L’Europa che i padri fondatori non avrebbero voluto.Perché, questa volta, Beppe Grillo ha ragione.

Al cittadino europeo contemporaneo sembrerebbe impossibile vedere insegnato, nelle scuole elementari del suo Paese, l’odio per un altro degli stati del continente, eppure è ciò che i programmi scolastici imponevano fino all’inizio del secolo scorso, quello in cui tutti noi siamo nati.

Era un continente diviso, a quei tempi, l’Europa, e lo sarebbe stato ancora, patendo due conflitti mondiali, guerre civili, odii ed incomprensioni, da Est ad Ovest, da Nord a Sud. Per questo motivo, Alcide De Gasperi, italiano, e Konrad Adenauer, tedesco, tedesco occidentale, decisero di dar vita ad un progetto comune, di pace e collaborazione. Nati, cresciuti e vissuti nell’epoca degli imperi reazionari e dell’oppressione, sognavano per i loro Paesi qualcosa di nuovo, di diverso. Di migliore.

L’Europa dei rigorismo che soffoca imprese e consumi, l’Europa delle minacce, in stile mafioso, ai governi che accennano un sussulto di autonomia decisionale, l’Europa che si rivolge con miope arroganza a stati come Francia ed Italia, pilastri della civiltà occidentale, chiedendo loro di fare i “compiti a casa”, l’Europa che abbandona la Grecia (pur non essendo, Atene, esente da colpe per la situazione che sta sperimentando) davanti agli scaffali vuoti dei suoi ospedali, l’Europa dello spread utilizzato come arma per corrodere la sovranità popolare, non è l’Europa che avrebbero voluto e vollero Alcide De Gasperi, italiano, e Konrad Adenauer, tedesco, tedesco occidentale.

Per questo, sebbene inquinata da eccessi retorici inutili e dannosi, l’analisi di Beppe Grillo su Bruxelles e Francoforte è condivisibile.

Perchè la Grandi Rischi è sfuggita ad ogni rischio.La “scossa” della comunicazione

“Processo alla scienza”; questo il refrain, astuto, degli imputati e dei loro difensori, poi ripreso da quella fetta di pubblica opinione che commenta senza informarsi, senza approfondire.

No, non si trattava di un “processo alla scienza”, di un tentativo di tagliare le gambe a sismologi e geologi, ma di un processo ad un gruppo di singoli soggetti che erano andati al di là delle loro competenze e delle acquisizioni della loro disciplina, somministrando dosi massicce di rassicurazioni infondate e truffaldine, dal momento in cui, ad oggi, un evento sismico non è prevedibile.

Hanno vinto loro, alla fine. Quel mantra, ipocrita ed amorale, li ha condotti fuori dal pericolo, al ripario dal giusto castigo e dalla giusta sanzione. Nihil sub sole novum.
Mi sento bene, perché i tecnici della Commissione hanno detto che non accadrà nulla. Non ci sarà una grande scossa, in più la mia casa è nuova e sicuramente costruita come si deve. Domani, 6 aprile 2009, inizia una nuova settimana di lavoro; non vedo l’ora di rivedere i miei amici e colleghi, per riderci su..

Te saludi, Padania. Perché non mi mancherai.

Un certo fair play di maniera molto diffuso negli ultimi anni, suggerisce di esternare il proprio disappunto per la chiusura di una testata giornalistica, e questo al di là dei suoi contenuti ed orientamenti. “E’ pur sempre pluralismo”, “è pur sempre informazione”. Queste, le motivazioni.

Si tratta di un cliché che, personalmente e come iscritto all’Albo, respingo con forza; una testata, infatti, costituisce una ricchezza per il collettivo se rispetta le regole della deontologia giornalistica e se svolge un servizio per il lettore, autentico e reale.

La “Padania”, al contrario, si è sempre posta come la cassa di risonanza di un odio anti-meridionale e xenofobo inaccettabile in e per un consorzio democratico e progredito, introducendo nel modo di fare giornalismo elementi ed abitudini che hanno contribuito a dequalificare la professione.

Non mi rattrista, quindi, la fine dell’organo ufficiale della Lega Nord, come non mi avrebbe rattristato la chiusura del “Der Stürmer”.

