La sinistra e il “feticcio” dell’emergenza: una chiave di lettura (dal XVII secolo ad oggi)

sinisra covidL’arroccamento di una parte non marginale della sinistra, non solo italiana, alle misure restrittive ed alla cultura dell’emergenza (più che allo stato d’emergenza stesso o alla narrazione dell’emergenza) può forse trovare una risposta ed una chiave di lettura nei residui di quell’eredità socialista cui è debitrice, insieme al M5S, per ragioni storiche, politiche e ideologiche.

Al di là dei fattori legati alla stretta contingenza, come l’essere al governo (quindi il dover approntare metodologie di contenimento e il doverne difendere la bontà) e l’indubbio guadagno derivato da una compressione “de facto” delle libertà individuali e politiche, una cultura più sensibile al collettivo rispetto a quella delle più individualiste destre borghesi, l’assegnazione di un primato al pubblico ed allo Stato dirigista e regolatore, l’ambizione (in questo caso espressa da molti esponenti ed elettori di centro-sinistra e grillini) di usare l’emergenza Covid per ridimensionare il capitalismo e/o avviare la cosiddetta “decrescita felice” (concetto presente anche nelle destre di eredità ruralista) ed una ancor fragile mentalità liberale, agiscono in maniera sinergica, confezionando il feticcio laico della sicurezza sanitaria “senza se e senza ma”.

L’interrogativo più incalzante oggi su banco è se e per quanto, qualora i numeri dovessero confermarsi bassi in autunno e nel 2021, un simile approccio potrà essere sostenuto e risultare accettabile e cedibile, senza compromettere le fortune politiche dei suoi patrocinatori.

Bocelli e quei “buoni” che odiano troppo (e troppo spesso)

bocelli virusAlcune dichiarazioni di Andrea Bocelli sono senza dubbio discutibili, anche alla luce dell’enorme responsabilità che una posizione come la sua conferisce. Questo, al netto di ogni riflessione sulla necessità di invitare un cantante lirico ad un incontro a tema medico-scientifico.

Tuttavia, sminuirne il valore di artista (si tratta di un nome di fama internazionale), sostenere fosse ad un dibattito di negazonisti ma soprattutto augurargli il male, insultarlo e deriderlo per il suo handicap, è un modus operandi aberrante, ancor di più se a farlo è chi ama presentarsi come difensore dei diritti dell’Altro, delle differenze, della democrazia, della corretta informazione e dell’etica civile.

Un atteggiamento non diverso da quello di una certa destra, miope e fanatica, quando attaccava e attacca figure del calibro di Benigni o Saviano, Fo o Pasolini, che hanno dato e danno lustro all’Italia a livello internazionale.

Purtroppo, per un intreccio di cause, dirette o indirette, anche la fase di emergenza legata al Covid ha finito col degenerare nella polarizzazione più nevrotica, scomposta ed ottusa, complicando una situazione già delicata e difficile.

Se il virus fa “terra bruciata”: come demonizzare il dissenso

images (71)Tra le tecniche della propaganda, più precisamente della propaganda “agitativa”, ne esiste una che è tanto diffusa quanto poco conosciuta (almeno per l’assenza di un “frame” ad hoc) ribattezzata da alcuni studiosi “fare terra bruciata”.

Ecco cosa dice il Prof. Ragnedda in un passaggio utile ai fini di questa analisi, « tale tecnica viene spesso usata per “bruciare” il terreno intorno al quale un’idea, avvertita come pericolosa dallo status quo, sta germogliano. Il primo passo è quello di demonizzare il nemico, farlo apparire come un mostro, per poi indurre altre persone che si stanno avvicinando a quelle idee ad abbandonarle proprio perché sostenute da un gruppo così pericoloso e temuto. »

Complementare al “fare terra bruciata” sono dunque la “proiezione” o “analogia” (associare l’idea in questione ad un’immagine negativa e respingente) e il “senso comune” (convincere il target che le posizioni sostenute dal propagandista rispecchino il comune sentire),

Come possiamo notare, chi oggi sostiene una linea sul Covid diversa dalla narrazione “mainstream” è non poche volte accusato di irresponsabilità, insensibilità, “complottismo” o ignoranza, attaccato e deriso secondo un modus operandi che riflette la tecnica del “fare terra bruciata”. Anche in questo caso l’obiettivo non è solo colpire un determinato bersaglio, ma, appunto, evitare che le sue posizioni si diffondano.

