l golpe cileno: la prima crepa nella détente

Negli anni ’70 del secolo scorso, la politica estera sovietica conobbe una fase di inedito dinamismo. Forte del raggiungimento della parità strategica con gli USA (ottenuta grazie ad una politica di basso profilo nella seconda metà degli anni ’60, che rinnegava il precedente avventurismo kruscioviano ) ed approfittando del momento di crisi vissuto da Washington e dall’Occidente, Mosca si lanciò infatti in una serie di imprese militari al di là dei rigidi perimetri jaltiani, dal Corno d’Africa all’Asia.

Questa nuova postura del Kremlino aveva tra i suoi cardini anche l’installazione di basi militari e logistiche in Paesi amici ma non appartenenti al Patto di Varsavia; benché i sovietici negassero ufficialmente, e per motivi ideologici, l’esistenza di queste strutture, potevano infatti contare su avamposti in Algeria, Angola, Egitto (fino alla svolta filo-americana di Sadat), Etiopia, Iraq, Guinea, Somalia (fino alla svolta filo-americana di Siad Barre), Yemen del Sud, Siria e Vietnam.

Anche grazie a queste basi, Mosca riuscì a proiettare la sua forza ad ogni latitudine, in modo da fornire aiuto e sostegno alle compagini rivoluzionarie di ispirazione marxista, nel Terzo Mondo e in MO, ed aumentando la sua influenza ed il suo prestigio nello scacchiere internazionale, proprio quando gli avversari sembravano destinati ad uscire sconfitti dalla Guerra Fredda.

A spingere la dirigenza sovietica a questa scelta strategica contribuì in modo decisivo il golpe cileno, al quale Mosca non fu in grado di far fronte in nessun modo proprio a causa della mancanza di qualsiasi testa di ponte nell’area.

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Da Breznev a Putin, dall’Afghanistan alla Siria: il falso mito della “crociata” contro l’Islam radicale

breznev putin

La storiografia non è ancora oggi in grado di esprimersi in modo concorde ed univoco sulle ragioni e le cause che indussero l’Unione Sovietica a ideare ed approvare l’invasione dell’Afghanistan, nel dicembre del 1979.

Tra le tesi in campo:

-mascherare l’immobilismo e le difficoltà dell’interno con un dinamismo esterno

-contenere un possibile contagio dell’islamismo alle repubbliche asiatiche dell’URSS, dopo il golpe khomeinista

-estendere il proprio dominio agli Stretti di Hormuz, nell’ambito della cosiddetta “strategia a tenaglia” (mirante a chiudere gli sbocchi economici e commerciali occidentali dal Mar Rosso al Golfo Persico)

-scongiurare il pericolo di un’affermazione dell’influenza sino-americana nell’area dopo la normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Washington.

Quello che, tuttavia, è da escludere e viene escluso in modo unanime e categorico dalla pubblicistica scientifica, è la vocazione internazionalista e “filantropica” della campagna afghana; l’Armata Rossa non aveva, cioè, superato il fiume Amudarja per proteggere le conquiste laiche di un popolo “fratello” dall’insidia della radicalizzazione islamica, né per difendere ed aumentarne il benessere materiale costruendo infrastrutture (come propagandato dal Kremlino), bensì, come abbiamo visto, per motivazioni altre e differenti, legate al precipuo interesse economico-strategico di Mosca

Allora, però, una parte consistente della pubblica opinione occidentale approvò e sostenne l’iniziativa militare sovietica, credendo o volendo credere che questa fosse ispirata realmente al contrasto della minaccia islamico-radicale nel Paese (una lettura che resiste tutt’oggi, specialmente a sinistra) e al compimento del “dovere internazionalista” del PCUS.

Oggi come 30 anni fa, anche il nuovo dinamismo russo in MO trova un’accoglienza favorevole in alcuni settori del mondo democratico, perché, oggi come 30 anni fa, il registro comunicativo e propagandistico del Kremlino poggia sul tema del “nemico comune”, laddove il nemico comune è e resta il fanatismo islamico e la più generica “congiura imperialista”, nonostante le finalità di Putin siano, come quelle Breznev, indirizzate altrove e nell’interesse del proprio Paese (la protezione di Assad, alleato e testa di ponte della Russia).

E’ interessante notare come Alberto Ronchey avesse preconizzato tutte le insidie della guerra afghana per l’URSS, in un momento in cui la maggior parte degli analisti vedeva invece nell’azzardo brezneviano la dimostrazione plastica di una superiorità sovietica sulla scena geopolitica.

