Il PCI e la RAI: la “rivoluzione” del 1959

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“Milioni di persone siedono ogni sera come sui banchi di una gigantesca scuola, la più grande di cui i clericali dispongano e i maestri che impartiscono la lezione sono gli agenti ideologici del monopolio, dell’integralismo clericale, gli impiegati di concetto di una sorta di immensa azienda propagandistica, che, come un’azienda commerciale, deve produrre profitto politico”

Così, la giornalista e attivista comunista Maria Antonietta Macciocchi, nel primo convegno sulla televisione organizzato dal PCI (1959). A motivare la dura requisitoria di Macciocchi contro il piccolo schermo, la messa in onda del programma “Cinquant’anni di vita italiana”, ideato e condotto da Silvio Negro, giornalista conservatore e vicino al Vaticano.

Se fino a quel momento il Partito Comunista aveva mostrato un sostanziale, e, per certi versi, snobistico distacco dalla TV, ecco che nel 1959 prese forma, da parte di Botteghe Oscure, la richiesta di una vera e propria rivoluzione in senso egualitario delle dinamiche RAI; è infatti dello stesso 1959 l’articolo :”Nuove leggi per una televisione imparziale” (pubblicato su “Vite Nuove”, testata vicina al PCI e di cui Maciocchi era direttrice), mentre nella primavera dell’anno seguente i circoli ARCI organizzarono una serie di incontri nei quali si chiedevano la nomina parlamentare del consiglio di amministrazione dell’azienda e l’accesso per tutti i partiti.

Quella del PCI fu ed è da considerarsi un’iniziativa del tutto pionieristica nel campo dell’informazione televisiva, la prima in senso assoluto volta alla creazione di una RAI imparziale e svincolata dalle dinamiche clerical-politiche, tanto presenti e vincolanti allora come oggi.

Quando l’erba greca è sempre la più rossa.

Da un assist: per una certa sinistra, dal Patto Molotov-Ribbentrop in avanti sono esecrabili soltanto le alleanze degli altri.

Giusto, responsabile e legittimo che Tsipras cerchi con ogni mezzo la governabilità in una fase tanto delicata per il suo Paese, ma è del tutto fuori luogo e puerile tentare di nascondere la componente xenofobo-populistica di ANEL dietro a bizantinismi retorico-concettuali ed attribuire alle grandi intese greche una dignità maggiore rispetto a quelle italiane

Adesso sono tutti greci. Ieri erano francesi (i miracoli di Hollande), l’altro ieri americani (Yes, we can), una settimana fa spagnoli (Viva Zapatero). Passano sopra in scioltezza anche all’assenza di donne, nell’esecutivo greco. Loro, i “paladini” delle quote rosa. Sono un fenomeno di costume, più che politico, folkloristico e divertente, se presi senza impegno.

Da Landini ai “Dem”. Tra archeologia della comunicazione e archeologia ideologica.

Dal dopo Giolitti, la sinistra italiana è riuscita ad imporsi in modo netto e su scala nazionale soltanto con Matteo Renzi, capace di traghettare, contro ogni pronostico, il blocco progressista al suo massimo assoluto (40, 8 %).

La motivazione di questa svolta storica va ricercata (in maggior misura) nell’abilità comunicativa del leader fiorentino, in grado di parlare all’uomo “qualunque” dei problemi dell’uomo “qualunque” con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo dinamico, rompendo così con una tradizione, tipica della sinistra nazionale, improntata ad un eccessivo dottrinarismo che era ed è statico, rigido, grigio, didascalico, elitario (si pensi alle recenti, insensate, affermazioni di Landini) lontano dal comune sentire, dal Paese “reale” e dall’immagine che esso ha di sé.

