Qualunquismo, accuse e parolacce: come cambia la comunicazione della sinistra (solo al tempo del Covid?)

«Le misure messe in campo hanno l’obiettivo di evitare che si ripeta quanto è successo questa estate. I siti sono pieni dei centri con insopportabili assembramenti di persone: dobbiamo stare attenti, perchè quanto successo questa estate non accada più. Non fateci più vedere foto come quelle di oggi (domenica 13 dicembre, ndr): dobbiamo evitare tutti che la terza ondata abbia luogo. Sarebbe complicato iniziare la campagna delle vaccinazioni con un nuovo inasprimento della curva epidemica».

Così il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, intervenendo nella scorsa puntata di “Che tempo che fa”.

Le parole di Arcuri sembrano suggerire che le istituzioni, la maggioranza, i loro canali propagandistici, i loro collaboratori e i loro sostenitori siano persuasi di avere a che fare con una platea ingenua e facilmente raggirabile ed abbiano assimilato un “canovaccio” che ripropongono in loop. Canovaccio basato sulle tecniche della “ripetizione” (appunto) e della “semplificazione”; ripetere che la colpa di ogni nuovo ed eventuale aumento dei contagi è e sarà sempre del cittadino e solo del cittadino, così com’è avvenuto in passato, in estate (in realtà la seconda ondata non è dovuta ai comportamenti estivi, peraltro resi possibili e incoraggiati dal governo, ma è da attribuirsi alla natura stagionale del Covid).

Si torna quindi al tema della colpevolizzazione, centrale in questa narrazione comunicativa e propagandistica e assoluto protagonista della scena da marzo. Curiosamente, il governo e la sua rete di influenza adottano in tal modo una forma di propaganda “agitativa”-“interna” non contro un bersaglio avversario ma contro il loro stesso popolo, che è oltretutto la prima vittima della crisi sanitaria. Un caso forse inedito e unico, nella storia repubblicana del Paese. Restando in argomento, Luigi “Gino” Strada, in un’intervista di ieri che lo ha visto lanciarsi in previsioni azzardate sull’evoluzione della pandemia e sull’impatto dei vaccini (lo Strada non è né virologo né epidemiologo né farmacologo), ha del resto accusato gli italiani di superficialità, di egoismo e di ignorare i morti causati dal virus. Grazie, ci permettiamo di aggiungere. E a scanso di equivoci siamo ironici.

Questa serie di riflessioni ci offre lo spunto anche per un ulteriore approfondimento, in particolare sul nuovo approccio alla comunicazione della sinistra italiana. Da sempre accusata di non saper parlare e relazionarsi con l’esterno, prigioniera di termini e concetti farraginosi e distanti dalla “gente”, oggi i suoi leader e i suoi agit-prop ricorrono a pensieri semplici e semplicistici, incapsulati in frasette brevi e di facile assimilazione, non poche volte ricorrendo persino alla trivialità ed alla volgarità (si pensi agli ultimi post di Fabrizio Del Prete, carichi di parolacce e insulti nei confronti degli italiani). L’impressione è che abbiano ormai recepito lo stile di quelle stesse destre populiste e qualunquiste che hanno sempre combattuto e dalle quali hanno sempre cercato di distinguersi, partendo proprio dalla forma.

La rivincita dei “nazisti” svedesi


Il successo del modello svedese, oggi riconosciuto anche dall’ OMS, andrà senza dubbio contestualizzato, tenendo presente come le differenze tra un paese e l’altro, tra uno scenario e l’altro, rendano spesso difficile o impossibile concepire soluzioni univoche e standardizzate.

Quello che tuttavia non può non balzare agli occhi è il fatto sia stata smentita la narrazione che voleva e vuole demonizzare la Svezia (tra le comunità più progredite al mondo), presentandola come un paese egoista, incosciente, negazionista, sprovveduto, folle, quasi prossimo all’eugenetica nazista (!).

Un atteggiamento che rientra in una strategia propagandistica e comunicativa precisa, mirata a colpire non solo la leadership scandinava ma chiunque prenda le distanze da un certo approccio e da una certa narrazione, oggi ancora dominanti, rispetto al problema Covid.

“Mai stato restoacasista”: il Covid e la lezione della Storia

“Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimento”

Così Sir Winston Churchill, che in questo pensiero attribuitogli giocava sul luogo comune, peraltro molto diffuso, che voleva gli italiani in maggioranza fascisti fino all’8 settembre 1943.

Sebbene un’analisi affidabile e scientifica sulla popolarità del regime mussoliniano durante il Ventennio sia irrealizzabile, non potendo il popolo disporre di libertà di espressione, voto e partecipazione, è tuttavia innegabile che qualsiasi leader, ideologia, partito o approccio politico tenda ad essere disconosciuto ed abiurato dai suoi sostenitori, una volta entrato in crisi. D’altro canto, pure i nostalgici del comunismo fanno loro, nell’Est Europa, il cliché che vuole i connazionali ligi ed entusiasti marxisti, fino al 1989-1992.

Per questo è legittimo pensare che una simile dinamica interesserà il movimento d’opinione oggi più “prudente” rispetto all’emergenza Covid, non appena l’epidemia mostrerà i primi, irreversibili, segnali di declino (sta già avvenendo). Allora, quando un dibattito più lucido sugli errori della politica, della scienza e dei media sarà possibile, molti prenderanno le distanze dalla causa sposata fino a poco tempo prima, rinnegandola, mettendola in dubbio e in discussione.