Appunti di comunicazione – Belli ciao? Consigli alla sinistra



I riferimenti alla lotta partigiana e all’anti-fascismo (ad esempio “Bella ciao”, brano che pure è stato associato solo in un secondo momento al 1943-1945), dovranno essere dosati con estrema cura, altrimenti potrebbero perdere la loro “potenzialità sacrale”, la loro forza simbolica e di impatto (meccanismo di “assuefazione”, di “saturazione cognitiva” e di “svuotamento semantico”)*.

Sul piano prettamente elettorale, se da un lato certi richiami  compatteranno l’elettorato di centro-sinistra  “solido”, la loro base, dall’altro rischieranno di allontanare gli altri, i “potenziali”, che vedranno nel “campo largo” un’opzione obsoleta ed ancorata al passato o, peggio ancora, che fa un utilizzo strumentale e opaco di quell’esperienza storica.

*questo soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui il Ventennio trova ancora consensi e vede benevoli revisionismi

Il “campo largo” e la cotta spagnola, tra vorrei ma non posso e vorrei ma non voglio



L’infatuazione della sinistra italiana per un leader spagnolo, stavolta Pedro Sánchez, ha origini psicologiche, storiche e sociali profonde, tuttavia rischierà di tramutarsi, di nuovo, in una delusione. 

Oltre alle sue contraddizioni e zone d’ombra, Sánchez è infatti anche un modello difficilmente raggiungibile per il “campo largo”, questo perché:

1) la Spagna ha una capacità di manovra maggiore dell’Italia rispetto agli USA ed alla NATO, non essendo stata liberata dagli Alleati (al contrario, Washington fu tra i massimi garanti fi Franco in funzione anti-comunista) e non avendo perso ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale

2) la Spagna ha un peso geopolitico minore rispetto all’Italia, cosa che rende un suo smarcamento meno problematico

3) socialdemocratico, Sánchez è un europeista ed un sostenitore di Kyïv, come peraltro i suoi due principali alleati (PSC e, seppur in misura minore, SMR), mentre un segmento rilevante del “campo largo” è filo-russo (se non proprio legato a Putin in modo diretto) ed euroscettico

Un intreccio di fattori, insomma, in parte indipendenti dalla volontà del centro-sinistra italiano, ma in parte determinati da differenze radicali  con il premier iberico e la sua compagine di governo.

Appunti di comunicazione- La Prima Repubblica, gli USA e quel “fuoco amico” contro l’immagine dell’Italia



Nel febbraio 1970, l’esponente democristiano, nonché vice-presidente di Alitalia, Vaccari, compì un viaggio negli USA (“missione Nita”), incontrandosi, tra gli altri, con l’allora segretario ai Trasporti americano John Volpe e con l’allora assistente presidenziale e addetto ai rapporti con i media Herbert Klein.

Nel corso della missione, Vaccari invocò l’aiuto di Washington a favore della DC, per arrivare ad elezioni anticipate così da liquidare la formula del centro-sinistra e per il contenimento del PCI. Stando alle sue parole, in ragione del suo “carattere latino” il popolo italiano era sovente “motivato non dalla logica, ma dalla psicologia” e l’Italia era “un Paese dove la democrazia è giovane. In alcune sue zone (storicamente sottosviluppate) lo stesso concetto di democrazia rappresentativa è difficile da far comprendere e quindi applicare”.

Oltre a confermare quella che era la tendenza ad ingigantire i problemi della Penisola in modo da ottenere il sostegno degli alleati, prassi tipica del conservatorismo italiano del tempo (il riferimento non è alla sola DC), l’episodio dimostra come per raggiungere l’obiettivo certi esponenti di spicco della politica nostrana non esitassero a far leva sui peggiori stereotipi degli anglosassoni sui popoli latini e mediterranei (L. Guana).

Nota: in quella come in altre occasioni, l’aiuto americano non sarebbe arrivato, almeno nelle forme e nelle modalità richieste. Il “mito” dell’ingerenza dell’alleato d’oltreoceano nella politica italiana è in parte da sottoporre a revisione

Il complesso italiano e l’interesse nazionale

Uno degli ostacoli che impediscono all’Italia di seguire una politica estera realmente autonoma, di tutelare appieno il proprio interesse specifico e nazionale, è il complesso derivante dal cliché secondo cui saremmo un Paese che “cambia bandiera” , opportunista, che non rispetta gli accordi e le alleanze (peraltro si tratta di un falso storico, dal momento in cui nelle due guerre mondiali furono Austria e Germania a venir meno ai patti).