Scriveva infatti Ronchey nel 1980:

“E se la guerra dell’Afghanistan, con sorpresa universale, non fosse che il principio della fine dell’ultimo impero? [..]. E’ possibile che le armate sovietiche, autorizzate a usare senza testimoni mezzi non limitati, giungano a soverchiare le resistenza afghane sono raccolti 800 mila profughi. Ma è anche possibile, nonostante tutto, che la guerra dell’Afghanistan sia destinata a cronicizzarsi. Un ‘Vietnam russo’? [..]. Ma i comandi dell’esercito di occupazione supponevano che sarebbe stata un’impresa rapida, come gli interventi in Ungheria e Cecoslovacchia. Eppure, la guerra continua, presso le soglie della Cina. Secondo il rapporto annuale dell’ISS di Londra, lo Strategic Survey del 1980, per vincere la guerriglia l’URSS dovrebbe impiegare in Afghanistan da 250 mila a 400 mila uomini. I guerriglieri afghani , come i bonzi vietnamiti e i vietcong, richiamano alla memoria il ‘desiderio furioso di morire’ che colse i Lici quando si urtarono con l’armata di Bruto. E simili eventi, a loro volta, richiamavano fatti già accaduti durante la conquista di Alessandro”.

Lo Stretto di Hormuz, la partita più importante della Seconda Guerra Fredda

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Se per illustrare la crisi che coinvolse e sconvolse gli USA tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (offrendo un illusorio vantaggio all’URSS) la pubblicistica si è spesso soffermata su vicende quali il Watergate, la sconfitta militare in Vietnam, gli shock petroliferi del 1973 e 1979 (e sulle relative conseguenze sul dollaro), il golpe khomeinista e il fallimento dell’Operazione Eagle Claw*, la medesima attenzione non è mai stata rivolta alla guerra tra Iran ed Iraq (o “guerra imposta”) del 1980-1988, intesa come fattore di influenza ed interferenza nella vita politica ed economica di Washington e dei suoi alleati.

Il conflitto rischiò infatti di avere tra le sue conseguenze la definitiva e totale conquista, da parte dell’Iran (Stato divenuto nemico degli USA e filo-sovietico a seguito della rivoluzione islamica), dello Stretto di Hormuz, zona di transito del 60% del petrolio destinato al mondo occidentale.

Uno scenario che si presentava dunque apocalittico per americani ed europei, anche in considerazione delle ambizioni sovietiche (apertamente confessate da Breznev al dittatore somalo Siad Barre) di controllo del Golfo Persico e del Corno d’Africa, così da assicurare a Mosca un incintrastato dominio su energia e materie prime.

Quella strana destra che rivaluta l’Unione Sovietica.

Atlantista e filo-americana nella sua quasi totalità e per oltre mezzo secolo (anche al di là di una certa retorica di facciata), la destra italiana sembra vivere oggi un ripensamento delle sue linee tradizionali. Origine e causa di questo “turning point”, una reazione epidermica alla presenza di Barack Obama, democratico e afroamericano, alla Casa Bianca.

Questa migrazione ideologica, che ha trovato nell’uomo forte del Kremlino la sua destinazione ideale, si traduce però anche in un altro fenomeno, ugualmente sorprendete ma forse ancor più suggestivo e stravagante, ossia la rivalutazione e la (ri)scoperta, da parte delle destre italiane, del passato sovietico della Russia; consapevoli del legame, umano e politico, tra Putin e l’URSS, i conservatori di casa nostra sanno infatti di non poter scindere il loro beniamino dal suo humus storico, né la nuova Russia dalla vecchia.

Una “mutazione” soltanto apparente, tuttavia, destinata a rientrare quando al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un esponente (bianco) della destra americana.

La lungimiranza di Helmut Schmidt, il premier di sinistra che volle gli euromissili

12226418_10206793658913858_1975123561_nSocialista dotato di grande acutezza pragmatica, Helmut Schmdit fui tra i promotori dell’installazione, nel teatro europeo-occidentale, dei missili statunitensi IRBM Pershing-2 e di quelli Cruise da crociera BGM-109 Tomahawk, i cosiddetti “euromissili”.

Il precedente posizionamento, a ridosso della Cortina, dei vettori sovietici a medio-corto raggio SS-20, aveva dato vita ad una situazione potenzialmente pericolosa per gli europei e l’intero asse atlantico: non avendo, gli SS-20, la capacità di colpire il territorio americano, il timore di Schmidt era infatti quello di un “decoupling nucleare”, ovvero di una separazione tra le esigenze strategico-difensive europee e quelle statunitensi.

