Macché Russia! La genuinità “maldestra” di Conte

Dietro lo “strappo” di Giuseppe Conte non c’è stato probabilmente nulla di “nobile” o di “oscuro”, nessuna motivazione ideologica, nessuno scatto di orgoglio, nessun senso di rivalsa verso Draghi come nessuna macchinazione del Kremlino e della Russia.

Le tempistiche della crisi e la conseguente, ennesima, rottura creatasi all’interno del Movimento, sembrano suggerire che l’ex “premier” e i suoi, spaventati dagli esiti delle amministrative, abbiano cercato di inasprire lo scontro con Palazzo Chigi nel tentativo di recuperare consensi, senza tuttavia voler giungere ad una vera rottura. Il sistema del “dentro ma contro”, di nuovo, ma questa volta sfuggito di mano, anche a causa dell’intransigenza “anglosassone” (o dell’astuzia) dell’ex capo della BCE.

Non bisogna dimenticare che il grosso dei parlamentari grillini è costituito da giovanotti con poca o nulla esperienza politica (il loro stesso spin doctor è un ingegnere elettronico noto per aver partecipato al Grande Fratello), di conseguenza non sarebbe irrazionale aspettarsi da loro errori tattico-strategici ed ingenuità.

Il Covid e la ruota dei “bisogni elementari”

Aristotele diceva che solo dopo aver soddisfatto i bisogni elementari l’uomo poteva permettersi di pensare alla Filosofia, alla speculazione (teoria in parte ripresa da Orazio, Maslow ed altri).

Ed è proprio grazie alla possibilità di tener quiete le esigenze più urgenti che un segmento del Paese, i cosiddetti “garantiti” e chi è o si sente in un condizione di privilegio, ha il “lusso” di anteporre ragioni che sono il risultato di un personale posizionamento politico/ideologico e/o di una personale riflessione etico-morale al bisogno contingente degli altri, della società produttiva.

Uno scenario ad ogni modo destinato a cambiare radicalmente e bruscamente, se protratto oltre un certo limite, anche per chi oggi si trova in una “comfort zone”.

“Bugiardo di un commerciante”: i “negazionisti” degli altri





A far da contraltare ai “negazionisti” del Covid ci sono i “negazionisti” della crisi abbattutasi da febbraio/marzo su imprenditori, artigiani, negozianti, partite IVA, ecc. Negazionisti che rinfacciano e rinfacciavano le spiagge, gli hotel e i ristoranti “pieni” di berlusconiana memoria, accusando di ipocrisia e vittimismo chi lamenta contraccolpi economici e sociali per le misure restrittive.


Un comportamento fuori dalla realtà, una totale mancanza di empatia che dimostra come spesso chi invoca e difende le misure draconiane non lo faccia per tutelare il prossimo ma solo per tutelare sé stesso o per difendere l’operato di un partito.



Gli stessi che magari chiedono di restare umani, che difendevano i vandali di Genova (da condannare come i poliziotti colpevoli di abusi) o del Black Lives Matter ma non hanno pietà di un barista con famiglia che perde la pazienza in piazza.


Perché Obama è un’anatra zoppa ma non ha subìto una catastrofe Il “The six-year itch” e la lezione della storia.

Nella storia americana, soltanto in tre occasioni il partito del Presidente è riuscito a guadagnare terreno nelle elezioni di mediotermine: 1934 (F.D.Roosevelt), 1998 (W.J.Clinton) e 2002 (George W. Bush), due delle quali (1934 e 2002) sulla scia di eventi del tutto eccezionali e particolari (Grande Depressione/New Deal ed 11 Settembre). La motivazione sta nel fatto che chi è al potere tende solitamente a pagare il prezzo di un malcontento comunque ed in ogni caso latente tra gli elettori e pronto ad esplodere specialmente quando la contingenza obbliga a scelte impopolari.

La sconfitta patita dall’Asinello nella notte di ieri sera, pur sonora (il GOP controlla adesso entrambe le camere), dovrà quindi necessariamente passare attraverso il filtro di un’analisi più razionale e, quindi, del ridimensionamento; senza dubbio un segnale per la “lame duck” Barack Obama, che paga l’ incapacità di uscire dalla crisi in un Paese che conta 60 milioni di poveri, la crescita del gigante cinese e quella che (erroneamente) viene percepita come una sudditanza verso la Russia negli scacchieri internazionali (Siria, Donbass, ecc), il tutto in un revival del declinismo anni ’70, ma non una catastrofe come potrebbe sembrare agli occhi dell’osservatore meno attento alle vicende ed alla storia dell’aquila dalla testa bianca.