Il virus e la competenza “intermittente”

virus zangrilloSi può notare come una parte del movimento d’opinione più “prudente” rispetto all’emergenza Covid tenda ad attribuire credibilità alla formazione ed alla competenza in modo incostante, a seconda del momento e della posizione espressa dal soggetto.

Se ad esempio un medico o uno scienziato con un buon cv, ma che tuttavia non sia un virologo, invita alla cautela, la sua preparazione è citata quale garanzia, mentre se a parlare è uno Zangrllo, docente e primario, allora diventa “solo” un anestesista (nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore è il “medico di Berlusconi”), dunque bollato come non competente in materia. Ma anche i titoli di un Bassetti, pure infettivologo, sembrano non avere valore rispetto a quelli di uno statistico o di un biologo, mentre si arriva persino a sminuire, con teorie del complotto degne di un Marcianò, la storia di chi ha vinto un Premio Nobel per la Medicina. Cosa ancor più singolare, luminari del calibro di un Silvestri o di un Clementi, che oggi sposano una linea più “ottimistica”, vengono subdolamente ignorati, per l’ovvia difficoltà di colpire tanto in “alto”.

Un atteggiamento ai limiti del fanatismo ideologico, che stride con l’etica di chi fa della ratio e della competenza certificata un feticcio e una “conditio sine qua non”, di chi esalta il “principio di autorità”. Un criterio selettivo, che poi è una vera e propria fallacia logica e un calderone di bias cognitivi, improbabile ma soprattutto dannoso per l’immagine della scienza sul medio-lungo periodo.

La versione dell’infermiere: un’incognita ai tempi del Covid?

infermieriTempo fa avevamo paragonato la condizione attuale degli scienziati (virologi, epidemiologi, immunologi, pneumologi, ecc) a quella dei magistrati degli anni ’90; entrambe le categorie impegnate direttamente e come nessun’altra in una fase di emergenza e per questo idealizzate dalla gente “comune” sull’onda dell’emotività, con riflessi significativi e destabilizzanti sul loro Ego. Un paragone non irrazionale, come sembra dimostrare il recente ingresso in politica di un noto epidemiologo, proprio come fecero molti giudici allora.

Il fenomeno è tuttavia rintracciabile, e forse ancora di più, nella comunità degli infermieri, che con le toghe di quella stagione può anche condividere la mitologia del martirologio.

Selfie con le mascherine, selfie in ospedale, selfie tra i macchinari, selfie con i volti stanchi, selfie con i camici bagnati dal sudore, appelli genuini o insinceri, l’infermiere trova nel Covid, al di là dei meriti sul campo che gli vanno senza dubbio riconosciuti, una vetrina importante, che in parte lo sottrae, finalmente, al cono d’ombra del medico. Un’occasione per alcuni di loro irripetibile ma che determina, in qualche caso, un’esasperazione dei toni, un sostegno alla comunicazione ansiogena per sentirsi ancora e sempre protagonisti, per non lasciarsi sfuggire un momento di “celebrità” a lungo atteso, per non tornare persone “qualsiasi”, cosa inevitabile se l’emergenza finisse.

Frugali vs ambiziosi: il paradigma di un’Europa che rischia di implodere

recovery fundNello scontro che sta avvenendo in questi giorni in Europa, l’economia e lo stesso Recovery Fund sono solo alcuni aspetti, e forse secondari, di una questione molto più vasta e complessa.

A confrontarsi sono infatti due mondi totalmente diversi, ovvero il Nord protestante e l’Europa mediterranea, cattolica e debitrice della cultura classica (ovviamente con qualche semplificazione). Realtà distanti non solo nella visione dell’economia e dello Stato, ma anche in quella del cittadino e dell’uomo, dei valori fondativi di una società.