Per l’ “altra” sinistra, ovvero il segmento che si contrappone al Capo del Governo, è ora il momento di una scelta che si staglia come decisiva: rompere con il proprio impianto teoretico, modificando il proprio sistema normativo ed il proprio registro linguistico per avvicinarsi maggiormente alle istanze dell’ “everyman” (come in USA hanno fatto i Democratici da Clinton in avanti), oppure trincerarsi nella propria fisionomia classica e consueta, consegnandosi alla storia.

Un “turning point” si rende ad ogni modo necessario anche per Renzi; nella sua opera di seduzione del ventre popolare, il rischio sarà ed è infatti quello di smarrire l’altra metà del suo cielo elettorale, che è anche lo scheletro organizzativo del centro-sinistra.

P.s: una mutazione strategica e comunicativa non anderebbe interpretata come una “salvinzizzazione”, come un imbarbarimento, ma come la scelta di un modus operandi più duttile ed aggiornato. L’introduzione di Giolitti è una forzatura voluta.

Perché la destra che ieri odiava Gheddafi oggi ama Gheddafi, perché la destra che ieri odiava la Russia oggi ama la Russia. Tra culto del capo e schizofrenia ideologica.

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Se la destra italiana, atlantista come radicale, avesse creato una sua “kill list”, (la lista degli obiettivi da colpire ideata dalle autorità israeliane e poi adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001), il colonnello Mu’ammar Gheddafi sarebbe stato senza dubbio il primo degli elementi di cui sbarazzarsi.

Nell’immaginario del nostro conservatorismo, infatti, Gheddafi era il simbolo delle persecuzioni ai danni degli ex coloni italiani dopo il colpo di stato del 1969, e, in seconda battuta, una delle icone di quel revanscismo terzomondista che tanto preoccupava l’Occidente ed i suoi analisti (eccitando, invece, le sinistre socialiste) negli anni della “decolonizzazione”. Il feeling tra Silvio Berlusconi e il leader libico, tuttavia, è stato sufficiente a rimuovere dalle menti di ex missini e non solo, quasi mezzo secolo di ostilità, ideologica, politica ed etnica, rimpiazzandola con uno moto simpatetico inimmaginabile soltanto qualche anno prima (il bombardamento reaganiano di Tripoli e Bengasi del 1986 trovò il loro appoggio, pieno e totale).

Allo stesso modo, la Russia ed il suo presidente, prima e per anni percepiti come ostili e nemici, diventano oggi oggetto di rivalutazione e simpatia, al punto che, nell’analisi del nodo ucraino, Mosca viene preferita a Washington (!). In questo caso, alla motivazione racchiusa nell’amicizia tra Berlusconi e Putin si aggiunge la presenza, alla Casa Bianca, di un “democrat” (oltretutto afroamericano), il che spoglia i nostri conservatori di uno dei loro punti di riferimento storici, inducendoli ad orientarsi verso l’assordante tradizionalismo del capo del Cremlino. Ecco che, anche questa volta, 70 anni di vocazione atlantista “senza se e senza ma” vengono rimossi, ed alla tanto celebrata libertà “stars&stripes” viene anteposto l’oscurantismo di un ex ufficiale del KGB e quadro del PCUS.

Questa schizofrenia strategico-ideologica è senza dubbio la dimostrazione della fragilità del patrimonio valoriale della nostra destra, da un lato, e della sua atavica attrazione-subordinazione al singolo (nell’attuale fase storica, Berlusconi) ed al suo fascino evocativo, in nome del quale ogni coerenza d’intenti viene eliminata, eccedendo le categorie della logica.

Immaginiamo la reazione del vecchio MSI se a baciare la mano a Gheddafi fosse stato Sandro Pertini..

Morte al Vaticano ma viva gli Imām

Perché la sinistra femminista, laica ed inclusiva giustifica l’oppressione del radicalismo islamico ai danni di omosessuali, donne, minoranze.

Le ragioni di un abbaglio.

