Appunti di storia -Via Fani, 40 anni dopo

(Di CatReporter79)

Moro e gli USA: una prospettiva diversa

Alla fine degli anni ’70, il vice-ambasciatore americano in Italia, Allen Holmes, stilò per il dipartimento di Stato di Washington un rapporto di undici pagine intitolato “A disserting view of american policy in Italy”.

Nel documento, il diplomatico criticava la chiusura mostrata verso il PCI dal suo Paese negli ultimi anni; per Holmes, era invece necessario coinvolgere anche i comunisti nel governo italiano, alla luce della svolta democratica promossa da Enrico Berlinguer.

Secondo una linea condivisa da Aldo Moro e dallo stesso Andreotti, un eventuale partecipazione del PCI nell’esecutivo aveva anche lo scopo di evitare un asse con il PSI, il PRI e il PSDI, che avrebbe garantito alle sinistre un controllo totale del Parlamento.

Sebbene non fossero mancati attriti tra Moro e gli USA (celebre a tal proposito uno scontro tra lui e Kissinger nel 1974), come abbiamo visto la postura di Washington nei riguardi di Botteghe Oscure e della politica dello statista democristiano subì un mutamento significativo. Si tratta di un elemento di notevole importanza storica, che contribuisce a indebolire la mitologia che vuole i fatti del marzo-maggio 1978 come una macchinazione ordita dagli Stati Uniti per scongiurare l’accesso del PCI alle “stanze dei bottoni” del nostro Paese.

Nella foto: Henry Kissinger e Aldo Moro

Elezioni 2016: quel rinnovamento che manca e continua mancare ai repubblicani e la lezione di Bill Clinton

Republicanlogo.svgIl Partito Democratico statunitense tornò alla vittoria quando comprese ed acquisì l’importanza di un cambiamento rispetto alle linee di indirizzo, ancora legate agli anni della contestazione, che avevano ispirato l’Asinello a cominciare dalle presidenza Kennedy.

Spostando il timone al centro e verso una politica basata su un più lucido pragmatismo, William J.Clinton riuscì così ad imporsi, dopo le debacle del 1980, 1984 e 1988, e ad imporre la sua corrente NDC (Democratic Leadership Council).

Osservando i programmi dei maggiori candidati repubblicani per le primarie che stabiliranno lo sfidante nella corsa alla Casa Bianca, quello che balza agli occhi è un’ossificazione, in special modo sui temi etici, ad architetture valoriali ormai superate e rigettate dalla storia e da una società in continuo ed inarrestabile mutamento ed evoluzione. Manca ancora, per l’Elefantino, quel “turning” point che fu alla base della rinascita dei rivali (con le ovvie e dovute differenze del caso) e che si fa oggi più che mai irrinunciabile per chiunque voglia ambire alla guida di una grande democrazia occidentale.

Obama e l’affaire Lo Porto. Onestà intellettuale (per un volta) dalla Casa Bianca

Riconoscendo le responsabilità degli USA e le sue, personali, nella morte di Weinstein e Lo Porto, Barack Obama ha dato un segnale apprezzabile, evitando di trincerarsi dietro quella “raison d’État” tanto usata ed abusata da Washington negli ultimi anni.

Un passo che somiglia a quello compiuto da Jimmy Carter nel 1980, dopo il disastro della “Eagle Claw”; l’ex ingegnere di Plains ammise infatti davanti al mondo, senza alibi ed equivoci, il fallimento della sua amministrazione, pur consapevole che la scelta gli sarebbe costata la Casa Bianca.

P.s: Fu sfortunato, ad ogni modo, Carter. Una serie di incredibili coincidenze (?) negative portarono infatti la “Eagle Claw” al fallimento.

“Rally round the flag”. Perché radunarsi intorno alla bandiera non è sempre un bene. I limiti della democrazia americana, tra stereotipi e realtà

riceTra le mitologie che alterano la percezione della società americana nell’osservatore esterno, consegnandogli un’idea agiografica, e quindi irreale, degli USA, il valore positivo e salvifico del cosiddetto “rally round the flag”, formula coniata dal sociologo statunitense John Mueller in un suo articolo dal titolo “Presidential popularity from Truman to Johnson” per spiegare l’attaccamento, trasversale, alle istituzioni ed alla bandiera da parte del suo popolo nei momenti di maggior crisi e difficoltà.

