La condizione di immigrato (al di là della “generazione”) porta spesso con sé una serie di difficoltà e problematiche oggettive di natura psicologica, sociale ed economica, oltre a difficoltà di inserimento causate dalle profonde differenze strutturali tra la propria cultura di origine e quella della “nuova patria”.
Rifiutarsi di accettarlo e di agire di conseguenza, è un atteggiamento anti-scientifico ed irresponsabile che finisce col portare linfa proprio a quel razzismo e a quel pregiudizio che si vorrebbero combattere.
Fa sorridere (per non scendere nel triviale) vedere alcune ex virostar e il movimento d’opinione che le appoggiò e idolatrò, storcere il naso per l’offensiva allarmistica di una parte dell’informazione e degli opinionisti in camice in relazione all’Hantavirus. Nel biennio infodemico, questi “nuovi indignati” furono infatti i primi a veicolare una comunicazione ansiogena ed aggressiva, sordi ai moniti (si ricorderanno le emoticon con la risata sui social) di chi li avvertiva del fatto che, da lì a poco, i media avrebbero cominciato a rivolgersi contro di loro, ad esempio enfatizzando ogni minima falla nei vaccini e nel sistema vaccinale.
Un modus operandi che ha contribuito, insieme ad altri elementi, ad aumentare la sfiducia del cittadino verso le istituzioni, a distruggere il patto di fiducia e la coesione sociale. Se un giorno dovesse affacciarsi una nuova epidemia/pandemia, far accettare eventuali misure di contenimento presenterà difficoltà drammatiche e forse insuperabili, proprio a causa delle storture, degli eccessi e degli abusi del 2020-2022.
Nota: in questi giorni pubblicherò a riguardo alcuni passaggi di un ampio studio che sto preparando per alcune testate di settore
L’ennesima sparata di Trump, stavolta sulle Falkland, non solo è irricevibile sul piano morale (si tratta di una capricciosa ritorsione ad una freddezza britannica sul caso Iran, peraltro innestata da precedenti provocazioni dello stesso tycoon), ma anche del tutto priva di concretezza sul piano giuridico (secondo il diritto internazionale, l’arcipelago appartiene di diritto alla GB) e politico-militare (Londra mantiene una schiacciante superiorità in questo senso sugli argentini, ma aizzare Benos Aires e poi far venire meno il sostegno all’alleato storico sognerebbe una frattura insanabile).
Una riflessione a parte merita invece quella parte di sinistra che, pur di dare contro a Londra, appoggiava e continua ad appoggiare le ambizioni predatorie di una dittatura fascio-militare.
Nota: le Falkland non sono mai state argentine, la loro popolazione è per la quasi totalità britannica ed anglofona ed ha già espresso la volontà di rimanere sotto la corona.
I riferimenti alla lotta partigiana e all’anti-fascismo (ad esempio “Bella ciao”, brano che pure è stato associato solo in un secondo momento al 1943-1945), dovranno essere dosati con estrema cura, altrimenti potrebbero perdere la loro “potenzialità sacrale”, la loro forza simbolica e di impatto (meccanismo di “assuefazione”, di “saturazione cognitiva” e di “svuotamento semantico”)*.
Sul piano prettamente elettorale, se da un lato certi richiami compatteranno l’elettorato di centro-sinistra “solido”, la loro base, dall’altro rischieranno di allontanare gli altri, i “potenziali”, che vedranno nel “campo largo” un’opzione obsoleta ed ancorata al passato o, peggio ancora, che fa un utilizzo strumentale e opaco di quell’esperienza storica.
*questo soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui il Ventennio trova ancora consensi e vede benevoli revisionismi
L’infatuazione della sinistra italiana per un leader spagnolo, stavolta Pedro Sánchez, ha origini psicologiche, storiche e sociali profonde, tuttavia rischierà di tramutarsi, di nuovo, in una delusione.