E’ spesso motivo di incredulità e stupore una certa schizofrenia manifestata dai settori più radicali della sinistra italiana (ma anche straniera) tradizionalmente attenta e sensibile alle politiche di genere ed alla cultura dell’inclusione, e poi pronta a legittimare (anche con il silenzio) le declinazioni più aberranti dell’islamismo più fanatico ai danni delle donne, delle minoranze religiose e degli omosessuali.

Le motivazioni alla base di questa incoerenza di primo acchito assurda e indecifrabile, sono tuttavia facilmente rintracciabili e spiegabili analizzando le strategie e il “background” culturale delle piattaforme socialiste, nazionali come internazionali.

Più nel dettaglio, sono due le scelte alla base del loro “appeasement” verso il segmento più oltranzista della comunità arabo-musulmana, una di tipo tattico ed una di tipo storico e culturale.

La prima: l’attuale fase storica sta proponendo il ritorno di un confronto tra una parte del mondo arabo-musulmano e l’Occidente; di conseguenza, la sinistra marxista e antioccidentale (perché anticapitalista) sarà indotta a vedere nell’Islam radicale e nei suoi terreni di coltura l’ alleato in una battaglia comune.

La seconda: molti dei paesi afro-arabo-asiatico-musulmani sono stati e sono vittime della colonizzazione e della neocolonizzazione occidentale; la sinistra marxista, formalmente solidarista, ed antimperialsta, sarà quindi indotta ad interpretare la violenza sviluppata da e in quelle realtà come il prodotto dello sfruttamento e delle politiche aggressive dei paesi più avanzati (in quest’ottica culturale terzomondista andranno inquadrate anche le dichiarazioni di Alessando Di Battista sull’ ISIS-ISIL).

Ecco, dunque, perché individui pronti a battersi per le “quote rosa” e ad accusare la società italiana di maschilismo per la mancanza di sale-poppata per le deputate a Montecitorio, sono poi pronti a giustificare pratiche ripugnanti quali l’infibulazione o l’imposizione del burqa o, ancora, il matrimonio per le giovanissime.

Ecco, dunque, perché individui pronti a raccogliere firme per l’abolizione dell’ergastolo o ad indignarsi per una manganellata di troppo di un poliziotto, sono poi pronti a giustificare il taglio della mano ai ladri o l’impiccagione in Iran.

Ecco, dunque, perché individui pronti a scagliarsi contro l’omofobia sono i primi a giustificare le persecuzioni ai danni degli omosessuali nei paesi dell’Islam radicale.

Ecco, dunque, perché individui pronti ad inveire contro l’esposizione di un crocifisso nel gabbiotto della portineria di un ufficio pubblico, sono poi pronti a giustificare l’islamizzazione di società laiche (casi iraniano ed afghano).

Al di là di ogni scontata censura e condanna dell’oppressione clericale e reazionaria in nome della fede, gioverà ricordare come le teocrazie e le ierocrazie islamiche non abbiano comunque mai espulso il capitalismo dal loro sistema economico e gestionale (mantenendo anzi, in alcuni casi, un sistema fortemente liberista) o le logiche di tipo imperialistico e militarista dalle loro scelte in politica estera (si vedano le guerre di aggressione decise in più di un’occasione dalle loro leadership).

La sinistra più ortodossa muove e muoverà quindi le proprie scelte da una percezione distorta e pregiudiziale della geopolitca, dell’Europa, degli USA e degli stessi paesi della Mezzaluna

Antisemitismo di destra ed anti-israelismo socialista

Dove si trova il vero nemico di Israele e perché chi la difende deve riconciliarsi con la sinistra

L’antisemitismo “politico”, coincidente con quello “razziale”, ottocentesco-novecentesco, è prodotto e prerogativa del nazismo, del fascismo, delle loro derivazioni e , prima, ancora e nella sua fase storica e concettuale, della filosofia hegeliana, kantiana e fichtiana (Fichte, tedesco, arrivò a negare l’origine ebraica di Cristo, proponendo l’espulsione dei discendenti di Abramo dalle terre germaniche).

