Con la nascita del Regno d’Italia la Nazione ritrovava la sua unità politica e formale, dopo secoli di divisioni ed occupazioni straniere, ed all’interno di una cornice liberale. E’ quindi una data di grande e decisiva importanza, senza la quale non sarebbero esistiti nemmeno il 25 Aprile o la Costituzione del 1948 o lo stesso 2 Giugno (la Resistenza veniva non a caso accostata al Risorgimento, pure dagli stessi partigiani).
Le polemiche sulla proposta di Ignazio La Russa svelano, di nuovo, l’avversione incomprensibile di una parte della politica italiana e del Paese-Italia per tutto ciò che è legato all’identità nazionale ed alla sua salvaguardia, anche se e quando estraneo al Ventennio mussoliniano o ad anacronistici rigurgiti nazionalistici.
Un atteggiamento che è innanzitutto autolesionistico, ragion per cui trova scarse e sporadiche analogie all’estero.
“L’abilità di andare fino all’estremo senza entrare in guerra è l’arte necessaria. Se tenti di ritrarti, se temi di andare fin sull’orlo del precipizio, sei perduto. Dovremmo guardarlo in faccia”; così il Segretario di Stato americano John Foster Dulles nel 1956, ad un giornalista che gli chiedeva in quali situazioni gli USA pensassero all’utilizzo di armi nucleari. Era la cosiddetta “brinkmanship”.
Si tratta, nello specifico, di una pratica di pressione psicologica antica ma divenuta famosa durante la Guerra Fredda, quando sia Washington che Mosca vi ricorrevano per ottenere un risultato spingendo situazioni critiche fino ai bordi della “linea rossa” (con esercitazioni militari, movimenti di truppe, minacce, progettazione di nuove armi micidiali, ecc) di ma di fatto senza volerla calpestare ed oltrepassare mai*.
Oggi, nel teatro ucraino, la “brinkmanship” è tornata protagonista nella politica e nella comunicazione del blocco atlantico e (soprattutto) del Kremlino, ma come abbiamo detto non è niente più che un gioco di prestigio, un mostrare i “funghi” proprio per non doverli cucinare e mettere in tavola.
*potrebbe essere considerata una sua “evoluzione” la “Teoria del pazzo” nixoniana
Dietro al rilancio dell’ “offensiva” pacifista (la pace è sempre auspicabile ma devono dar prova di volerla entrambe le parti) potrebbero esservi motivazioni sincere e genuine, tuttavia le sue tempistiche sembrano suggerire altro od anche altro.
Non è infatti da escludere che alcuni settori del pacifismo siano legati a Mosca, proprio come avveniva ai tempi della Guerra Fredda (si pensi alla vicenda degli Euromissili), e che ora che è in difficoltà Mosca li stia usando e muovendo per ottenere la pace e quindi il congelamento del fronte, o comunque un cessate il fuoco così da riorganizzarsi.
L’asse portante di tale strategia è/sarebbe il “solito” spettro nucleare*, agitato anche qui secondo una tradizione ben nota ma senza l’intenzione di passare ai fatti.
*Putin “con le spalle al muro” (magari ricordando il suo racconto sul topolino), Putin che “non può accettare una sconfitta”, le pressioni dei “falchi”, la dottrina nucleare russa in merito agli attacchi al tenitorio nazionale, il pericolo escalation a causa delle nuove forniture di armi, ecc
Alla fine degli anni ’50, gli analisti statunitensi Bernard Brodie, William Kaufmann e Albert Whohlstetter suggerirono un netto cambio di passo nella dottrina nucleare e militare del Paese, più nel dettaglio il superamento dell’idea della rappresaglia massiccia a vantaggio di guerre di contenimento limitate, sul modello coreano.
Guerre che non cercassero la vittoria ad ogni costo e come unico obiettivo, ma più che altro lo stallo dell’avversario e di inviargli “messaggi” e “avvertimenti”.
Una linea condivisa anche dalla celebre Rand Corporation, che in caso di conflitto con Mosca proponeva di colpire solo obiettivi “counterforce” (militari), e aderente alla “Teoria dei Giochi”. Poi applicata sul campo (non solo dagli USA), lo è oggi nel teatro ucraino, dove il blocco atlantico sembra cercare di contenere, sfibrare e “avvertire” la Federazione Russa pur non partecipando in modo diretto alle ostilità.
*Think tank statunitense fondata nel 1946 e molto nota proprio per i suoi studi sulla “Teoria dei Giochi” in relazione alla geopolitica
Il ritratto di Benito Mussolini è esposto al MISE insieme a quello degli altri ministri per lo sviluppo economico, carica che il Duce ricoprì dal 1932 al 1936 (all’epoca si chiamava Ministero per le corporazioni).
Per lo stesso motivo, la sua immagine è presente a Palazzo Chigi accanto a quella dei capi di governo post-unitari, nella sede del Ministero della Difesa (dicastero che presiedette dal 1922 al 1929 e dal 1933 al 1943, quando si chiamava Ministero della Guerra) e in quella del Ministero degli esteri (fu più volte capo della diplomazia italiana dal 1922 al 1943).
I suoi incarichi ed il suo ruolo nella vita del Paese sono dunque Storia, realtà fattuale e concreta che non è possibile ignorare. Altra cosa è la celebrazione, ma pretendere di cancellarlo con un colpo di spugna non sarebbe solo un approccio anti-scientifico ma significherebbe rifiutare, quello sì, di fare i conti con il proprio passato, commettendo lo stesso errore della Germania Orientale. Affrontate il proprio passato è invece saperlo guadare in faccia, analizzarlo e gestirlo in modo lucido e razionale senza suggestioni emotive ed approssimazioni partigiane.
