Perché non si stava mai meglio quando si stava peggio. La Libia e la necessità (anche geopoltica) delle Primavere Arabe.

gheddafi_2Tradizionalmente ed inevitabilmente complesse e delicate, le fasi di passaggio dal totalitarismo alla democrazia presentano un bagaglio di criticità ancor più impegnativo quando il Paese in questione è di fatto sprovvisto di un bagaglio storico legato alla prassi liberale, come nel caso degli stati che hanno vissuto l’esperienza delle Primavere Arabe.

E’ dunque così anche per la Libia, che nonostante la conquista democratica subisce oggi la pressione di alcune frange estremistiche, di segno religioso come politico.

Il dato, tuttavia, non dovrà consentire alla semplificazione di rimuovere gli indubbi e straordinari risultati ottenuti a partire dal 2010 non soltanto dalle popolazioni locali, oggi non più compresse nelle loro libertà da regimi dispotici ed illegittimi, ma anche dall’Occidente; la partnership con una democrazia ossequiosa del diritto internazionale è, infatti, sempre preferibile a quella con una dittatura, spesso irrazionale ed anticonvenzionale nelle sue mosse. Questo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche economico.

Ricordiamo che fu proprio Muʿammar Muḥammad Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī a lanciare missili contro il nostro Paese, il 15 aprile del 1986,e ad allontanare gli italiani dalla Libia una volta preso il potere.

Morte al Vaticano ma viva gli Imām

Perché la sinistra femminista, laica ed inclusiva giustifica l’oppressione del radicalismo islamico ai danni di omosessuali, donne, minoranze.

Le ragioni di un abbaglio.

E’ spesso motivo di incredulità e stupore una certa schizofrenia manifestata dai settori più radicali della sinistra italiana (ma anche straniera) tradizionalmente attenta e sensibile alle politiche di genere ed alla cultura dell’inclusione, e poi pronta a legittimare (anche con il silenzio) le declinazioni più aberranti dell’islamismo più fanatico ai danni delle donne, delle minoranze religiose e degli omosessuali.

Le motivazioni alla base di questa incoerenza di primo acchito assurda e indecifrabile, sono tuttavia facilmente rintracciabili e spiegabili analizzando le strategie e il “background” culturale delle piattaforme socialiste, nazionali come internazionali.

Più nel dettaglio, sono due le scelte alla base del loro “appeasement” verso il segmento più oltranzista della comunità arabo-musulmana, una di tipo tattico ed una di tipo storico e culturale.

La prima: l’attuale fase storica sta proponendo il ritorno di un confronto tra una parte del mondo arabo-musulmano e l’Occidente; di conseguenza, la sinistra marxista e antioccidentale (perché anticapitalista) sarà indotta a vedere nell’Islam radicale e nei suoi terreni di coltura l’ alleato in una battaglia comune.

La seconda: molti dei paesi afro-arabo-asiatico-musulmani sono stati e sono vittime della colonizzazione e della neocolonizzazione occidentale; la sinistra marxista, formalmente solidarista, ed antimperialsta, sarà quindi indotta ad interpretare la violenza sviluppata da e in quelle realtà come il prodotto dello sfruttamento e delle politiche aggressive dei paesi più avanzati (in quest’ottica culturale terzomondista andranno inquadrate anche le dichiarazioni di Alessando Di Battista sull’ ISIS-ISIL).

Ecco, dunque, perché individui pronti a battersi per le “quote rosa” e ad accusare la società italiana di maschilismo per la mancanza di sale-poppata per le deputate a Montecitorio, sono poi pronti a giustificare pratiche ripugnanti quali l’infibulazione o l’imposizione del burqa o, ancora, il matrimonio per le giovanissime.

Ecco, dunque, perché individui pronti a raccogliere firme per l’abolizione dell’ergastolo o ad indignarsi per una manganellata di troppo di un poliziotto, sono poi pronti a giustificare il taglio della mano ai ladri o l’impiccagione in Iran.

Ecco, dunque, perché individui pronti a scagliarsi contro l’omofobia sono i primi a giustificare le persecuzioni ai danni degli omosessuali nei paesi dell’Islam radicale.

Ecco, dunque, perché individui pronti ad inveire contro l’esposizione di un crocifisso nel gabbiotto della portineria di un ufficio pubblico, sono poi pronti a giustificare l’islamizzazione di società laiche (casi iraniano ed afghano).