Il socialismo, al contrario, non soltanto non contempla il sentimento anti-ebraico nel proprio sistema etico e normativo, ma, anzi, lo rigetta, insieme alla gerarchizzazione razziale.

A questo proposito, gioverà ricordare come le comunità ebraiche guardassero, tra il XIX secolo e la prima metà del XXesimo, con speranza ed ammirazione al socialismo, e viceversa. Nel 1917, gli ebrei russi accolsero con favore l’Ottobre (prima delle persecuzioni staliniane), memori della durezza del trattamento riservato loro dal regime zarista, mentre l’URSS ebbe un ruolo chiave nella creazione dello Stato d’Israele. Ancora, una derivazione del sionismo si ispirava e si ispira direttamente al socialismo (sionismo “socialista”, di A.D.Gordon), mentre le comunità kibbutziane furono ideate ed organizzate sul modello comunitario e gestionale di quelle kolkoziane sovietiche.

L’anti-israelismo della sinistra, sebbene robusto e particolarmente visibile, non è e non sarà, quindi e salvo rare eccezioni, determinato da pulsioni di tipo antisemitico, bensì da una ventaglio di scelte squisitamente strategiche e contingenti:

-Israele è un Paese “occidentale” ed atlantico, tradizionalmente alleato (sebbene non manchino né siano mancati i momenti di tensione) degli Usa.

-Israele è un Paese “ricco”, la Palestina un Paese “povero” e terzomondista. Quindi, si assisterà ad una migrazione del concetto di “lotta di classe”, in un contesto, quello mediorientale, che ne riproduce le condizioni e gli elementi, a differenza del più evoluto Occidente.

Al contrario, l’anti-israelismo e il filo-palestinismo della destra radicale e neo-fascista, usualmente islamofoba ed arabofoba, è sarà conseguenza unica e sola del carico storico-dottrinale antisemita. Ma c’è di più: anche l’adesione alla causa israeliana da parte della destra “moderata” è , molto spesso, legata esclusivamente a speculazioni di tipo strategico (arabo-islamofobia, collocazione atlantica di Israele, ecc), ma quando il discorso si sposta e posa sulle responsabilità fasciste nella persecuzione degli ebrei e nell’Olocausto e sulle ricorrenze commemorative della tragedia, ecco che il registro comunicativo cambierà, facendosi ambiguo, relativizzante, se non apertamente ostile e respingente verso l’elemento ebraico, prima difeso con tanta decisione.

Questo perché il conservatorismo italiano, nella quasi totalità delle sue declinazioni, non ha mai conosciuto una sua Bad Godesberg, affrancandosi in questo modo dal portato mussoliniano (le dichiarazioni e le proposte di legge di molti dei suoi esponenti, tese alla rivalutazione del Ventennio, ne sono la testimonianza).

“Patria o muerte”.Quando la differenza tra la sinistra sudamericana (patriottica) e quella italiana (antinazionale) sta tutta in un morso. Le ragioni della storia.

All’indomani della vittoria azzurra ai mondiali tedeschi, su “Liberazione” (organo ufficiale di Rifondazione Comunista) apparve un articolo molto critico verso i festeggiamenti, presentati come una manifestazione di nazionalismo esaltato, ultrastico e pericoloso. Secondo l’estensore del pezzo, erano i tricolori stessi ad essere sul banco degli imputati, visti non già come semplici simboli nazionali ed istituzionali bensì come vessilli di un’ isteria protofascista collettiva (!).