In buona sostanza, secondo il Cancelliere tedesco-occidentale, in caso di attacco delle forze del Patto di Varsavia al Vecchio Continente, Washington avrebbe difficilmente portato un “first strike” per difendere gli alleati contro un nemico che non la stava minacciando in modo diretto, rischiando così una rappresaglia nucleare olocaustica (“second strike”) sul proprio territorio.

L’installazione dei Pershing e dei Cruise “legò” invece europei e americani, costituendo una deterrenza credibile e razionale nei confronti del blocco sovietico.

La politica schmidtiana sugli eruomissili ebbe come conseguenza il distacco di una parte consistente della sinistra del suo partito (SPD) e il definitivo lancio dei Verdi tedeschi, ma si rivelò, sul lungo periodo e come ribadito dalle dinamiche storiche, opportuna e condivisibile.

Muro di Berlino e Guerra Fredda: irrazionalità di un rimpianto

Berlinermauer“Nell’avvicinarsi del terzo millennio l’umanità è costretta a valutare senza timore e lucidamente un grande numero di problemi non facili: l’esaurimento delle risorse energetiche, la fame, la povertà di decine, centinaia di milioni di uomini e dissesti ecologici che preoccupano quasi tutti in paesi, malattie antiche e anche oggi, nuove e minacciose.

Ma tutti questi e altri problemi di portata internazionale in un modo o nell’altro sono collegati con l’obiettivo dell’allontanamento della minacci della guerra nucleare. Al di fuori del movimento verso un mondo denuclearizzato e non violento, non ci sono strade verso il progresso dell’umanità. È qui la chiave per vincere le sfide che ci lancia questo nostro tempo non facile, drammatico e pieno di promesse”

Così scriveva Michail Gorbačëv nel suo libro “Perestrojka” (1988).

Nonostante il mondo fosse, e ormai da alcuni anni, in piena rivoluzione democratica e vicino all’implosione del blocco sovietico, possiamo notare come per il leader moscovita la minaccia termonucleare costituisse ancora il rischio maggiore e principale, emergendo in tutta e con tutta la sua dirompenza tra le incognite, vecchie e nuove, di quel decennio.

L’anniversario della prima breccia sul Muro di Berlino (la sua definitiva consegna alla storia sarebbe arrivata il 22 dicembre successivo) ci offre oggi l’occasione per un “flashback” a quegli anni delicati e al clima (ben delineato nel passaggio di Gorbačëv ) di angoscia e paura che li caratterizzava per il rischio di un terzo conflitto mondiale, aiutandoci così a mettere da parte qualsiasi nostalgismo per la Guerra Fredda.

Se, infatti, l’instabilità generata dai sommovimenti del 1989-1992 ha portato alla nascita di minacce nuove ed asimmetriche, non dobbiamo dimenticare come nessuna di esse possieda la capacità distruttiva di un ipotetico confronto tra NATO e Patto di Varsavia, il cui spettro non smise di incombere sul genere umano per quasi un cinquantennio.

Ogni ripiegamento verso il passato ed ogni ricostruzione agiografica che lo voglia antica garanzia di una “pax armata” tutto sommato rassicurante e provvidenziale, andranno dunque rigettati e respinti, sussulti immaturi di una “laudatio temporis acti” che non può trovare spazio nell’analisi razionale dei processi storici e geopolitici.

La strage di Capaci, le bombe del ’92, Yalta e l’ “effetto farfalla”. La scienza storiografica

falconeSecondo una parte della “Teoria del caos”, il battito d’ali di una farfalla in una zona della Terra può causare un tornado dall’altra parte del pianeta. Si tratta, appunto, del cosiddetto “effetto farfalla”. Potremmo, con una piccola concessione all’estro, applicare la tesi anche ai fatti di Capaci, di cui oggi cade il 23esimo anniversario.

Spostiamoci dal 2015 al 1945, per la precisione a Yalta, dove i cosiddetti “Tre Grandi” decidono, secondo una teoria convenzionalmente accettata dalla storiografia (seppur con una certa dose di approssimazione), la divisione del mondo in sfere di influenza.

Adesso facciamo qualche passo avanti, nel tempo e nello spazio, e andiamo a Mosca, il 1 gennaio del 1992, data dello scioglimento ufficiale dell’URSS e, quindi, della fine della Guerra Fredda.

Ora indirizziamoci verso Palermo, sempre nel 1992, in una tiepida giornata di gennaio, quando fu ucciso da Cosa Nostra l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima.

Che cosa hanno in comune, questi eventi?

E che cosa posso avere a che fare con l’assassinio di Giovanni Falcone e della sua scorta?