Sbaglia chi ritene migliore il modello “frugale”, basato anche sul principio luterano e calvinista della “responsabilità personale”, come sbaglia chi ritiene migliore un modello più attento all’assistenza e al pubblico. Questo, appunto, perché si tratta di approcci soggettivi, elaborati in e per contesti unici (pure sotto il profilo geografico e climatico) e separati da millenni di vicende incomparabili.

Il principale ostacolo alla sopravvivenza del “sogno” europeo sta tutto qui; se cioè è spesso impossibile conciliare differenze e divergenze importanti in un singolo paese, pensare di farlo con un intero continente appare davvero complicato e logorante.

Difficile da capire, per concludere e al netto di ogni altra considerazione, chi invece “tifa” per il fallimento italiano nelle trattative, e questo solo per spirito anti-governativo. Non siamo allo stadio, è vero, ma c’è in gioco il nostro futuro.

Fino a quando, Catilina, diffonderai fake news e ci parlerai di Boris Johnson? Il Covid e gli scenari della (mala)comunicazione.

manipolazione6Uno dei maggiori esperti di comunicazione politica italiani suggerisce agli aspiranti spin doctor di usare i mezzi pubblici, in modo da conoscere e capire il paese “reale” al di là delle distorsioni mediatiche. Un consiglio che può sembrare ingenuo, dato il carattere soggettivo dell’esperienza personale, ma che ha una sua validità.

Analizzando in rete i commenti e le reazioni sotto gli articoli di taglio più “allarmistico” riguardanti il Covid, potremo infatti vedere un cambio radicale negli umori degli utenti, rispetto alle prime fasi dell’ “emergenza”. Se cioè a marzo-aprile tutti o quasi si mostravano appiattiti sul “mainstream” governativo e mediatico, oggi tendono ad emergere lo scontento, il cinismo, la critica, la sfiducia verso le istituzioni e la comunità medico-scientifica.

A questo punto le domande da farsi sono: quanto ancora, se i numeri continueranno ad essere quelli attuali (poche decine di ricoverati su un Paese di circa 61 milioni di residenti), chi, per un motivo o l’altro, ha interesse a tenere alta la soglia dell’ansia e dell paura, potrà proseguire su questa linea? Quanto ancora sarà possibile allungare il brodo, a colpi di notizie false o alterate (ormai è difficile tenerne il conto) o con gli sfoghi di questo o quell’infermiere senza nome? Quanto ancora darà risultati lo spauracchio del singolo positivo o del singolo, piccolo, focolaio? Quanto ancora si mostrerà efficace brandire come feticcio “negativo” un Bolsonaro, un Trump oppure un Boris Johnson? Quanto ancora varranno gli esempi, spesso fuorvianti, di paesi a noi agli antipodi?

Né, d’altro canto, è pensabile porre come condizione per il ritorno alla normalità il traguardo del “rischio zero”, obiettivo irrealizzabile in ogni aspetto della nostra vita, anche per quel che concerne fattori di rischio ben più insidiosi e urgenti.

Ancora, insomma, ci sono in gioco non solo il benessere del popolo, ma pure il futuro e la credibilità della comunità scientifica e della classe politica, pericolosamente esposte ad un effetto boomerang quando l’emergenza sarà conclusa (la “legge del pendolo” della storiografia, di matrice platoniana).

Se l’uomo della strada diventa un ultras: i fanatismi ai tempi del Covid

rabbiaCapita spesso, a chi manifesti una linea critica verso una certa narrazione ansiogena, se non proprio alterata, del Covid, e verso le misure prese dal governo, di sentirsi accusare di negazionismo, egoismo, leghismo (non è un’offesa “ipso facto”), populismo, trumpismo (!) e persino di anti-patriottismo (quest’ultimo è un aspetto oltremodo inquietante, essendo un cliché usato dai regimi illiberali).

 

Si tratta, nello specifico, di una tecnica comunicativa e propagandistica conosciuta come “proiezione/analogia” (o, con qualche differenza, “attacca il messaggero”): spostiamo il focus del discorso da noi e dalle nostre tesi al nostro “avversario”, associandolo ad un’immagine per lui negativa e respingente e costringendo così alla difesa. Non di rado è un escamotage che viene in soccorso quando la nostra capacità argomentativa entra in crisi.