Al di là di ogni scontata censura e condanna dell’oppressione clericale e reazionaria in nome della fede, gioverà ricordare come le teocrazie e le ierocrazie islamiche non abbiano comunque mai espulso il capitalismo dal loro sistema economico e gestionale (mantenendo anzi, in alcuni casi, un sistema fortemente liberista) o le logiche di tipo imperialistico e militarista dalle loro scelte in politica estera (si vedano le guerre di aggressione decise in più di un’occasione dalle loro leadership).

La sinistra più ortodossa muove e muoverà quindi le proprie scelte da una percezione distorta e pregiudiziale della geopolitca, dell’Europa, degli USA e degli stessi paesi della Mezzaluna

Perché Di Battista vuole dialogare con chi mozza la testa ai bambini.Occidente e terzomondismo: cosa dice la storia.

Da molti sottovalutate o etichettate come le pittoresche bizzarrie di un giovane inesperto di geopolitica, le dichiarazioni di Alessandro Di Battista (M5S) sono, al contrario, il frutto di una cultura terzomondista e pregiudizialmente antioccidentale sedimentata e diffusa, in modo trasversale, a livello mediatico, politico e tra la gente “comune”.

Il frame: “Con i droni il terrorismo è la sola arma rimasta a chi si ribella”, rappresenta la summa e la chiave di lettura di questa distorsione cognitiva e concettuale; per l’onorevole pentastellato, infatti, l’ISIS (o ISIL) è , in buona sostanza, un gruppo resistente e partigiano che lotta in piena inferiorità numerica contro l’oppressore, occidentale e statunitense.

Al contrario, L’ISIS è una fazione radicale islamica che mira non già a liberare l’Iraq dallo straniero (Baghdad è indipendente e sovrana dal 1932) o ad affrancarsi da una maggioranza cristiana che non c’è, ma a fare del paese delle mille e una notte uno stato confessionale ( teocratico o ierocratico), come avvenuto nel segmento territoriale che è riuscito fin ora ad assoggettare.

Le persecuzioni ai danni delle minoranze cristiana ed ebrea, trovano, invece, risposta e terreno di coltura nella Jihād (“offensiva”, da non confondere con la Jihād “difensiva”) e nello stesso Corano.

In particolare:

«In verità, coloro che avranno rifiutato la fede ai nostri segni li faremo ardere in un fuoco e non appena la loro pelle sarà cotta dalla fiamma la cambieremo in altra pelle, a che meglio gustino il tormento, perché Allah è potente e saggio» (Sura 4:56).

“La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso” (Sura 5;33)

“Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.” (Sura 2:191)

“Vi e’ stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. E’ possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece e’ un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi e’ nociva. Allah sa e voi non sapete. ” (Sura 2:216).

«Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita… I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! … Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8:12-17).

«Profeta, incita i credenti alla lotta. Venti di voi, pazienti, ne domineranno duecento e cento di voi avranno il sopravvento su mille miscredenti» (Sura 8:65).

«Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri ucciderete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, catturateli ovunque in imboscate! Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, lasciateli andare» (Sura 9:5).

«Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. Dicono i giudei: “Esdra e’ figlio di Allah”; e i cristiani dicono: “Il Messia è figlio di Allah”. Questo e’ ciò che esce dalle loro bocche. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!» (Sura 9:29-30).

«O voi che credete! Se non vi lancerete nella lotta, Allah vi castigherà con doloroso castigo e vi sostituirà con un altro popolo, mentre voi non potrete nuocergli in nessun modo» (Sura 9:39).

«[gli ipocriti e i miscredenti] Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte.» (Sura 33:61).

«Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (Sura 47:4).

Il Califfato, dunque, è ben lontano dal romantico e suggestivo cliché assegnatogli da una certa lettura mediatica, politica e da Di Battista, il cui partito, forse, sta anche cercando di recuperare terreno presso una certa sinistra, radicale e storicamente terzomondista, persa con alcune scelte tattiche e comunicative che hanno spostato a destra il baricentro della creatura grilliano-casaleggiana

“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Mercato, Occidente e “sfruttamento”. L’ipocrisia “analgesica” di chi si chiama fuori

Chi attacca le politiche economico-strategiche occidentali bollandole, con una piccola concessione al qualunquismo, come imperialistiche, egoistiche e parassitarie, dimentica che vivere in Occidente lo rende, ipso facto, parte, protagonista e complice (in quanto consumatore) del sistema produttivo e politico contro il quale lancia gli strali della sua moralità.