Sul versante opposto, la sinistra marxista uruguaiana (il Frente Ampilo) ed il suo leader (l’ingiustamente mitizzato José Alberto “Pepe” Mujica ) sono scesi e stanno scendendo in campo a ranghi serrati e con (farseschi) toni di guerra in difesa di Luis Alberto Suárez dopo la (giusta ) squalifica per il grave atto di violenza commesso ai danni di Giorgio Chiellini.
Esiste una profonda differenza tra la sinistra marxista italiana e quelle sudamericane, evidenziata anche da questo aneddoto “sportivo”; se, infatti, i socialisti e comunisti di casa nostra hanno sviluppato un tenace spirito antinazionale, frutto di un’alterazione del portato internazionalista marxiano e dell’ anti-italianismo gramsciano (cristallizzato ne “La questione meridionale”, maldestro ed emotivo pamphlet storiografico di critica antirisorgimentale), la sinistra sudamericana ha, invece, coltivato una forte vocazione patriottica. Questo perchè le dittature, militari e civili, di stampo reazionario e fascista che per decenni hanno oppresso i paesi dell’America Latina ebbero il vitale sostegno dalle potenze europee e, in particolare, degli USA. Essere antifascisti era, quindi, intrinsecamente legato all’essere nazionalisti e identitari. Si tratta di una filosofia che ha sempre penalizzato le sinistre radicali, nel nostro Paese. L’ anti-identitarismo è e rappresenta infatti una scelta antropologicamente innaturale.

Giudizi ambivalenti su Putin

La politica rappresenta un palcoscenico privilegiato anche ed in special modo per l’osservazione e lo studio sociologico ed antropologico. Prendiamo il caso del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin; bollato per anni dai conservatori di casa nostra come pericoloso bolscevico di ritorno, è adesso dagli stessi innalzato agli altari della storia, oggetto di lodi ed agiografie, perché visto come contraltare rispetto al democratico (quindi erroneamente accostato alla sinistra italiana) e, soprattutto, “negro” Barack Obama. Attendiamo che al numero 1600 di Pennsylvania Avenue capiti nuovamente un “bianchissimo” repubblicano (magari “redneck”, come G.Bush Jr) e Putin tornerà ad essere un comunista divorator d’infanti, ruzzolando giù da quegli altari di cartone.

Nel medesimo “cul de sac”, si badi, naufraga la sinistra. Putin viene infatti considerato un omofobo ed un tiranno fino a quando non sfida Nato, USA e UE. Allora, è trasformato in una sorta di Simon Bolivar della steppa. Queste incongruenze sono il frutto tragicomico di una debolezza della cultura democratica e, prima di tutto, di una grande confusione ideologica.

Quegli ebrei giovani, belli e poco abbronzati.L’ “umorismo” strategico da Berlusconi a Grillo e gli errori della sinistra

Eccezionale comunicatore e straordinario interprete e conoscitore della fisionomia sociale e culturale del Paese, Beppe Grillo è perfettamente conscio dell’esistenza, in Italia, di un sentimento antisemita profondamente radicato. Le cause del fenomeno, sono, in linea di massima, due: il ruolo, da parte dell’Italia, di centro e snodo della tradizione cristiano-cattolica ed il portato dell’ultraventennale esperienza fascista, fase mai superata ed anzi oggetto di un rivalutazione sempre più vasta e penetrante.

Molto più di una semplice boutade o di un “ballon d’essai” , quindi, il suo dissacrante “tackle” sul “tabù” di Auschwitz si inquadrerà all’interno di un disegno strategico ben definito e delineato; con esso, infatti, l’ex comunico stuzzicherà, da un lato, uno dei tessuti più sensibili del ventre profondo dell’italiano medio (il pregiudizio antiebraico, per l’appunto) mentre, dall’altro, la prevedibile reazione di sdegno e costernazione da parte della sinistra scatenerà l’afflato solidale dell’ “everyman” (“uomo della strada”) nei suoi confronti.

Non un elettore abbandonerà il M5S dopo questa vicenda, così come non un elettore abbandonava il PdL o FI dopo le (volute) gaffes berlusconiane sulla stessa Shoah oppure sul colore della pelle di Barack Obama. Al contrario, il leader pentastellato riuscirà a rafforzare a valle il suo ruolo di indocile e cristallino nemico del “sistema”, vicino alle esigenze ed al sentire del popolo.