Michail Gorbačëv e i vantaggi di una sconfitta: una chiave di lettura per il futuro?

Riconoscendo l’errore di aver invaso l’Afghanistan e ritirando le truppe, Michail Gorbačëv perse, sì, la guerra e la credibilità davanti al regime collaborazionista del PDPA , ma sull’altro piatto della bilancia ottenne vantaggi ben più importanti e pesanti.

Più nel dettaglio:

-risolse il problema dell’emorragia di uomini (oltre 1 milione), mezzi e denaro derivata dal conflitto (a tal proposito non andrà dimenticata la questione, spinosissima, del mancato o inefficace reinserimento dei reduci, spesso respinti dalla società)

-rilanciò la credibilità internazionale dell’URSS

-fece diminuire la diffidenza dei paesi vicini e del Terzo Mondo, ma più in generale della comunità mondiale, verso Mosca

Un passo non troppo difficile per l’uomo della perestrojka, se si considera che non era stato lui ad iniziare la guerra ma Leonid Brežnev.

Non è quindi irrazionale ipotizzare che un successore di Putin farà altrettanto con l’Ucraina, qualora il confronto militare con Kiev dovesse protrarsi a lungo, impantanando i russi come 40 anni fa.

L’URSS e il nodo-NATO dopo la fine della Guerra Fredda

Quella telefonata di 32 anni fa

“Secondo punto: l’adesione alla NATO della Germania. Il minimo su cui occorre insistere è la non partecipazione della Germania a un’organizzazione militare, come per esempio non vi prende parte la Francia. Il minimo del minimo è almeno il non stanziamento di armi nucleari su tutto il territorio tedesco. Secondo i sondaggi, l’84 percento dei tedeschi è per la denuclearizzazione del Paese”

Così Valentin Mikhailovich Falin, consulente del Kremlino per la questione tedesca, nel luglio 1990 durante una telefonata con Michail Gorbačëv (gli altri due punti riguardavano questioni di natura legale, burocratica ed economica). Il segretario del PCUS concluse tuttavia la conversazione dicendo: “Farò tutto il possibile, ma temo che ormai abbiamo perso il treno.”

Le parole di Falin dimostrano come l’URSS avesse effettivamente pensato ad una serie di richieste per contenere l’ampliamento della NATO e l’influenza atlantica oltre i perimetri tracciati nel 1943/1945, mentre l’atteggiamento di Gorbačëv sembrerebbe confermare la tesi secondo cui tra l’Occidente e l’Unione Sovietica non vi sia mai stato alcun accordo in merito (sebbene lo stesso padre della perestrojka e diversi ex leader d’oltrecortina ne abbiano parlato in diverse occasioni).

E’ da notare come nel febbraio dello stesso anno anche Walter Momper, allora sindaco di Berlino Ovest, avesse elaborato una proposta in nove punti sulla riunificazione tedesca che prevedeva la smilitarizzazione completa della vecchia DDR.

Allarme nucleare? Cosa ha detto veramente Dmitrij Peskov

Interpellato a riguardo dalla CNN, il portavoce del Kremlino Dmitrij Peskov ha detto che la Russia potrebbe far ricorso al nucleare solo se la sua esistenza fosse minacciata in maniera diretta. Una posizione razionale ed ovvia (la dottrina nucleare statunitense è ad esempio più disinvolta), tuttavia strumentalizzata dai media occidentali che hanno voluto presentarla come un avvertimento o peggio come l’inizio di un’escalation, dell’apocalisse termonucleare (Peskov sembra invece ridimensionare certi azzardi di Putin).

Certe manipolazioni (“mal-informazione”*) non sono riconducibili solo ad esigenze di “marketing” (fare “cassetta”) di questa o quella testata, di questo o quel vettore, ma anche ad una strategia comunicativa e propagandistica precisa dell’Occidente e dei sui canali di appoggio per screditare Mosca e/o tenere alta la soglia dell’attenzione/ tensione.