 

Se un simile atteggiamento può rientrare nella logica, pur discutibile, di chi fa informazione (la necessità di monetizzare e/o di sostenere la linea politica del proprio editore), del politico (legittimare le scelte della propria fazione) o persino dello scienziato (promuovere sé stesso e le proprie tesi) appare assolutamente irrazionale nell’ “uomo comune”.

 

Perché, in buon sostanza, il semplice cittadino dovrebbe trasformarsi in un ultras con la bava alla bocca, pronto a “sbranare” chi ha davanti, parlando di Covid? Al di là degli immancabili condizionamenti di bandiera, va detto che circostanze delicate come questa, con un enorme carico di stress emotivo, favoriscono la polarizzazione, elemento che interviene a complicare le cose e a rendere le soluzioni ancor meno agevoli.

Stato d’assedio?

stato emergenzaA lasciare perplessi, nella decisione di prorogare lo stato di emergenza, sono in prima analisi le motivazioni addotte dal presidente del Consiglio. Con il virus ormai in ritirata dal nostro Paese, come aveva annunciato qualche tecnico snobbato forse con troppa superficialità, si vuole cioè mantenere un dispositivo (ormai messo da parte in quasi tutta Europa) che consente di limitare le libertà personali senza renderne conto altri poteri dello Stato e solo per il timore di nuove ondate. Per ciò che potrebbe essere ma magari non sarà, insomma. Una sorta di “guerra preventiva”, che sembra riecheggiare i fasti non troppo fausti del quartetto Bush, Rice, Powell e Rumsfeld. Ma lascia perplessi anche la mancanza, ad oggi, di altre significative misure per contrastare un’ipotetica seconda ondata, come il rafforzamento delle strutture medico-sanitarie ed una legge-quadro che distribuisca i poteri di intervento alle autorità locali, cosa che ha suggerito il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli.

A questo punto non sembrano irrazionali alcuni interrogativi, anche volendo considerare la non solidissima tradizione democratica della prima forza di governo (perlomeno vedendo la sua gestione interna) e il suo legame con una s.r.l. attiva nella comunicazione e nella propaganda: quale uso verrà fatto dello stato di emergenza se dovessimo avere un “autunno caldo” come ipotizzato da Lamorgese? Quanto c’è di politico e quanto di tecnico-scientifico nella decisione di prorogare lo stato di emergenza? Cosa accadrà se il governo dovesse temere concretamente di perdere alle regionali di settembre?

Voltaire diceva che il pericolo più grande, per chi governa, è avere troppo consenso, perché può spingerlo a decisioni sbagliate prese sull’onda del momento; oltre a quello dei suoi elettori e simpatizzanti, il Conte bis può fare affidamento sulla paura dei cittadini che votano altrove, mantenuta alta da quotidiane iniezioni mediatiche di allarmismo e catastrofismo. Quale uso ne farà? Lasciarsi prendere la mano potrebbe ritorcerglisi contro, presto o tardi, e potrebbe arrecare danni incalcolabili e irreversibili al Paese.

Hasta Conte siempre: quello strano paradosso della sinistra

conte comunistiDopo aver per anni contestato, e qualche volta sabotato, leader e governi progressisti considerati non abbastanza “ortodossi”, una parte della cosiddetta “sinistra-sinistra” sembra oggi acriticamente appiattita sul Conte bis. Un governo che ha l’appoggio dei renziani (benché su questo punto si tenda a sorvolare), guidato da un uomo che non proviene dalla sinistra, che non proviene dal mondo della politica e che, soprattutto, nella sua prima esperienza a Palazzo Chigi presiedeva un esecutivo retto dalla Lega di Salvini, dai sovranisti del MNS e, come oggi, dal M5S.

Un paradosso determinato forse dall’eccezionalità del momento (la sinistra ha uno spiccato senso del collettivo e/o potrebbe aver individuato nell’emergenza un’opportunità per ridimensionare il capitalismo occidentale), ma in ogni caso di non facile comprensione e soluzione.