“La salute della società dipende dalla qualità delle informazioni che essa riceve” –
Walter Lippmann.

Perché Obama è un’anatra zoppa ma non ha subìto una catastrofe Il “The six-year itch” e la lezione della storia.

Nella storia americana, soltanto in tre occasioni il partito del Presidente è riuscito a guadagnare terreno nelle elezioni di mediotermine: 1934 (F.D.Roosevelt), 1998 (W.J.Clinton) e 2002 (George W. Bush), due delle quali (1934 e 2002) sulla scia di eventi del tutto eccezionali e particolari (Grande Depressione/New Deal ed 11 Settembre). La motivazione sta nel fatto che chi è al potere tende solitamente a pagare il prezzo di un malcontento comunque ed in ogni caso latente tra gli elettori e pronto ad esplodere specialmente quando la contingenza obbliga a scelte impopolari.

La sconfitta patita dall’Asinello nella notte di ieri sera, pur sonora (il GOP controlla adesso entrambe le camere), dovrà quindi necessariamente passare attraverso il filtro di un’analisi più razionale e, quindi, del ridimensionamento; senza dubbio un segnale per la “lame duck” Barack Obama, che paga l’ incapacità di uscire dalla crisi in un Paese che conta 60 milioni di poveri, la crescita del gigante cinese e quella che (erroneamente) viene percepita come una sudditanza verso la Russia negli scacchieri internazionali (Siria, Donbass, ecc), il tutto in un revival del declinismo anni ’70, ma non una catastrofe come potrebbe sembrare agli occhi dell’osservatore meno attento alle vicende ed alla storia dell’aquila dalla testa bianca.

Il 4 Novembre e le contraddizioni dell’antimilitarismo italiano. Un ricordo dal passato (recente): i carri armati “olimpici” e l’orgoglio per il nucleare sovietico

Leggo ed ascolto, come ogni anno, polemiche, anche feroci, sulla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, posizioni che rispetto, pur non condividendole.

Non posso, tuttavia, fare a meno di notare e ricordare come molti di questi antimilatristi battessero le mani davanti alle sfilate dell’esercito Sovietico in Piazza Rossa, con in testa gli ICBM a testata termonucleare multipla, od alle inziative imeprialiste degli eserciti comunisti (Cuba, Vietnam, URSS e RPC ) nei vari scacchieri internazionali.

L’internazionalismo marxiano è un principio lodevole, ma va conosciuto bene.

Le regioni italiane senza Roma e senza la NATO: tutti i rischi di un futuro da colonie.

Tra le istanze principali dei movimenti d’opinione secessionisti italiani (in ogni caso delle vocal minorities ), l’uscita, una volta ottenuta l’indipendenza, dalle principali assemblee internazionali, continentali ed extra-continentali. Tra queste, la NATO.

L’elemento, se da un lato ci rivela una delle cause principali dell’insofferenza alla base del secessionismo (l’ingerenza o presunta tale negli affari interni delle varie entità territoriali), dall’altro rappresenta la cartina di tornasole per cogliere e comprendere tutta la sprovvedutezza delle formazioni che mirano all’ autogestione. Il loro impianto politico-ideologico, infatti, poggia e si snoda su una “wishful thinking”, ovvero la convinzione dell’immutabilità dell’attuale status quo, basato, almeno in Occidente, sulla, democrazia ed il rispetto del diritto internazionale. Non è così, e per realtà quali il Veneto, il Friuli o la Sicilia, collocate in zone geostrategiche particolarmente delicate ed a ridosso di vicini spesso più forti, sicuramente più instabili e con i quali esistono ancora delle gravi pendenze storiche, l’assenza di una tutela sovranazionale potrebbe risultare fatale (non a caso, noteremo come tutti i paesi usciti dal blocco sovietico mirino oggi all’ingresso nella UE o nella NATO).

Soltanto un “hard power” adeguato (una “force de frappe” nucleare) potrebbe garantire la piena indipendenza ed autonomia, almento sul piano politico, ma si tratta di un’opzione della quale nessun soggetto separatista potrebbe mai dotarsi.