Questo atteggiamento, generalmente presentato come sinonimo di robustezza della coscienza nazionale americana, nasconde, a ben vedere, una lacuna di fondo, ovvero l’incapacità di elaborare una fisionomia critica efficace, in grado di proporre una visione d’insieme diversa da quella dell’establishment, nel solco di quell’eterodossia che dovrebbe caratterizzare le società aperte. Al contrario, anche gli intellettuali (sebbene con rare e famose eccezioni, come ad esempio Eugene V.Debs) appaiono allineati con l’emotività diffusa di vicinanza alle istituzioni, lontani dal ruolo di apripista del dissenso razionale ricoperto dai loro omologhi in altri Paesi.

L’archè del fenomeno va cercato senza dubbio nel patriottismo che anima il popolo americano (pur minacciato nella sua unitarietà da spinte separatiste non marginali) ma anche in una certa prassi intimidatoria con la quale la governance a stelle e strisce si è sempre relazionata alla protesta, specialmente dagli anni dell’amministrazione Wilson.

Scriveva a questo proposito Italo Calvino, in occasione della Crisi missilistica di Cuba* del 1962: «In America il livello culturale è alto […] questo dovrebbe dare all’intellettuale americano una posizione di primo piano, ma non è così. Il maccartismo ha creato , a suo tempo, un clima di sospetto e di paura; […] la ferita no è sta ancora rimarginata. Ho avuto cioè l’impressione che l’intellettuale americano , il quale prima si manifestava il meno possibile per non essere accusato di essere un “agente di Mosca”, oggi persiste nel suo silenzio perché si sente più o meno impotente».

Questo, è bene ricordarlo, non nega né vuol negare l’esistenza di un conflitto dialettico, nella comunità e nella cultura statunitensi, ma ne evidenzia la scarsa importanza proprio nelle fasi in cui il suo contributo risulterebbe più vitale per la vita democratica. Il ritardo con cui “western revisionista” è giunto rispetto all’olocausto dei nativi ed alla filmografia western tradizionale, così come la pellicola “governativa” sull’11 Settembre di un registra “non allineato” come Oliver Stone, sono dimostrazioni ulteriori e tangibili di questo “vulnus”.

*salvo rare eccezioni, il consenso degli americani verso l’operato del loro governo fu quasi unanime. In buona sostanza, mentre i missili nucleari sovietici alle porte degli USA (a Cuba) venivano considerati un “male”, quelli americani alle porte dell’URSS (in Turchia) venivano considerati un “bene”.

Il giornalismo americano cane da guardia della democrazia?Breve panoramica di un falso storico

Esiste, anche in ambito giornalistico, la convinzione secondo cui la stampa americana sia un faro ed una stella polare, un esempio al quale rifarsi e da seguire affinhé il cronista sia o torni ad essere un “watchdog” (cane da guardia) e non un barboncino da salotto confortato dalle carezze di questo o di quel potente. Si tratta, ad ogni modo e a ben vedere, di un “must” scollato dalla testimonianza storica e documentale, alimentato, essenzialmente, dal concorso sinergico di tre fattori:

1) la continuità democratica del mondo anglosassone

2) la vittoria nella I e II guerra Mondiale e la collocazione in antitesi al blocco comunista

3) il potere derivante dalla grande distribuzione commerciale di cui, soprattutto il cinema stars&stripes, può godere.

Redazioni cariche di reporter d’assalto alla Hoffman e Redford con le maniche tirate su, la cravatta allentata e pronti a dare la caccia a questo od a quel procuratore, a questo od a quel potente, sono un’affascinante elaborazione filmica e televisiva, una dilatazione, in senso agiografico e mitologico, di un mondo ben diverso e più complesso.

Entrando più nel dettaglio, potremmo suddividere la storia del giornalismo americano in 4 fasi: quella dei pionieri ( “muckrackers” e “penny press”), la nascita della propaganda, la Sidle Commission e l’ informazione “embedded ”, l’ ingresso dei grandi gruppi commericiali nelle redazioni e l’ “infotainment”.