Questo ci porta a un’adesione spesso ottusa e autolesionistica agli indirizzi dei nostri partner e alleati odierni, siano la NATO, la UE o gli USA, per dimostrare di essere affidabili, di essere “cambiati”. Gli esempi non mancano, anche in tempi recenti.

“Ma lo fanno anche altri”; Lo sbaglio di non comprendere l’ “eccezionalità” italiana

Il governo Conte non è il solo ad aver predisposto misure eccezionali per il contenimento del virus ma il nostro Paese stato il primo ad adottarle (in Occidente), ha subito il lockdown più rigido della storia recente ed è sottoposto ad un martellamento mediatico continuo ad opera di giornalisti, opinionisti, politici, blogger, medici e divulgatori, basato su notizie troppe volte allarmistiche, ansiogene, false o manipolate.

Questa è l’eccezionalità italiana, per questo la soglia di sopportazione dell’italiano è forse minore rispetto a quella di altre comunità e per questo si dimostra miope chi dice che, in fondo, sbagliamo a lamentarci, perché le limitazioni vengono decise in molti altri paesi.

L’errore di imporre e una quarantena tanto severa, lunga e sfibrante (sconsigliata a suo tempo dal CTS e dall’OMS) è stato anche questo, perché oggi e in futuro ogni ulteriore disposizione ani-Covid, pure quando utile e magari necessaria, è sarà tollerata e capita sempre meno.

La Catalogna, Madrid e le ragioni (sbagliate) dei tifosi di casa nostra

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Diversi, inconciliabili e antitetici, il movimento d’opinione a favore dell’indipendenza catalana e quello contrario hanno, tuttavia, un comune denominatore: entrambi basano il loro orientamento su una lettura incompleta, ideologica e superficiale della vicenda, che assegna erroneamente all’indipendentismo di Barcellona le stesse caratteristiche e finalità.

Identitario, europeista, pro-Euro ed atlantista, il secessionismo catalano non persegue infatti una lotta contro il sistema di Bruxelles, Francoforte e lo status quo internazionale né poggia sull’interesse particolare e del momento (le motivazioni economiche e fiscali non sono storicamente maggioritarie).

In buona sostanza, quello che per i filo-catalani nostrani diventa il motivo per appoggiare gli indipendentisti, per la fazione opposta è la ragione per sostenere Madrid, secondo un “modus operandi” che rimane sulla crosta di un fenomeno storico, sociale e culturale di enorme complessità.

Presepe e Crocifisso: perché devono restare fuori dalle scuole pubbliche

Negli istituti scolastici pubblici di alcune nazioni occidentali (e cristiane) non è prevista l’esposizione di simbologie religiose come non è d’uso l’allestimento del Presepe natalizio.

Tale scelta non è motivata dall’esigenza di non urtare la sensibilità di chi appartiene ad un credo diverso ma da quella di osservare e rispettare la separazione tra l’elemento laico e quello religioso (si tratta, infatti, di Paesi non confessionali).

Lo “scontro tra civiltà” tornato prepotentemente alla ribalta con i fatti di Parigi e le massicce ondate migratorie dall’Africa, nonché l’azione del fattore emotivo in chi è nato e si è formato prima della nascita del “global village”, rischiano di alterare e manomettere l’analisi razionale di una problematica in realtà di facile soluzione e comprensione: in quanto giuridicamente laica, l’Italia non dovrebbe né deve consentire l’esposizione di feticci e richiami religiosi all’interno delle sue strutture pubbliche.

Anche se può far male.

Solesin contro Lo Porto: l’amoralità del propagandismo reazionario

In questi giorni la rete sta assistendo ad un’esplosione di link che, mettendo a confronto la Solesin con un cooperante italiano ucciso in Pakistan (tale Giancarlo Lo Porto) segnalano, polemicamente, la differenza tra il trattamento mediatico delle due vicende.

Non è un caso che questa polemica sia nata dopo la comparsa di una foto che ritraeva Valeria con uno zaino di Emergency e dopo le dichiarazioni, laiche e pacificatrici, dei genitori della giovane; si tratta, infatti, di una strategia ritorsiva subdola e strisciante, mirante a ridimensionare l’impatto emotivo per la morte di una persona (la Solesin) che non può essere usata come ariete di sfondamento dal propagandismo reazionario ed islamofobo.

Nell’impossibilità di sferrare un attacco diretto e frontale a Valeria ed alla sua famiglia (si tratterebbe di un’azione respingente sotto il profilo morale e, dunque, inefficace sotto quello strategico) ecco che la rappresaglia viene incapsulata in una veste più accettabile, capace di garantire maggiori chances di penetrazione.