Oltre alle sue contraddizioni e zone d’ombra, Sánchez è infatti anche un modello difficilmente raggiungibile per il “campo largo”, questo perché:
1) la Spagna ha una capacità di manovra maggiore dell’Italia rispetto agli USA ed alla NATO, non essendo stata liberata dagli Alleati (al contrario, Washington fu tra i massimi garanti fi Franco in funzione anti-comunista) e non avendo perso ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale
2) la Spagna ha un peso geopolitico minore rispetto all’Italia, cosa che rende un suo smarcamento meno problematico
3) socialdemocratico, Sánchez è un europeista ed un sostenitore di Kyïv, come peraltro i suoi due principali alleati (PSC e, seppur in misura minore, SMR), mentre un segmento rilevante del “campo largo” è filo-russo (se non proprio legato a Putin in modo diretto) ed euroscettico
Un intreccio di fattori, insomma, in parte indipendenti dalla volontà del centro-sinistra italiano, ma in parte determinati da differenze radicali con il premier iberico e la sua compagine di governo.
Per un vero credente cattolico, il Papa è la massima autorità religiosa e spirituale terrena, vicario di Cristo ed infallibile, ragion per cui dovrebbe essere sempre dalla sua parte nel momento in cui viene attaccato, a maggior ragione da un politico e per meri motivi politici (ed ancor più a maggio ragione se e quando il suddetto politico crea e diffonde immagini blasfeme).
Per lo stesso motivo, un autentico patriota dovrebbe schierarsi sempre con il proprio governo, al di là del suo colore, e con il proprio Paese, quando un leader straniero cerca di mettere in atto delle interferenze, indebite e potenzialmente destabilizzanti.
Se questo non succede, in entrambi i casi, significa che quella fede e quel patriottismo non sono autentici od abbastanza solidi, che sono subordinati ad un elemento tiranno che è l’ “idea”, l’ idea politica.
Non va del resto dimenticato come a muovere i meccanismi del coinvolgimento ideologico/politico siano veri e propri processi cerebrali, potentissimi, di natura strutturale (ad esempio in capo all’amigdala ed alla corteccia prefrontale) e biochimica (ad esempio in capo all’ossitocina ed alla dopamina), oltreché sociali e psicologici (identità, appartenenza, difesa dalla minaccia).
Ciò detto, la solidarietà di Elly Schlein a Giorgia Meloni non è, a nostro avviso, sentita ed autentica, ma funzionale alla contrapposizione a Trump e Netanyahu. La stessa considerazione vale per le difese di Papa Leone provenienti dalla sinistra anti-clericale.
Approfondimento
Una certa destra patriottica, messa alla prova
Se non si può mettere in dubbio che un settore non trascurabile della sinistra italiana si sia sempre dimostrato “tiepido” riguardo il tema identitario e patriottico, innanzitutto per effetto del tabù dell’esperienza fascista e di un’interpretazione strumentale dell’internazionalismo marxiano, è altrettanto vero che alcuni elementi fanno pensare quanto, anche a destra, l’afflato verso la Nazione sia spesso più che altro un feticcio propagandistico, un contenitore vuoto.
Più nel dettaglio, alcuni esempi:
-l’alleanza con forze, sia nazionali che locali, dichiaratamente anti-unitarie
-l’ambiguità verso i nazisti colpevoli di crimini e stragi contro i civili italiani o persino la loro difesa (“era la guerra”, “fu una reazione legittima agli attacchi partigiani”, “sono passati tanti anni”, ecc). Di contro, le vittime delle foibe vengono ricordate soprattutto perché vittime dei comunisti jugoslavi.
-la rivalutazione, umana e politica, del colonnello Gheddafi, additato dalle destre per un quarantennio come tra i principali nemici degli italiani, insieme al maresciallo Tito
Ciò dimostra come l’ “idea”* venga molte volte, per costoro, prima dell’italianità, della tutela della loro patria e dei loro connazionali. In tal senso sono, sotto certi aspetti, “internazionalisti”, simili ai comunisti, poiché tra una vecchina rastrellata e uccisa alla Ardeatine ed un ufficiale del Brandeburgo si sentiranno più vicini a quest’ultimo, tra un piccolo imprenditore brianzolo che chiude strangolato dai dazi ed un politico newyorkese staranno dalla parte del politico newyorkese, per una comunione valoriale.
Il patriottismo autentico e più solido è forse ascrivibile ai moderati, tanto di centro-destra quanto di centro-sinistra; non “coreografico”, è tuttavia privo di legacci e condizionamenti ideologici e si fa sentire al bisogno, quando opportuno (si pensi ad un Trudeau o ad una Marin).
In riferimento all’uccisione del povero Giacomo Bongiorni, molti stanno proponendo soluzioni di tipo pedagogico, indicando società, scuola e famiglie come primi e/o unici responsabili.
