“Sovranità”, natalità” e “famiglia”: perché non sono “parolacce”

Se un ministero per la “sovranità alimentare” esiste pure nella Francia di Emmanuel Macron (ed ha in un certo senso dei precursori anche a sinistra, basti pensare alla “Via Campesina”) e politiche per favorire la natalità vengono intraprese in altri paesi occidentali e da governi conservatori come progressisti (essendo il calo demografico una minaccia esistenziale per una nazione), la tutela di un concentrato di ricchezze ed eccellenze qual è il “Made in Italy” non potrà che essere considerata positiva e razionale.

Termini come “sovranità”, “natalità” e persino “famiglia”* sono tuttavia dei “frames” che a livello neurologico richiamano e attivano, in una parte degli elettori di sinistra, il ricordo del Ventennio, e di conseguenza tutto quello che è ad essi collegato viene percepito in chiave negativa e dunque respinto (si consigliano a tal proposito gli studi di Lakoff).

Ma c’è di più.

Per ragioni storiche ben note (un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano, ad esempio, oltre al già citato “tabù” dell’esperienza fascista), anche il rimando alla difesa dell’interesse nazionale e a tutto ciò che sia vagamente identitario è inteso e bollato da costoro come sbagliato, pericoloso, minaccioso ed anacronistico. Un approccio “innaturale”, oltre che autolesionistico, che ha contribuito, in un’ultima istanza, a rendere quella sinistra impopolare, ad allontanarla dal cosiddetto “paese reale”, dai cittadini e dai loro bisogni.

*con il riconoscimento delle unioni civili, anche i legami tra cittadini dello stesso sesso sono e saranno tutelati dalle politiche per la famiglia

Il pacifismo “strategico” dagli Euromissili all’Ucraina

Le proteste dei pacifisti occidentali a seguito dello schieramento dei missili USA-NATO IRBM Pershing-2 e BGM-109 Tomahawk in Gran Bretagna, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Belgio e Olanda agli inizi degli anni ’80, tendevano a trascurare nel loro discorso il decisivo elemento causa-effetto, ovvero come il blocco atlantico avesse assunto quella postura in reazione al precedente schieramento, da parte sovietica, degli SS-20* (non a caso la mossa sovietica aveva suscitato risposte molto meno robuste). L’Occidente e solo l’Occidente era irresponsabile, l’Occidente e solo, o prima, l’Occidente doveva fare un passo indietro.

Oggi notiamo qualcosa di simile, con un segmento importante (e stavolta politicamente trasversale) del pacifismo che invoca la fine delle ostilità ma ne dimentica ed omette le ragioni, quando non giustifica in maniera aperta Mosca.

Un simile approccio, innanzitutto se non esclusivamente ideologico e politico e senza dubbio superficiale, danneggia le istanze pacifiste in relazione al conflitto in Ucraina, e ciò nel loro complesso, facendole apparire secondarie, insincere e strumentali, degli escamotage a vantaggio di Putin e per di più adesso che la situazione sembra volgere al peggio per le truppe della Federazione Russa.

*dal 1977

Perché la “metamorfosi” di Conte non è una sorpresa

La “metamorfosi” di Giuseppe Conte, da compassato Presidente del Consiglio (adorato nei mesi pandemici anche da quella sinistra all’epoca innamorata della linea chiusurista “senza se e senza ma”) a Masaniello ondivago, stupisce solo se non si prende in considerazione la natura del soggetto, che è assai ambiziosa (nel volgere di 24h passò dal governare con la Lega salviniana a governare con il PD e LEU), e se non si prende in considerazione la natura, endemicamente populista, del M5S.

L’ “avvocato del popolo” si sta quindi solo adeguando al nuovo ruolo, ormai l’ennesimo, per di più costretto ad accentuare certi aspetti radicali del suo movimento nel tentativo di fargli recuperare voti e consensi.

La Russia e il falso mito del generale passato

Cosa ben nota, il movimento d’opinione filo-russo utilizza frequentemente il richiamo alle vittorie su Hitler e Napoleone come prova della capacità militare della Russia odierna.