I Pionieri: a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sorse negli Stati Uniti la categoria dei cosiddetti “muckrackers ” (“spalaletame”, da una definizione di Theodore Roosevelt), una pattuglia di cronisti che si occupava delle inchieste contro i grandi trust delle ferrovie, della borsa, dell’edilizia o, ancora, della condizione dei minori, delle donne , degli afroamericani e delle minoranze in genere. A questi coraggiosi narratori della verità, (Lincoln Steffens, William Shepherd, William Hard, Jacob Riis, per citarne soltanto alcuni), si aggiunsero editori come Joseph Pulizer o William Randolph Hearst, capaci di sfruttare le enormi potenzialità che invenzioni come il telegrafo potevano offrire alla stampa, in termini di numero di copie, qualità dell’impaginazione e taglio dei costi (fu in questo periodo che vide la luce la leggendaria “penny press”, la stampa d un centesimo)

Nascita della propaganda: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Inoltre, nel 1918 il Congresso votò il “Sedition Act”, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Questi elementi (la rinascita e l’istituzionalizzazione della propaganda e l’ irregimentazione dell’informazione secondo i dispositivi legislativi), contribuirono alla fine del giornalismo d’assalto americano. Sconvolto da una simile manomissione dell’impianto democratico, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Ingresso delle grandi corporations nei media : nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti) senza badare alla qualità del prodotto. Da quel momento sarà, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. P.s: inoltre, questi grandi gruppi non possono permettersi un atteggiamento ostile verso il potere. Da qui il bisogno di limitare l’azione delle redazioni poste sotto il loro controllo.

Sidle Commission ed informazione “embedded”: dopo le disastrosa esperienza in Indocina e Grenada, il governo americano decise di dare vita ad un nuovo organismo di controllo che, in tempo di guerra , impedisse ai giornalisti di fare libera e critica informazione, così come avvenuto nelle fasi finali del conflitto con il regime di Hanoi e durante il blitz reaganiano contro lo stato caraibico (Operazione Urgent Fury). Fu allora che venne concepita la Sidle Commission (dal nome di uno dei suoi promotori, il generale Winant Sidle), un soggetto creato non per censurare la stampa di guerra bensì per legarla al potere, disinnescandone il potenziale, quindi, ma senza danneggiare l’immagine delle istituzioni facendole passare per illiberali. Nacque e si sviluppò quindi quella che il Senatore William Fulbright definì “la militarizzazione dell’informazione”; erano i vertici militari a fornire informazioni alla stampa ed a consentirle di seguire le truppe. In questo modo, gli inviati diventavano dipendenti dalle loro fonti (nel caso di specie governo ed esercito) e tra esse incastonati, “embedded ”, per l’appunto, sviluppando un rapporto fideistico che ne avrebbe azzoppato la libertà di movimenti e narrazione.

Una breve ricognizione sulla storia della stampa a stelle strisce, dimostrerà che, Watergate a parte (l’inchiesta ebbe comunque il suo principale motore negli apparato investigativi federali), i cronisti americani non hanno mai cercato di forzare le serrature dei tanti armadi contenenti gli scheletri nascosti dal loro Paese, a partire dagli omicidi dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King, di Malcom X, dalla corruzione nelle realtà locali (specialmente a sud della Mason Dixon Line) , allo strapotere delle multinazionali, a progetti come l’MK Ultra, alle torture dei prigionieri nelle zone di guerra, agli errori giudiziari, ecc. ecc. A questo proposito è utile ricordare il totale appiattimento sull’ondata di revanscismo sciovinista seguito all’11 settembre e alle decisioni dell’amministrazione Bush o, ancora, il silenzio assordante sulla contestata elezione dell’ex Governatore del Texas, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente). In quel frangente, il tanto decantato giornalismo americano insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

Non un “watchdog”, quindi, ma una colonna e un diffusore della “pluralistic ignorance”.