Per capirlo andiamo ancora a Yalta, dai “tre grandi”; il posizionamento di Roma nella parte atlantica dello scacchiere internazionale, obbligò al mantenimento ed alla conservazione, ad ogni costo, dei partiti moderati (in testa la DC), quali garanti di quegli equilibri, mancando, dall’altra parte, un’alternativa liberale (il PCI e sinistra e l’MSI a destra). Con il crollo dell’URSS , dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano perché non più indispensabili; ecco, dunque, il fiorire delle grandi inchieste sulla corruzione (ad esempio Mani Pulite), ecco che, non potendo più contare sulla sua impunità, la vecchia classe dirigente non era più in grado di garantirla nemmeno ai suoi “partner”, nel caso di specie la Mafia, ed ecco che la Mafia decide di utilizzare l’opzione stragista e l’omicidio per richiamare all’ “ordine” gli antichi “alleati” e per far sentire la propria forza, ormai declinante.

Da qui, l’ “avvertimento” ad Andreotti (l’uccisione di Lima) , poi le bombe siciliane e quelle milanesi e fiorentine.

Quando la guerra nei Balcani sembrava dovere finire dopo il primo colpo di fucile. L’incontro tra Serbia e Croazia a Mosca e i problemi nati con la fine dell’URSS

the_socialist_federal_republic_of_yugoslavia_flag_by_ltangemon-d5etxcoIl 15 ottobre 1991, all’indomani della dichiarazione di indipendenza della Slovenia, e dello scoppio delle ostilità tra le forze armate federali e quelle di Zagabria, i presidenti di Serbia e Croazia, Slobodan Milošević e Franjo Tuđman, accettarono di incontrarsi al Kremlino con il presidente sovietico Michail Gorbačëv e il Ministro degli Esteri Boris Pankin per cercare di porre un argine all’escalation armata tra le repubbliche ed al processo disgregativo che stava sconvolgendo lo Stato yugolsavo.

Se Gorbacev e Pankin ambivano ad un ruolo di mediatori non era soltanto per mettere fine alla guerra civile nell’area ma anche per ottenere un successo in termini di immagine da spendere in politica interna in un momento difficile sia per l’URSS che per il padre della perestroika, impegnato in una lotta con Boris El’cin per il mantenimento dell’Unione. Si trattava ad ogni modo di un compito non facile, non soltanto per l’estrema complessità della situazione in esame ma anche per il carattere dei due leader, Milošević e Tuđman , ciascuno arroccato sulle esigenze, le richieste e le rivendicazioni dei rispettivi popoli.

Tuttavia, dopo pochi giorni di negoziato, le due parti sembrarono aver superato le loro diffidenze e differenze, giungendo ad un accordo che prevedeva l’immediata cessazione del fuoco e l’avvio, entro un mese dalla firma, dei negoziati sulle questioni in in campo. Addirittura, al momento di congedarsi, i tre capi di stato invece della tradizionale stretta di mano le posero una sopra quella dell’altro, in segno di affetto e fratellanza.

Il giorno successivo l’accordo, il Parlamento della Bosnia-Erzegovina votò a favore della propria indipendenza, rimettendo così in discussione quanto pattuito a Mosca. La deflagrazione dell’URSS, pochi mesi dopo (gennaio 1992) avrebbe fatto il resto, consegnando la Yugoslavia al caos e ad una guerra intestina che si sarebbe protratta fino alla fine degli anni ’90, lasciando sul campo migliaia di morti ed aprendo ferite destinate, forse, a non trovare mai rimarginazione.

Invocata per anni dall’Occidente per poi venire da esso combattuta ed avversata nel timore dell’instabilità su larga scala, la fine dello Stato sovietico ebbe tra le sue conseguenze anche il naufragio delle molte e proficue iniziative per la pace messe in campo da Mosca in quegli anni, non soltanto nella ex Yugoslavia ma anche in MO (si veda la Conferenza di Madrid).

Il 4 Novembre e le contraddizioni dell’antimilitarismo italiano. Un ricordo dal passato (recente): i carri armati “olimpici” e l’orgoglio per il nucleare sovietico

Leggo ed ascolto, come ogni anno, polemiche, anche feroci, sulla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, posizioni che rispetto, pur non condividendole.

Non posso, tuttavia, fare a meno di notare e ricordare come molti di questi antimilatristi battessero le mani davanti alle sfilate dell’esercito Sovietico in Piazza Rossa, con in testa gli ICBM a testata termonucleare multipla, od alle inziative imeprialiste degli eserciti comunisti (Cuba, Vietnam, URSS e RPC ) nei vari scacchieri internazionali.

L’internazionalismo marxiano è un principio lodevole, ma va conosciuto bene.

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.