Oltre a risultare omissiva, poiché vengono dimenticate e ignorate le moltissime sconfitte e difficoltà degli eserciti russi nel passato, anche contro avversari modesti (si pensi a Polonia e Finlandia*) e a basarsi su evidenti manomissioni storiche, intenzionali o non volute che siano (1: quella su Napoleone non fu propriamente una vittoria sul campo di battaglia 2: nel 1941-1945 la Russia era parte di uno Stato diverso e molto più vasto e potente, l’URSS, impegnato su un unico fronte a differenza degli avversari e che poté contare sul sostegno decisivo degli alleati occidentali), una simile scelta comunicativa è, soprattutto, irrazionale, dal momento in cui è imperniata sul mito di vicende troppo lontane dalla nostra, svoltesi in epoche troppo diverse dalla nostra.

Quest’ultimo punto rivela tutta la “romantica” e disperata distanza dalla realtà di una parte dei sostenitori del Kremlino e/o dei loro target, legati ad un’idea della Russia superata dai tempi e dagli eventi, ad un cliché di grande o super-potenza che non ha riscontri pratici e fattuali, come dimostrano, tra gli altri, i problemi in Ucraina, gli indicatori economico-sociali del Paese ed i rapporti con Pechino.

Nonostante le sue enormi potenzialità e l’innegabile crescita degli ultimi anni, l’odierna Federazione Russa è infatti una “regional power”, un Paese del Secondo Mondo che basa il proprio prestigio muscolare su un arsenale nucleare che non può usare e le cui reali condizioni destano più di una perplessità. Non capirlo, od ostinarsi a non volerlo capire, porta al disorientamento davanti agli smacchi contro l’esercito di Kyïv, a previsioni “a-là” Orsini destinate con inesorabile puntualità a fallire.

*gli agit-prop filo-russi ricorrono in questo caso alla tecnica (fallacia logica) del “Cherry Picking”

Michail Gorbačëv e i vantaggi di una sconfitta: una chiave di lettura per il futuro?

Riconoscendo l’errore di aver invaso l’Afghanistan e ritirando le truppe, Michail Gorbačëv perse, sì, la guerra e la credibilità davanti al regime collaborazionista del PDPA , ma sull’altro piatto della bilancia ottenne vantaggi ben più importanti e pesanti.

Più nel dettaglio:

-risolse il problema dell’emorragia di uomini (oltre 1 milione), mezzi e denaro derivata dal conflitto (a tal proposito non andrà dimenticata la questione, spinosissima, del mancato o inefficace reinserimento dei reduci, spesso respinti dalla società)

-rilanciò la credibilità internazionale dell’URSS

-fece diminuire la diffidenza dei paesi vicini e del Terzo Mondo, ma più in generale della comunità mondiale, verso Mosca

Un passo non troppo difficile per l’uomo della perestrojka, se si considera che non era stato lui ad iniziare la guerra ma Leonid Brežnev.

Non è quindi irrazionale ipotizzare che un successore di Putin farà altrettanto con l’Ucraina, qualora il confronto militare con Kiev dovesse protrarsi a lungo, impantanando i russi come 40 anni fa.

Civitanova Marche, le istituzioni “distratte” e quella spirale verso il basso

Le indagini sul caso di Civitanova Marche hanno, ad oggi, escluso il movente politico e razziale. Ex tossicodipendente, pregiudicato, già sottoposto a TSO e in cura al CIM, bipolare fino all’invalidità civile e sotto la tutela legale della madre, il Ferlazzo è infatti un individuo pericoloso, instabile e imprevedibile (lo si può dedurre pure analizzando il suo profilo Facebook), che nella stessa situazione avrebbe potuto aggredire anche un bianco*. Un soggetto “malato”, come forse lo era Alessia Pifferi, non adeguatamente seguito visto ciò che è accaduto.

Se da alcuni l’equazione “bianco-che-uccide-nero=bianco razzista” risponde ad un’astuta mossa propagandistica, e quindi è una semplificazione intenzionale, da altri muove da un primitivo schema figlio di quello stesso razzismo che generalizza di fronte ad un episodio criminale quando vede l’immigrato nella parte del colpevole.

Una spirale verso il basso, di cui è responsabile innanzitutto la prima categoria, quella che mette in atto una strumentalizzazione tattico-strategica per un voto in più.

*nel 2018 aveva aggredito una studentessa italiana in treno

Natalia Ginzburg e gli italiani

Natalia Ginzburg – Levi era una comunista (parlamentare del PCI), quindi anche per questo, o forse innanzitutto per questo, non apprezzava l’Italia e gli italiani, tracimando in banalizzazioni come quella che molti stanno riciclando sui social nelle ultime ore. Il disappunto verso un popolo che non premiava il suo partito e l’anti-italianismo come rifiuto di qualsiasi afflato identitario in nome di un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano e per effetto del tabù dell’esperienza fascista.