Da segnalare inoltre come, nell’immediato, la mancanza di un sostegno estero renderebbe impossibile per soggetti come la Sicilia la gestione dei flussi migratori dall’Africa.

Perché Beppe Grillo si ostina a parlar bene della Mafia ma commette un autogol. La comunicazione politica e le sue “no fly zone”.

Esistono, nella comunicazione politica, alcune “no fly zone”, argomentazioni e tesi da non toccare ed esporre, pena la condanna, unanime, e la marginalizzazione. Una di queste, è il tentativo di ridimensionamento della barbarie mafiosa.

Con la sua ultima boutade su Cosa Nostra (la prima volta sostenne che l’organizzazione non avesse mai sciolto nessuno nell’acido), il comico genovese ha commesso due errori, ugualmente macroscopici e deleteri, uno storico e l’altro, appunto, strategico-comunicativo.

Nel primo caso, perché la Mafia perse la sua quota residua di morale molto prima di incontrare la finanza, nel secondo perché ha violato questa zona d’interdizione, nel tentativo, ingenuo e scomposto, di accarezzare il ventre dell’elettorato antimondialista (quindi ostile alle lobby economico-finanziarie) e di un ipotetico retroterra culturale siciliano vicino alla Piovra (stava parlando nell’isola). Unico risultato, la condanna trasversale della politica, dei media e della società civile.

Una nuova Caporetto, dunque, dopo quel “siamo oltre Hitler” (altra “no fly zone”) che contribuì a portargli via tre milioni di voti alle scorse Europee

Il dovere del rispetto verso Amintore Fanfani.L’insegnamento della Storia.

Le recenti dichiarazioni del ministro Boschi su Amintore Fanfani (“lo preferisco ad Enrico Berlinguer”) hanno riportato al centro del dibattito politico e mediatico la figura dello statista democristiano, filtrandola, tuttavia, attraverso una lettura poco obiettiva, senza dubbio astorica e superficiale, viziata dall’accostamento con l’icona berlingueriana, oggetto di un’idealizzazione spesso inopportuna ed eccessiva.

Docente di Storia economica all’Università di Milano nel 1936 e poi a Roma nel 1956, saggista, antifascista militante costretto a riparare in Svizzera, padre della Costituente, più volte ministro e capo del governo, Fanfani fu un uno statista migliore di Berlinguer, perché seppe vedere oltre, capendo prima e meglio di Berlinguer la bontà e la superiorità della scelta occidentale e democratica.

Ad Amintore Fanfani, inoltre, il merito dei grandi programmi di edilizia popolare pubblica, i più grandi di tutta la storia unitaria (erroneamente attribuiti a Benito Mussolini ed al Fascismo) e quello di aver contribuito in modo decisivo a scongiurare il terzo conflitto mondiale nel 1962, favorendo la mediazione tra URSS e Santa Sede* (che portò ad un ammorbidimento della posizione di Mosca) e suggerendo a John F. Kennedy il ritiro degli Jupiter americani dal territorio italiano come contropartita per i sovietici in cambio del ritiro degli SS-4 e degli SS-5 Skean dall’isola caraibica.

“Se io mi fossi lasciato intimorire dai fischi, voi oggi non sareste qui”, disse, ormai al crepuscolo della vita, alla platea che lo contestava durante un congresso del suo partito. Aveva ragione, e questo valeva e vale anche per tutti noi.

Ucraina: le urne smentiscono la teoria della rivoluzione “fascista”.

Il partito ultranazionalista “Svoboda” supererebbe di poco il 4% (mancando in questo modo la soglia per entrare in Parlamento) mentre il partito-movimento paramilitare “Pravi Sektor” (Settore destro) avrebbe raccolto finora soltanto l’1,83% dei suffragi. Meglio il Partito Radicale Ucraino di Oleg Lyashko, al momento al 7,52%.

“Svoboda”, “Pravi Sektor” e il Partito Radicale erano i principali accusati, dai filo-russi e dal loro movimento d’opinione, di essere gli autori della rivoluzione contro Viktor Janukovyč, bollata quindi come “fascista”. La modestia della loro forza elettorale-popolare è un prova, ulteriore, dell’infondatezza del teorema.