Bнимание, Mr.Obama. Beware

Nel 1999, ai tempi dell’iniziativa militare NATO nella ex Jugoslavia (senza autorizzazione ONU ma con un poderoso bombardamento mediatico delle PR “Ruder & Finn” e “Hill & Knowlton”), un contingente di 200 soldati russi decise di occupare l’aeroporto militare di Pristina, a seguito di un malinteso diplomatico con gli occidentali. Il comandante statunitense NATO Wesley Clark e il segretario generale dell’alleanza Javier Solana, ordinarono a quel punto di trasferire di prepotenza le loro truppe nella zona. La missione fu affidata alla futura rockstar britannica James Blunt, all’epoca ufficiale di leva, che però rifiutò la prova di forza con i russi, che nel frattempo avevano spianato carri armati e cannoni sulla pista di atterraggio. Il provvido gesto evitò un confronto termonucleare tra noi e Mosca, la quale, se attaccata a viso aperto e sotto agli occhi del mondo ( e del suo popolo), non avrebbe potuto esimersi da una risposta severa e decisa. Washington ed alleati avevano dato il via ai bombardamenti sulla Serbia perché confidanti nella debolezza di una Russia ancora frastornata dal crollo dell’impero sovietico, dipendente dalle iniezioni finanziarie degli ex rivali e capitanata da un personaggio a loro tradizionalmente vicino e contiguo (almeno dal 1987), ma ciò nonostante, l’imprevisto, l’inaspettato, il caso, avrebbero potuto stravolgere, repentinamente e fatalmente, le cose. Oggi come allora, il pericolo di un terzo conflitto mondiale viene da troppi preso sottogamba e minimizzato; se, infatti, è lapalissiano che l’olocausto termonucleare non rientra nelle convenienze di nessuno, è altresì vero (come l’ “Incidente di Pristina” sta a dimostrare), che frequentemente è l’equivoco a giocare e poter giocare un ruolo capitale e decisivo.

La scarpa israeliana e il sassolino siriano

Non sono le poderose riserve di idrocarburi siriane e nemmeno il desiderio di sottrarre Damasco alla sfera di influenza russa a spingere gli USA all’intervento militare; la Siria è, infatti e insieme all’Iran, l’unica porzione del Rimland mediorientale a mancare alla cintura di sicurezza israeliana, e in questo vulnus (per Tel Aviv) si concentra e si snoda l’archè dell’azione obamiana. Non è dietrologia, d’altro canto, il fatto che le lobby ebraiche esercitino un potere esorbitante sugli Stati Uniti, dall’economia, alla stampa, alla cultura, alla politica. Se intervento sarà, Mosca (che ha i suoi veri interessi energetici altrove, vedi il Kazakistan) imbastirà per la Siria insieme agli americani una nuova, l’ennesima, Monaco. Ps. Non credo nemmeno all’escamotage pro-assadiano del “there is no alternatives”, con lo spettro dei terroristi brandito ogni volta in cui viene deposto un tiranno mediorientale. Gli occidentali sono sempre ben attenti a collocare leadership a loro contigue, nei paesi che assoggettano. Trovo invece più tentennate Obama e più assertiva Tel Aviv; sono anni che lanciano continue provocazioni, militari e mediatiche, ad Iran e Siria. Il loro controllo è troppo importante per gli israeliani.

Detroit fallisce: ma agli americani ci fanno la morale su L’Aquila

L’amministrazione comunale della metropoli di Detroit, capitale del mercato nazionale dell’automobile (nonché della criminalità urbana), dichiara fallimento. I giornali statunitensi, però, trovano ugualmente modo, tempo e “faccia” per impartire con pedanteria didascalica lezioni agli italiani sul post-sisma aquilano, proponendo e presentando scenari di resa al nemico, nel caso di specie la sorte, di rassegnazione e di irreversibile declino. Di nuovo, entra in scena il “Manifest Destiny”, prodotto del biorazzismo coloniale statunitense, declinazione e cardine primo del loro massificante fascismo culturale. Loro che hanno ancora intere porzioni di New Orleans devastate dell’uragano del 2005. Loro che non offrono nessun contributo a chi perde il proprio alloggio.