La polemica bersaniana cerca di sfruttare con malizia l’onda lunga di quella sui vecchi busti del Duce di Ignazio La Russa ma palesa tutta la difficoltà di una certa sinistra, debole e confusa sul piano del contingente immediato e prossimo e di conseguenza costretta a ripiegare su altro, nello specifico su una tematica anti-fascista abusata e perciò svilita e resa sempre meno credibile (a danno di tutti).
L’auspicio è che non si arrivi anche da noi all’inquietante paradosso della “cancel culture” d’oltreoceano, con i monumenti e i ritratti di imperatori, sovrani e navigatori mandati a raccogliere la polvere nelle soffitte e negli sgabuzzini.
Nota: in Italia la toponomastica omaggia ancora l’Unione Sovietica, Lenin e Tito
Il caso Paola Egonu può essere visto come un gigantesco esperimento di psicologia sociale. Mettendo da parte ogni considerazione su chi fa politica in modo diretto ed attivo, per il quale la strumentalizzazione è cosa ovvia e scontata, “comprensibile” se così si può dire, abbiamo visto come persone solitamente riflessive e razionali, abituate ad approcciarsi ai fatti con cautela e prudenza, si siano abbandonate a giudizi affrettati accusando un intero Paese di razzismo sulla base delle dichiarazioni a caldo della pallavolista. Questo benché lei stessa non avesse e non abbia mai precisato chi, quando, con quali intenzioni, con quale tono e in quali circostanze le avesse rivolto quella a domanda (oltretutto sembra sia stato un giornalista straniero) e benché subito dopo il match si sia lamentata delle critiche, ma di natura sportiva, dei giornalisti, confermando una sua abbastanza nota “allergia” alle contestazioni e legandole in un certo senso alla decisione di prendere una pausa dalla Nazionale.
Ciò dimostra e conferma come anche i soggetti più equipaggiati siano vulnerabili alle sollecitazioni dell’ideologia e della partigianeria politica (sul web e fuori), non diversi da chi sembra dotato di mezzi meno solidi e magari per questo bersaglio di attacchi ed ironie.
Il “Messaggero” fa passare un’esercitazione (o una manovra di pressione psicologica) russa come un imminente attacco nucleare, come un’imminente Terza Guerra Mondiale. La strategia del terrore veicolata dai media, che abbiamo abbondantemente sperimentato ai tempi del COVID, torna e si ricicla adattandosi al nuovo scenario.
Al di là delle sue motivazioni (commerciali o politiche), un pessimo esempio di informazione ed un affronto alla deontologia. Si crea il panico e si confonde, di nuovo, causando danni sociali terribili, di nuovo.
Nessuno sarà nemico dell’ Italia come un italiano. E infatti “The Economist” è del gruppo Agnelli e infatti i commenti dei britannici sul web tendono a criticare la copertina. Da notare come la silhouette dello scudo richiami astutamente quella del logo storico della FIAT.
Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sull’Ucraina non sono una bizzarria, non sono la conseguenza di una demenza senile come qualcuno le ha frettolosamente e superficialmente liquidate. Aderenti alla narrazione russa e filo-russa rispondono, al contrario e come sempre, ad una scelta comunicativa e tattica ben ragionata. Ecco perché non è da escludere che gli audio “incriminati” siano stati fatti filtrare di proposito.
Vistosi chiuso nel campo moderato dal Terzo Polo e in parte dallo stesso PD, l’ex Cavaliere (che moderato non lo è stato mai) cerca infatti di recuperare terreno presso il suo elettorato storico e più in generale in quello di centro-destra, tendenzialmente non ostili a Mosca, e in un momento che vede l’opinione pubblica italiana molto più tiepida verso Kyïv (all’inizio dell’invasione aveva non a caso condannato le scelte di Putin). In questo gioca anche sul fatto che la Meloni, costretta ad una svolta “istituzionale” ed atlantista adesso che si avvicina a Palazzo Chigi, perderà giocoforza popolarità, come accade a tutti i leader e a tute le compagini che raccolgono il voto di protesta appena entrano nella “stanza dei bottoni”.
In un Paese abbastanza spaccato sulla guerra, per un cittadino che lo bollerà come un arteriosclerotico scappato dalla casa di riposo ne troverà un altro che gli darà ragione. Anche a sinistra.
Domani potrebbe cambiare di nuovo idea ed approccio, a seconda delle circostanze. Sotto questo aspetto può ricordare Giuseppe Conte (anzi, è Conte che ricorda Berlusconi), anch’egli capace di stravolgimenti di fronte disinvolti, rapidissimi e clamorosi, con risultati spesso notevoli.
Il fatto che la prima Presidente del Consiglio della storia unitaria sarà Giorgia Meloni è una beffa per la sinistra che nemmeno la mente più audace avrebbe potuto immaginare. Una beffa che però dovrebbe trasformarsi in una lezione. Forse la sinistra dovrà andare ben oltre gli asterischi di genere e la “schwa”, forse dovrà maturare una posizione più chiara e coerente di fronte alle violazioni dei diritti delle donne e delle minoranze quando esse si verificano fuori dal mondo occidentale. Capire per quale motivo la “donna della strada” voti molto spesso e da molto tempo altrove e non si senta rappresentata e tutelata da loro.