Se tutto va a rotoli, tutto funziona (per qualcuno). Quando il pessimismo mediatico nuoce più della crisi.

Compito dell’informazione più rigorosa (il giornalismo “scientifico” nato con Tucidide e sviluppato da Walter Lippmann ), quello di raccontare la realtà, per quello che è, senza manomissioni né strumentalizzazioni.

Raccontare la realtà, ad ogni modo, non significa “appesantire” la realtà, caricarla, ovvero, di sfumature negative, come invece tendono a fare, spesso e troppo spesso, il giornalismo e l’editoria. Le cause di questa stortura sono di ordine economico (la “notiziabilità” dello shock aiuta a vendere di più) e politico (dipingere la situazione generale a tinte fosche serve a screditare l’establishment di turno), quindi difficilmente rinunciabili e superabili, a svantaggio della comunità nel suo insieme.

Soprattutto nelle fasi più critiche, il pessimismo eccessivo, l’attenzione su ciò che non funziona, a dispetto di ciò che funziona, contribuiscono infatti a corrodere ancor di più la fiducia del cittadino verso il futuro e le istituzioni; è quindi lecito affermare come una fetta importante e cospicua dell’informazione svolga, nella sostanza, un ruolo non soltanto improprio sotto il profilo deontologico ma, prima di ogni altra cosa, “antisociale”.

Ronald Reagan e Matteo Renzi: la “fortuna” dei vincenti.

L’ “invincibilità” di Matteo Renzi, sull’onda del grande successo delle scorse europee, ricorda da vicino quella di Ronald Reagan, dopo le vittorie plebiscitarie su James E.Carter (1980) e Walter “Fritz” Mondale (1984).

Grazie ad essa, Reagan riuscì a passare indenne dagli scandali, Iran-Contra, Anne Gorsuch e dalla crisi che morse il Paese nel suo secondo mandato.

Oggi, la figura dell’ex borgomastro fiorentino mette il silenziatore alla recessione, che tuttavia continua a sparare

La notiziabilità dello schock e le colpe del giornalismo italiano.

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di se stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono, essenzialmente, due: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ). Si viene meno, però, ai dettami dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

I saggi di Napolitano e il paleofemminismo

Uno dei “problemi” evidenziati da talune porzioni della sinistra nazionale riguardo le due squadre di “saggi” volute e composte dal Capo dello Stato per cercare di condurre il Paese fuori dalle sabbie mobili del vuoto esecutivo in cui è precipitato, è il fatto che i membri delle equipes siano esclusivamente soggetti “maschi”. Attenzione, non uomini. “Maschi”. Un po’ come se stessimo parlando di esemplari di criceti da laboratorio. Le formazioni devono ancora mettersi al lavoro, ma la retrocultura caricata ad odio del pianeta “liberal” ha già emesso la sua inappellabile sentenza di condanna. Non importa che l’Italia sia legata ad un asino che sta per essere gettato in fondo al mare, come non importa che il genere non rappresenti, di per sè, un valore o un disvalore; il furor ideologicus esige il suo sacrificio di sangue. L’altare è quello del fanatasimo e ad essere sgozzata è la ragione. La sinistra si dimostra, ancora una volta e per l’ennesima volta, sideralmente distante dal Paese reale e dalle “issues” della sua piattaforma civile. Per questo, il Paese reale continua a bocciarla in cabina elettorale. E fa bene. P.s: Il paleofemminismo­ ha segnato il passo, mentre al politically correct l’evoluzione del pensiero critico sta prendendo le misure per l’abito funebre. Ma la sinistra preferisce la rendita della retorica al guadagno della progettualità.

Suicidio

Tra le tante e discutibili strategie messe in campo dalla propaganda politica, quella in assoluto più squallida, abietta ed infame è la strumentalizzazione delle morti per suicidio. Il suicidio rappresenta molto probabilmente l’atto più indecifrabile che la mente umana possa giungere a produrre e concepire, in quanto assale e contraddice l’istinto di conservazione, la molla primordiale di salvaguardia della vita in e per ogni essere vivente, animale come vegetale. Nessuno è (ancora) in grado di venire a capo della complessa intersezione minoica di fattori genetici, ambientali, biochimici e psicologici alla base di una tanto drammatica decisione, tantomeno può essere accettata nel dibattito l’intrusione dell’opportunismo politico, con il suo carico di semplificazione e miseria tornacontista. Vergognatevi, sciacalli