*la distorsione, la manipolazione e la strumentalizzazione dei fatti, anche reali, ad opera delle istituzioni

Cosa dimentica il revanscismo russo: il caso DDR

Il 26 aprile 1989 si svolse un incontro sulla situazione dell DDR tra il diplomatico tedesco-orientale Bruno Mahlow e il capo settore del Dipartimento IV (Relazioni internazionali) del Comito centrale del PCUS Koptelcev. Pur raccomandando cautela, Koptelcev fece notare a Mahlow come la questione nazionale nella Germania Est non fosse mai stata risolta, a dispetto di quanto sostenuto dai suoi dirigenti, anche per il potere di attrazione che la superiorità economica della RFT esercitava sulla gente al di là del Muro. Koptelcev rincarò la dose: “Che la questione nazionale nella DDR sia ancora irrisolta è dimostrato dalla dichiarazione del compagno Honecker, secondo cui la questione dell’unità tedesca sarebbe completamente diversa, se si considera una possible vittoria del socialismo nella Repubblica federale. Al momento, tuttavia, un tale sviluppo non sembrerebbe all’orizzonte”.

A dispetto delle teorie di un certo revanscismo russo, secondo cui la riunificazione tedesca sarebbe stata un sopruso, addirittura illegale (si pensi alle recenti dichiarazioni a riguardo del ministro Lavrov), come possiamo vedere il destino della “Prussia rossa” era già stato deciso, e da Mosca, ben prima del 9 novembre/22 dicembre 1989 e del 3 ottobre 1990.

Fu la Russia, è bene ricordarlo, a volere l’autodeterminazione dei paesi satellite (Dottrina Sinatra) e delle repubbliche sovietiche (cosa che evitò uno scenario di tipo jugoslavo , ma ben più grave), innanzitutto perché ormai incapace di sostenere gli enormi costi di gestione di un apparato giunto ad una crisi ritenuta irreversibile.

Nota: Paradossalmente furono proprio le leadership dei paesi satellite e parte della loro opinione pubblica ad opporsi alla Dottrina Sinatra ed alle sue conseguenze. Già negli anni ’50, subito dopo la morte di Stalin, alcuni settori della dirigenza sovietica avevano ipotizzato l’abbandono dell’impero cosiddetto “esterno” e di riformare radicalmente il socialismo (si pensi a Malenkov e Berija).

L’oggi e il domani: perché dobbiamo dialogare con la Russia

Anche quando lo stallo russo si trasformasse in una sconfitta militare (ipotesi forse improbabile ma non irrazionale) e/o nella fine del putinismo (ipotesi forse improbabile ma non irrazionale), la mancata ricomposizione degli elementi di attrito e la rabbia per lo smacco subìto potrebbero dare luogo, in futuro, a reazioni imprevedibili da parte della Russia, dove l’elemento nazonalista-revanscista è assai potente e consolidato. La storia, a noi vicinissima, delle guerre jugoslave (1992 circa -2000 circa), dimostra come sentimenti ostili e di rivalsa possano rimanere sopiti o quasi per decenni, anche per secoli, per poi deflagrare all’immprovviso e in modo devastante, soprattutto quando la situazione economico-sociale è sfavorevole*.

Per questo occorre trovare immediatamente un punto di equlibrio tra Mosca e Kiev, tra noi e Mosca, un “win win scenario” che soddisfi, nei limiti del possibile, le aspettative di tutti. La posta in ballo è troppo alta, per noi e per le generazioni future, per tentare prove di forza e giochi d’azzardo.

*si pensi al discorso di Gazimestan pronunciato da Slobodan Milošević (era il 1989) sulla sconfitta patita dal regno serbo medioevale ad opera degli ottomani nel XIV secol

A chi parla Vladimir Putin quando minaccia

Putin sapeva molto bene quali sarebbero state le reazioni alla sua operazione in Ucraina (e lo dimostrano le mosse fatte in precedenza, ad esempio con la Cina), ovvero sanzioni economiche, isolamento internazionale e fornitura di armi a Kiev. Nel momento in cui minaccia ritorsioni, anche parlando di “atti di guerra” da parte nostra, non si rivolge quindi alle nostre classi dirigenti , ma a noi. Lo scopo è spaventare l’opinione pubblica dei paesi avversari, per destabilizzarli e metterli in difficoltà. Una forma di propaganda “indiretta”.

L’Ucraina oltre la realpolitik

Al netto di ogni riflessione su Zelens’kyj e la sua amministrazione e sull’esigenza di trovare un equilibrio con Mosca (oggi e domani) in base alle logiche della realpolitik, non si dovrà dimenticare un punto di principio, fondamentale: l’Ucraina è uno Stato indipendente e sovrano e come tale ha il diritto di scegliere da chi farsi governare e come e di scegliere i partner e le alleanze che vuole e considera necessari.