Se, pur con i limiti del caso (ad esempio l’ “ipersemplificazione” in mancanza di elementi definitivi per chiarire la vicenda), un simile approccio può senza dubbio risultare efficace sul medio-lungo periodo, nell’immediato e nel breve periodo occorre tuttavia una maggiore e più severa attività di controllo e contrasto sul territorio da parte di istituzioni e forze dell’ordine.
Limitarsi a discutere di educazione e formazione potrebbe altrimenti suonare come un escamotage per nascondere una ben nota, incomprensibile e dannosa riottosità ideologica all’uso della forza contro la criminalità e la microcriminalità, adulta o giovanile che sia, o per coprire le mancanze di chi è chiamato a gestire il problema.
Non avevo mai mai frequentato il povero Giacomo Bongiorni, ma essendo suo coetaneo ne avevo sempre sentito parlare fin da bambini. Vite che si incrociano pur rimanendo parallele, come spesso succede nei piccoli centri. Me ne parlavano come di un bimbo, e poi di un ragazzo, in gamba, atletico e spigliato. Quanto accaduto ieri notte, un film dell’orrore per lui e per il figlioletto (senza dimenticare la rapina a mano armata e la megarissa della scorsa settimana), impone misure urgentissime alla politica ed alle istituzioni, per restituire Massa ai cittadini perbene che hanno diritto alla tranquillità. Buonismi e sofismi di varia natura non sono solo delle ingiustizie aberranti, ma non faranno altro che aumentare la rabbia delle persone.
Ciao, Giacomo. Un abbraccio da un tuo amico mancato.
Alternando nel nodo groenlandese minacce di intervento armato, blandizie ed attività diplomatica, Donald Trump riprende (da buon paleo-repubblicano dell’ultima ora), la cosiddetta “politica del grosso bastone” (Big Stick Ideology).
Derivata dalla “diplomazia delle cannoniere” ed inaugurata da Teddy Roosevelt agli inizi del ‘900, era una strategia che consisteva nel sottintendere una minaccia di guerra qualora la controparte non avesse optato per un accordo, ovviamente vantaggioso per Washington.
A coloro che legittimano questo revival ottocentesco, sostenendo che la Groenlandia sarebbe una colonia danese e gli Inuit soggiogati da Copenaghen, andrebbe ricordato come, seguendo tale traiettoria logica, gli USA dovrebbero cessare di esistere in quanto Stato* e il grande capo della tribù dei Nacotchtank avrebbe il diritto di sfrattare “The Donald” dalla Casa Bianca. Le scorse elezioni politiche nell’isola sono state inoltre vinte dai Demokraatit, centristi-moderati tiepidi sul tema relativo all’indipendenza.
*stessa cosa un’Australia, una Nuova Zelanda o la stessa Russia, mentre molti altri stati e popoli odierni dovrebbero ridefinire i loro confini
Il ricorso che in questi giorni stanno facendo in molti (soprattutto commentatori “comuni”) alla Dottrina Monroe, per inquadrare il blitz di Caracas, risulta improprio e fuorviante.
Va infatti ricordato come anche dopo il 1917-1918, gli USA non abbiano mai smesso di esercitare un’influenza marcata, invasiva e pervasiva, sul continente americano, ricorrendo ad azioni “indirette” (guerra ibrida, “Sharp Power”, “Covert Power”, “Soft Power”, PsyOps, MISO, ecc), semi-dirette (forme di Proxy War, si pensi alla Baia dei Porci) e dirette (Repubblica Dominicana nel 1963, Grenada nel 1983 e Panama nel 1989, quando venne prelevato ed arrestato un capo di Stato, Noriega, proprio come oggi).
Washington ha, insomma, sempre considerato l’America un “cortile di casa” (da qui deriva la quasi settantennale spaccatura con Cuba, ritenuta colpevole di un affronto inaccettabile), come del resto ogni potenza ritiene di poter rivendicare diritti e influenze nel proprio spazio geografico vicino (l’Italia lo fa da sempre con il Mediterraneo).
Approfondimento
Grenada e la nascita del giornalismo “embedded”
Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stati Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta nel 1975.
Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.
Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.
Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.
Nasceva così la figura del cronista “embedded” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.
Il giornalismo “embedded” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se da un lato l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che l’alto numero di giornalisti uccisi, feriti o rapiti nelle zone “calde” dimostra tutta la difficoltà di svolgere la professione in modo sicuro e consapevole in quelle situazioni.