Il 4 Novembre e le contraddizioni dell’antimilitarismo italiano. Un ricordo dal passato (recente): i carri armati “olimpici” e l’orgoglio per il nucleare sovietico

Leggo ed ascolto, come ogni anno, polemiche, anche feroci, sulla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, posizioni che rispetto, pur non condividendole.

Non posso, tuttavia, fare a meno di notare e ricordare come molti di questi antimilatristi battessero le mani davanti alle sfilate dell’esercito Sovietico in Piazza Rossa, con in testa gli ICBM a testata termonucleare multipla, od alle inziative imeprialiste degli eserciti comunisti (Cuba, Vietnam, URSS e RPC ) nei vari scacchieri internazionali.

L’internazionalismo marxiano è un principio lodevole, ma va conosciuto bene.

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.

“Qui sine peccato est vestrum primus lapidem mittat”. Perché il PD può dare “lezioni” di democrazia

Esiste e trova particolare utilizzo, a destra come al centro, il “cult” dell’impossibilità, da parte del PD, di sostare ed esprimersi nel panorama democratico e liberale in ragione dei trascorsi storici del Partito Comunista Italiano, ritenuto (a torto) suo precursore politico. Il ritornello “adesso vogliono insegnarti che cosa sia la democrazia quando fino a ieri erano stalinisti”, benché, senza tema di smentita, acuminato e suggestivo, si formula e sviluppa intorno ad una semplificazione grossolana, che non tiene conto né del principio della contestualizzazione (tra i cardini dell’analisi storiografica ) né dell’evidenza della compromissione, in misura differente e variabile, di quasi tutti i partiti nazionali con le logiche meno limpide della politica e della sua gestione. Stragi di stato, insabbiamenti, corruzione, appoggi a questo od a quel “capotazza” sudamericano oppure a questo o quel nucleo terroristico, rendono impossibile ed impensabile per chiunque (eccezion fatta per Radicali e Monarchici) la rivendicazione di una verginità pubblica e morale. Da non dimenticare, inoltre, come la generazione che ha scelto, condiviso e vissuto la contiguità con il Blocco Sovietico stia a poco a poco uscendo dal panorama politico per lasciare spazio a figure formatesi nella Margherita o dopo la Bolognina e l’ammainamento del vessillo dell’Ottobre dai pennoni del Cremlino. Significativo, a questo proposito, l’utilizzo della prima pagina de L’Unità contenete l’omaggio a Stalin il giorno dopo la sua morte. Soltanto tre anni dopo (1956), in occasione del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il mondo (anche quello comunista) sarebbe venuto a conoscenza dei crimini commessi dal leader sovietico, ma fino a quel momento, “Koba” rappresentava il simbolo della vittoriosa lotta al nazifascismo che tanto danno aveva provocato all’Europa ed al genere umano. Inoltre, quasi nessuno degli aderenti a quel PCI (1953) è ancora impegnato in politica (e in vita).

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

La forza della democrazia

La pubblicistica divulgativa e la saggistica accademica hanno relegato il cosiddetto “Golpe Borghese” ai margini della ricostruzione documentale e del fraseggio politico, incapsulandolo nei contorni di un bislacco rigurgito squadristico presto sfaldatosi per l’insipienza dei suoi organizzatori.

Ma non è così.

Ideato da un militare esperto e privo di scrupoli (l’ufficiale di Marina Junio Valerio Borghese), il “golpe” si presentava estremamente elaborato e ponderato, in ogni dettaglio e sfumatura (era già pronto il discorso che Borghese avrebbe dovuto tenere alla Nazione) e poteva contare sul placet ed il supporto degli Stati Uniti D’America, desiderosi di sbarazzarsi della testa di ponte filo-sovietica in Italia ( tra i punti cardine del piano c’era la messa al bando di qualsiasi partito o movimento di ispirazione comunista). La presenza nel Mediterraneo di alcune unità navali di Mosca, mandò tuttavia a monte la manovra dell’ex ufficiale repubblichino; l’URSS non avrebbe infatti mai tollerato che un Paese importante come l’Italia potesse cadere sotto i tentacoli di un regime dittatoriale di tipo reazionario e totalmente sbilanciato verso Washington, perché questo avrebbe comportato una violazione ed una manomissione degli equilibri nati con gli accordi del 1943. Nixon si vide pertanto costretto a ritirate l’appoggio statunitense al progetto, che si arenò.

Oggi non ci sono più ICBM sovietici pronti a partire dai silos siberiani per “difendere” posizioni, dinamiche e baricentri che (fortunatamente ) appartengono al passato, ma la coscienza democratica, sicuramente più forte ed evoluta rispetto ad allora, la maggiore forza politica della UE e, soprattutto, l’apparato militare della NATO, stroncherebbero qualsiasi tentativo di sabotaggio messo in atto contro la nostra democrazia, anche se l’esperimento golpistico dovesse vedere l’adesione di settori delle forze dell’ordine, dell’Esercito o delle istituzioni politiche.