Ogni gesto, anche quello che ci appare più scontato (proprio perché ne siamo assuefatti), come accendere l’auto, usare il pc o mandare un sms, infatti, non soltanto arreca una ferita all’ecosistema ma è frutto e risultato di quel benessere e di quello status quo resi possibili, anche e ad esempio, dalle missioni militari, dall’opera delle multinazionali, dalla vendita di armi al Terzo Mondo. Piaccia o meno.

Il singolo potrà, questo certamente, limare e ridurre, con l’opera quotidiana, certi eccessi e la loro funzione anestetizzante, ma non potrà mai rivendicare una superiorità morale, rispetto all’altro, né chiamarsi fuori da responsabilità che sono collettive, quindi anche sue.

Fede pagana e autodafé della ragione

La girandola delle interpretazioni torna a scagliare l’evento infausto nel limbo del caos più rutilante e sguaiato. Questo avviene quando il “furor ideologicus”, la scarsa padronanza delle dinamiche congiunturali alla base di un accadimento e il politicamente corretto nella sua accezione più castrante e primitiva usurpano il ruolo che è o dovrebbe appartenere alla ratio ed al buonsenso civile. Se, infatti, da un lato va posta fuori dal perimetro del dubbio e dall’equivoco dell’interpretazione la responsabilità dell’Occidente (ma non solo) in tragedie come quella lampedusana, e questo a causa di uno sfruttamento radicale e massivo del continente africano messo in pratica fin dall’antica Roma, dall’altro appare innegabile la colpa di popoli e paesi irriducibilmente ancorati all’odio etnico-tribale (in molti casi si tratta di stati-non nazione), all’estremismo religioso (specialmente da quando la formula islamica ha assunto dimensioni maggioritarie), ideologico e totalmente privi di connessioni storiche alla prassi democratica. Settorializzare e dividere la questione nell’emisfero del bene ed in quello del male, significa operare una virata di tipo razzista, in entrambi i casi. Non c’è differenza, infatti, tra il pregiudizio classico-biologico, peculiarità dell’identitarismo fascista, e quello di reazione, compensatorio, vessillo di un certo pensiero “progressista”. Chi punta il dito contro l’Occidente, in modo assoluto, qualunquistico e demagogico (penso ad uno Stella) e contro un’Italia da sempre contraddistinta da un profondo spirito solidaristico, non solo consegna carburante alla macchina dell’odio ma non fa, ab imis, il bene di chi si propone di aiutare.

Mi sia consentito uno sconfinamento nella semplificazione: quanti, tra i santi inquisitori del mondo occidentale, si adoperano , nella vita reale, per soccorrere ed aiutare gli sventurati del Terzo Mondo oppure gli “ultimi”, lato sensu?

Gutta cavat lapidem e Friedrich Nietzsche

I pericoli derivati, derivanti e derivabili dall’inasprimento dell’attivismo militare occidentale non risiedono soltanto nell’immediato ma, anche e soprattutto, nel lungo periodo. Il rischio, infatti, è quello di dare luogo a fratture e rancori insanabili destinati a far sentire il loro carico deflagrante se e quando gli equilibri economici, politici e militari dovessero volgere a sfavore dell’Occidente. A tal proposito, è utile ed opportuno ricordare la situazione nel Rimland orientale, con un Giappone costretto a subire l’iniziativa e le provocazioni degli antichi nemici (Cina e Corea del Nord) senza poter contare su un proprio complesso politico e decisionale per tutto ciò che esuli dai confini nazionali e dovendo consegnare, de facto, la propria rappresentanza agli Stati Uniti. Questo perché la memoria della violenza del plurisecolare imperialismo di Tokyo è ancora troppo forte nell’area, al punto di costituire una zavorra anche quando le posizioni giapponesi sono del tutto legittime e comprensibili (quando nel 2006 il Ministro degli esteri nipponico Taro Aso e i futuro premier Shinzo Abe ventilarono l’ipotesi di un attacco preventivo a P’yŏngyang dopo il test del missile balistico a lunga gittata Taepodong 2,la condanna non arrivò solo dal Nord e dalla Cina, ma persino Seul parlò di “natura espansionista e militarista mai sopita del Giappone”). Ps.Pechino sta per arrivare e la credibilità ( e di conseguenza la capacità di manovra) degli Stati Uniti è uscita tremendamente manomessa dall’era bushana..