Le vie (e le incognite) infinite del M5S

In ragione della sua natura liquida e post-idelogica (e della consueta buona dose di opportunismo, trasversale in politica), se salterà l’alleanza con il centro-sinistra il M5S non avrà nessun problema ad entrare di nuovo in un governo di centro destra o ad appoggiarlo, nel caso in cui il trio Meloni-Salvini-Berlusconi non dovesse uscire dalle urne con l’autosufficienza.

Restando al Movimento, se probabilmente lo strappo-non strappo con Draghi gli farà recuperare qualcosa tra la sinistra più “massimalista” (i suoi ex simpatizzanti di destra resteranno con la Lega e FdI), sarà invece interessante osservare la risposta del segmento più moderato (che non è trascurabile come si tende a pensare) del suo elettorato.

Se la madre killer è “assolta” a priori

La cultura italiana, e più in generale le culture mediterranee, hanno, ed è ben noto, sublimato, idealizzato, l’immagine della madre, la figura materna. Casi come quello di Alessia Pifferi o di Martina Patti violano quindi un tabù, dando origine ad un trauma collettivo che la società, o almeno un suo segmento importante, cerca di curare, come in una catarsi tipica del teatro greco, inseguendo un colpevole esterno; la depressione post-partum (anche quando fuori tempo massimo), le inadempienze della società (quale?) che non sarebbe stata in grado di cogliere certi segnali di pericolo (cosa peraltro non facile per l’osservatore comune), l’eccessivo carico di stress e lavoro che la società lascerebbe sulle spalle delle madri (è bene ricordare che sposarsi e/o mettere al mondo dei figli non è obbligatorio ma una libera scelta), le inadempienze del partner-maschio (anche quando le dinamiche della tragedia non sono ancora state chiarite e ricomposte), il disagio economico-sociale, ecc.

Si esclude insomma (questo anche per effetto, e non è secondario, di un politicamente corretto compensatorio e risarcitorio), la colpa della madre. La ricognizione la assolve a priori, rifiutando l’idea e l’evenualità di una sua assenza di empatia, che possa trattarsi di una persona inadatta al ruolo, di un’immatura o ancora di un egoista o di una persona “cattiva” (termine comunque generico e amplipensante).

Un’interpreazione indulgente, tautologica e selettiva, riservata alle sole madri “killer” o mancanti, mentre con altre categorie, ad esempio i padri “killer” o mancanti, lascia il posto a valutazioni ben più istintive, radicali e brusche, che aggrediscono e dequalificano ogni tentativo di scavo razionale.

Un’interpretazione che è, in ultima analisi, “sessista”, poiché muove dal presupposto che ogni donna sia madre-buona madre per istinto e vocazione, per “forza”, imprigionando così la donna nell’antico cliché focolarico e muliebre.

Civitanova Marche: sulla pelle nera di Alika

Ad ora non è chiaro se alla base della tragedia di Civitanova Marche vi sia stato il movente razziale. Sulla scorta degli elementi disponibili non si può escludere che l’omicida (tra l’altro pregiudicato) avrebbe potuto aggredire anche un bianco.

Agitare lo spettro del razzismo e della xenofobia non è quindi solo incauto ma diventa anche una strumentalizzazione, resa ancor più bieca dal suo essere funzionale alla campagna elettorale in corso, dalla necessità di contrastare il centro-destra a trazione meloniana in vantaggio nei sondaggi.

La politica è (anche ) cinismo, tuttavia chi si erge a difensore di certi valori dovrebbe darsi, per quanto possibile, dei limiti tangibili, evitando un spirale verso il basso che offende innanzitutto le vittime come Alika Ogorchukwu.

Ancor più inaccettabile è l’accusa di razzismo rivolta all’intero Paese, come sarebbe inaccettabile accusare gli immigrati di essere tutti dei criminali per le colpe di qualcuno di loro.

Aggiornamento:

Sta emergendo che il Ferlazzo è un ex tossicodipendente, aveva problemi mentali, era stato in cura al CIM e sottoposto a TSO, assumeva psicofarmaci ed era sotto tutela della madre. Anche dal suo profilo social si intuisce non a caso una personalità borderline. Ad oggi, gli inqurienti escludono il movente politico e razziale.