Attenzione alla parola “terrorista”

L’ elasticità restringente del termine/concetto “terrorismo”/”terrorista” è uno dei bastioni della propaganda politica di guerra e segna allo stesso tempo una tappa assolutamente nuova in questo senso (almeno dal 1917 in poi, quando il Presidente americano Woodrow Wilson gettò le fondamenta della propaganda moderna tramite la costituzione del “Committee on Public Information”). Questo perché tali formule (“terrorismo” e “terrorista”) traggono la loro forza e spinta propulsiva da uno dei cardini dell’impianto propagandistico classico: la semplificazione. Dalle campagne USA-NATO in Iraq e Afghanistan, i due vocaboli hanno assunto una valenza identificativa dell’autoctono che combatte lo straniero (le truppe occidentali) in “casa propria” e, e bene rammentarlo, con mezzi nettamente inferiori, dal punto di vista qualitativo come quantitativo. Ecco che il concetto di “terrorismo” si fa restringente e banalizzante, semplificante. Viceversa, diventa elastico quando la propaganda occidentale o di matrice revisionista fa riferimento agli stessi combattenti quando erano schierati contro le milizie Sovietiche (guerra afghana del 1979-1989) o, ad esempio, quando al centro dell’indagine e della speculazione storica, giornalistica o politica ci sono i soldati di Salò (anch’essi schierati a difesa di un regime dittatoriale contro gli Anglo-Americani, ma in questo caso presentati come soldati regolari e depositari di una dignità ideologica). Il meccanismo è strettamente legato e consequenziale ad alcuni passaggi che il sociologo Ragnedda inquadra all’interno di tre terzine:

A) Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1) demonizzazione del nemico
2) Uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3) Guerra in risposta al nemico e non come attacco

B) Bontà delle nostre guerre
1) Soccorrere una nazione o un popolo
2) Giusta causa
3) Estendere la democrazia

C) Sostegno alla giusta causa
1) Sostegno dal di fuori: internazionale
2) Sostegno dall’interno. intellettuali ed artisti
3) Sostegno dall’alto: divino

Corvo Abdul non avrai il mio scalpo


Dagli anni ’50-60 del secolo scorso, il cinema produsse quello che fu e viene definito “Western Revisionista”. Dopo decenni in cui i ruoli delle giubbe blu (i massacratori) e dei nativi (i massacrati) erano stati invertiti, gli “indiani” trovarono finalmente giustizia catodica: i crimini dei pionieri venivano sottolineati e denunciati, così come gli stereotipi sulle tribù. Anche durante e dopo la Guerra del Vietnam, il cinema e la televisione americani si occuparono di denunciare il conflitto e le sue mostruosità, politiche come militari (eravamo nella dorata epoca pre-Siddle Commision), mentre adesso, l’apparato mediatico, cinematografico e culturale “yankee” è tornato a farsi benzina della macchina della “colonizzazione culturale”. Gli scenari sono cambiati, ma la contrapposizione manichea e bicromatica resta la medesima: il “nemico” sono musulmani ed Arabi, dipinti sempre, comunque ed in ogni caso come terroristi, violenti, barbari, selvaggi, in un turbinio di stereotipi tanto forti ed efficaci nella misura in cui riescono a farsi semplificazione. Dall’altra parte, invece, abbiamo i Marines, le nuove giubbe blu, i nuovi figli di Custer. Sono loro gli “eroi” nuovi di film, telefilm e serie tv. Le torture, la prevaricazione, i bombardamenti “intelligenti” di scuole ed ospedali, sono tornati ad essere un dettaglio, come qualche decennio fa.

“Oggi c’è una forma di potere molto più sottile che è sostanzialmente il controllo del pensiero, il controllo delle idee. Questo è molto pericoloso perché io quando ho controllato le idee di tutti coloro che sono subordinati al potere, costoro pensano come il potere, lo applaudono, lo vogliono, lo desiderano, lo adorano. Perché pensano come lui. E poi il secondo grado, ancora più pernicioso, è il controllo dei sentimenti. Ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si odia, come ci si innamora, come ci si arrabbia. Quando io ho determinato il controllo dei sentimenti, io ho il potere assoluto. Perché non solo penso come mi hanno insegnato a pensare i mezzi televisivi, ma sento come loro desiderano io senta. A questo punto sono arrivato alla completa gestione del mondo, su cui opero.”