ISIS e Russia: il dilemma del “male minore”

“Se vediamo i nazisti vincere contro i sovietici, dobbiamo aiutare i sovietici contro i nazisti. Se vediamo i sovietici vincere contro i nazisti, allora dobbiamo aiutare i nazisti contro i sovietici”.

Così, Sir Winston Churchill sul confronto tra la Germania nazista e l’URSS durante la II Guerra Mondiale.

Osservatore acuto e grande conoscitore della politica e della geopolitica, il premier britannico aveva intuito, già prima del 1945, la pericolosità del Paese di Stalin per il mondo libero.

Sebbene la ferocia dell’ISIS e la distanza tra la nostra “way of life” e quella propugnata dall’estremismo islamico generino in noi un schock emotivo dirompente, l’analisi razionale mostrerà come la Russia di Putin, molto più del Califfato, costituisca oggi una minaccia per l’Occidente. Questo, in ragione del potenziale militare di Mosca, della fisionomia del suo establishment, della sua storia, del suo peso globale, delle sue occulte strategie di persuasione e della sua politica assertiva-aggressiva oltre i confini nazionali (specialmente nello scacchiere europeo-orientale).

Benché ogni riproposizione degli schemi guerrafreddiani non abbia diritto di cittadinanza nel mondo moderno, un abbassamento del livello di allerta davanti alla Federazione Russa ed una sua idealizzazione sono e potrebbero essere dunque errori dal costo elevatissimo.

Jet russo: perché non scoppierà la III Guerra Mondiale e perché Putin ha commesso un errore. Lo scenario del 1962.

Turkey-Russia-FlagsTra i momenti più bui della Guerra Fredda vi furono l’abbattimento, da parte della contraerea sovietica, di un areo-spia statunitense U-2 (venne distrutto per errore anche un Mig-19 della Voenno-vozdušnye sily SSSR) e l’abbattimento sui cieli della penisola di Sachalincon, ad opera di un caccia intercettore sovietico Sukhoi Su-15, di un jumbo della Korean Air Lines con a bordo 269 civili, tutti deceduti.

Nonostante la forte reazione emotiva, soprattutto per l’attacco al jumbo sudcoreano (tra l’altro, in quel caso non c’era stata alcuna violazione intenzionale dello spazio aereo dell’URSS), l’Occidente non avviò nessuna rappresaglia di tipo militare contro Mosca; la posta in gioco era troppo alta, e valeva la vita di miliardi di esseri umani.

Allo stesso modo, oggi, il Kremlino è perfettamente consapevole, esattamente come gli USA e l’Occidente ieri, dell’irrazionalità di ogni risposta militare contro Ankara, membro NATO, dopo la distruzione di un suo bombardiere tattico nei cieli turchi.

Non solo la Federazione Russa si trova in una posizione debole sul piano politico-diplomatico (è improbabile che Erdogan abbia ordinato di colpire il bombardiere senza una valida ragione) ma sa che qualsiasi atto ostile verso la Turchia avrebbe come conseguenza una reazione armata e termonucleare occidentale, che porterebbe all’annientamento del Paese.

Lo scenario del 1962 e rischi per Putin

Paragonato più volte a Jurij Andropov per la provenienza di entrambi dal Kgb, Putin è tuttavia più vicino, almeno per quanto riguarda gli indirizzi della sua politica estera, a Nikita Chruščёv. Se, infatti, Chruščёv si dimostrò un riformatore “illuminato” dopo gli anni staliniani (Putin è, invece, un conservatore) in politica estera scelse una linea decisamente aggressiva ed avventuriera.

Forse confidando in una supposta debolezza dell’Occidente dopo l’insuccesso coreano e sottovalutando John kennedy in ragione della sua giovane età, l’ex contadino ucraino abbassò sempre più l’asticella del consentito, fino ad arrivare al punto di non ritorno della Crisi dei Missili di Cuba del 1962. Costretto ad una clamorosa quanto umiliante ritirata per evitare la III Guerra Mondiale (anche se gli accordi tra i due blocchi prevedevano per l’URSS la contropartita del ritiro dei vettori americani dall’Italia e dalla Turchia), il capo del Kremlino fu successivamente esautorato da ogni carica ed emarginato dalla vita politica nazionale.

Al pari di Chruščёv nel 1962, violando lo spazio aereo turco Putin ha commesso una mossa azzardata che, in assenza di una reazione (da escludere per i motivi sopracitati), potrebbe generare pesantissime ricadute sulla sua immagine e su quella del suo Paese.