Uno Stato estero, un Attore esterno, non ha invece alcun diritto di imporle l’agenda o di interferirvi, a meno che non si verifichino condizioni eccezionali e particolari, meno che mai sulla scorta di un semplice sospetto o di pulsioni proiettive.

L’Italia, la Russia e quelle risate di troppo

L’Italia è parte del G7/G8, una delle prime tre economie dell’UE, un membro del NATO QUINT e del Big Four, il Paese più influente al mondo dal punto di vista culturale, tra i primi 10 (circa) come spese militari (rientra nel nuclear sharing) ed ha fortissimi legami, anche di natura economica e commerciale, con la Russia (dal XIX secolo).

“Least of the Great Powers”, non è la Cina, gli USA e nemmeno il Regno Unito, ma ne consegue abbia comunque un ruolo fondamentale, pure nello scacchiere ucraino, com’è ovvio che Luigi Di Maio non porterà avanti nessuna proposta che non sia stata prima concordata con tecnici e consulenti (e noi abbiamo una tradizione diplomatica di primo livello).

Ora, certe ironie (autolesionistiche) vanno bene per una chiacchierata da bar, meno se si ha l’ambizione di intavolare una discussione seria in termini seri. Parlare di geopolitica non è obbligatorio, come non era obbligatorio parlare di virus.

Quirinale – Dai peones alla “colpa” di Mattarella

L’indebolimento progressivo dei meccanismi di selezione ha fatto sì che avessero accesso alla Camera ed al Senato personaggi letteralmente “senza arte né parte”, privi cioè di un orizzonte al di là del Parlamento. Questo porta (obbliga) costoro, i cosiddetti “peones”, a guardare innanzitutto al loro interesse diretto e contingente e, forse ma in un secondo tempo, a quello del Paese. Dall’estremo di una politica consentita di fatto ai soli benestanti siamo passati al problema opposto, ovvero ad una politica come salvagente e sbocco per persone altrimenti senza prospettive. Un vulnus pericolosissimo, da correggere il prima possibile.

Quanto a Mattarella, un giudizio del tutto personale: come cittadino che ha preso le distanze dalla narrazione dominante sull ‘ “emergenza sanitaria” e dalle misure governative (del Conte II e del Draghi), pagandone il prezzo, non mi sono sentito difeso e tutelato da lui, massima carica dello Stato. E come me molti altri, che in modo democratico, pacato e civile hanno dissentito, esercitando un diritto costituzionale. Né gli ho visto prendere posizione contro l’infodemia tossica di questi due anni. Questo peserà, sulla sua storia.

Bush senior, il complottismo e quella frase non capita

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Nata alla fine del XIX secolo, la Teoria del complotto del Nuovo ordine mondiale (NWO) rimase per lungo tempo sostanzialmente priva di seguito, fino a quando fu “resuscitata” grazie a un discorso tenuto da George H.W. Bush al Congresso degli Stati Uniti l’11 settembre 1990.

In quella circostanza, l’allora presidente americano parlò infatti della necessità di costruire un “nuovo ordine mondiale”, riferendosi tuttavia ad una collaborazione proficua e costruttiva tra le nazioni e con la nuova URSS-Russia, dopo la fine delle grandi tensioni bipolari (“Out of these troubled times, our fifth objective—a new world order—can emerge: A new era—freer from the threat of terror, stronger in the pursuit of justice and more secure in the quest for peace. An era in which the nations of the world, east and west, north and south, can prosper and live in harmony”*).

Un concetto espresso in precedenza anche da personaggi come il primo ministro indiano Rajiv Gandhi (21 novembre 1988) e da Michail Gorbačëv (7 dicembre 1988), con la medesima formula e sempre a voler indicare le prospettive scaturite dal nuovo clima di distensione e collaborazione tra le grandi potenze.

Come abbiamo detto, il discorso di George H. W Bush venne tuttavia stravolto e strumentalizzato dai teorici del complotto per rilanciare la bugia dell’NWO, una delle più grottesche e nefaste elaborazioni del complottismo internazionale.

*”Da questi tempi difficili, il nostro quinto obiettivo – un nuovo ordine mondiale – può emergere: una nuova era libera dalla minaccia del terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace. Un’era in cui le nazioni del mondo, est e ovest, nord e sud, possono prosperare e vivere in armonia”