qualità dei beni di consumo da sempre tra le grandi debolezze del gigante euro-asiatico.

Si muoveva in questo senso pure il progetto di legge sul “Sistema Cooperativo in URSS”, pubblicato pochi mesi dopo (6 marzo 1988).

Benché vincolata ai pani quinquennali e annuali, al principio del “centralismo democratico” e ai dettami fondativi del Socialismo, la riforma poggiava su ambizioni e obiettivi sotto certi aspetti impensabili anche in taluni paesi occidentali, ieri come oggi.

La “patata bollente” afghana e quella ucraina

“Con l’intervento (in Afghanistan, ndr) abbiamo commesso una delle più pesanti violazioni alla nostra legge, al nostro partito ed alle norme del diritto […] la decisione è stata presa alle spalle del popolo […]”

Queste le parole del Ministro degli Esteri dell’URSS Eduard Shevardnadze, nel corso di un intervento davanti al Soviet Supremo il 23 ottobre 1989.

Shevardnadze aggiunse poi che né lui né Gorbačëv, a quei tempi (1979) membri candidati del Politburo, erano stati avvisati della cosa.

Il giorno seguente gli fece eco il portavoce del governo sovietico Gennadi Gerasimov, il quale davanti ai microfoni della ABC “scaricò” la responsabilità di quel conflitto su Leonid Brežnev, sull’allora Ministro della Difesa Dmitrij Fëdorovič Ustinov e sull’allora Ministro degli Esteri Andrej Gromyko (nel frattempo tutti deceduti): “[…] a decidere furono in tre o forse, al massimo, in quattro […] stiamo ancora indagando su chi siano stati i veri responsabili […]”

Se è possibile che Shevardnadze e Gorbačëv non fossero stati avvisati del “blitz”, poi trasformatosi in una disastrosa guerra di logoramento per Mosca, è invece da escludere vi si fossero opposti pubblicamente. Al contrario, Gorbačëv rilanciò l’impegno militare, almeno nei primi mesi della sua leadership. Adesso, tuttavia, rinnegavano la linea dei loro predecessori (e i loro predecessori stessi), grazie al fatto di non essere stati coinvolti nelle decisioni del 1979, di non esserne sostanzialmente responsabili. Una “lezione” della Storia, che potrebbe risultare utile anche nell’analisi della questione ucraina; se infatti è vero che Putin “non può perdere”, ossia che non accetterà mai uno smacco plateale, è altrettanto vero che per i suoi successori la questione avrà un significato diverso, consentendo loro di gestirla con maggior pragmatismo e maggior equilibrio proprio come fece Gorbačëv con l’Afghanistan rispetto a chi era venuto prima di lui.

L’URSS e il nodo-NATO dopo la fine della Guerra Fredda

Quella telefonata di 32 anni fa

“Secondo punto: l’adesione alla NATO della Germania. Il minimo su cui occorre insistere è la non partecipazione della Germania a un’organizzazione militare, come per esempio non vi prende parte la Francia. Il minimo del minimo è almeno il non stanziamento di armi nucleari su tutto il territorio tedesco. Secondo i sondaggi, l’84 percento dei tedeschi è per la denuclearizzazione del Paese”

Così Valentin Mikhailovich Falin, consulente del Kremlino per la questione tedesca, nel luglio 1990 durante una telefonata con Michail Gorbačëv (gli altri due punti riguardavano questioni di natura legale, burocratica ed economica). Il segretario del PCUS concluse tuttavia la conversazione dicendo: “Farò tutto il possibile, ma temo che ormai abbiamo perso il treno.”

Le parole di Falin dimostrano come l’URSS avesse effettivamente pensato ad una serie di richieste per contenere l’ampliamento della NATO e l’influenza atlantica oltre i perimetri tracciati nel 1943/1945, mentre l’atteggiamento di Gorbačëv sembrerebbe confermare la tesi secondo cui tra l’Occidente e l’Unione Sovietica non vi sia mai stato alcun accordo in merito (sebbene lo stesso padre della perestrojka e diversi ex leader d’oltrecortina ne abbiano parlato in diverse occasioni).

E’ da notare come nel febbraio dello stesso anno anche Walter Momper, allora sindaco di Berlino Ovest, avesse elaborato una proposta in nove punti sulla riunificazione tedesca che prevedeva la smilitarizzazione completa della vecchia DDR.