Movimento 1 leader

Organigramma del MoVimento 5 Stelle (M5S)

Leader: Beppe Grillo
Segretario: Enrico Maria Nadasi
Presidente: Beppe Grillo
Vicepresidente: Enrico Grillo (nipote di Beppe Grillo)
Coordinatore: Beppe Grillo
Portavoce: Beppe Grillo

L’URSS brezneviana conosceva, almeno a livello nazionale, una distribuzione più equa ed equilibrata del potere, nonché una maggiore collegialità “de facto”. La mia osservazione non è né vuole essere una battuta (e non solo in segno di rispetto nei confronti di Leonid Il’ič). Quanto proposto si avvicina pericolosamente al modello kimiano, di cui il M5S mostra l’attitudine autarchica (a livello politico e gestionale) emanazione dello Juche ed il familismo impermeabile ed escludente.

Il modus cogitandi/operandi, messe da parte le differenze tra i due contesti di riferimento, è assai similare.

Il grande bluff: la storia la fanno gli storici,non i vincitori

Tra i bastioni di una certa mitologia banalizzante la storia e la storiografia, se ne segnala uno in particolare, per inconsistenza logica e capziosità ideologica. Si tratta di un refrain tradizionalmente in uso (e in abuso) in via prevalente presso quelle comunità che hanno perduto una scommessa con le dinamiche materialistiche, un martellamento mantrico tanto chiassoso quanto fragile, contraddittoria e complessa è la posizione cui deve ergersi a difesa. Questa formula, un ibrido tra la provocazione e l’alibi, è la seguente: “la storia è scritta dai vincitori”. Ho parlato di inconsistenza logica per due motivi: 1) tutti possono scrivere e pubblicare un testo storiografico, anche attraverso canali importanti. Prendiamo Pansa o i revisionisti risorgimentali; costoro lamentano (o rivendicano?) il ruolo dei vessilliferi dei vinti (se non dei vinti stessi), con tutto il carico di marginalizzazione che questo “status” dovrebbe comportare, però trovano ampio spazio nei più importanti canali editoriali, sui media, sui giornali, ecc. 2) La storia è un insieme di fatti realmente accaduti e per questo immutabili, e la storiografia si pone, secondo la traccia tucididea, come loro ricerca, catalogazione ed analisi dinamica. Lo storico può offrire la propria lettura dell’evento, ma non può occultarlo o sabotarlo. In caso contrario, ci troveremo dinanzi al propagandismo, bianco, nero o grigio che sia, ma che è e rimane cosa ben diversa dal rigore scientifico del vaglio storiografico. Ancora un esempio: la saggistica accademica ci offre un vasto e variegato ventaglio sulle cause dello sfaldamento del cosiddetto “Impero Sovietico”; chi lo imputa (pochi osservatori e prevalentemente di nazionalità italiana o polacca) al ruolo di Giovanni Paolo II e del Vaticano, chi all’azione riformatrice di Michail Gorbačëv e del gruppo degli economisti yeltsiniani, chi, ancora, al gioco al rialzo di Ronald Reagan sugli armamenti, che avrebbe costretto l’URSS a depauperare le sue già fragili casse per non perdere terreno rispetto agli USA, chi alla balcanizzazione etnica dell’URSS e di alcuni Paesi d’oltre cortina, l’ “Impero esterno” (balcanizzazione che avrebbe svolto un ruolo centrifugo e disgregante), chi alla scarsità dei beni di consumo rispetto al comparto capitalistico (i piani quinquennali predilessero sempre lo sviluppo dell’industria pesante) e così via. Ognuna di queste teorie trova spazio nella piattaforma interpretativa di studiosi di provato credito quali Aganbedjain, Dibb, Gaddis, Brzezinski, Guerra, Skidelskty, ecc. Ci sono, però, una serie di dati incontrovertibili, cui nessun lavoro di scavo, sincronico o diacronico, può sfuggire:

1: Il Blocco non era retto da formule istituzionali democratiche

2: Il “gap” economico con l’occidente

3: Le spinte centrifughe delle comunità nazionali sovietiche e delle democrazie popolari europee.

Nessuno, quindi, può negare o espellere dal proprio ragionamento una serie di parametri fattuali tanto definiti e lineari, pena la trasformazione della storiografia in propaganda di tipo “politico”. P.S: Chi scrive è un estimatore delle democrazie popolari e della loro esperienza, ma ciò non mi ha impedito di imbastire una tesi sfrondata dai miei condizionamenti ideologici e personali.

La minaccia (televisiva) sovietica

Pensare che Berlusconi e la destra siano riusciti e riescano a catalizzare buona parte del proprio consenso politico-elettorale brandendo la minaccia comunista, la dice lunga sull’immaturità di una porzione dell’elettorato italiano e sulla capacità di manipolazione, sociale e mentale, del dispositivo mediatico-televisivo. Già nei momenti più bui dello stalinismo e della prima Guerra Fredda, il “pericolo” di una presa del potere nel nostro Paese da parte del PCI era infatti assolutamente fuori discussione, e per ordine proprio del Cremlino; dopo gli accordi di Jalta, Stalin, proverbialmente ossessionato dalla tutela della sicurezza sovietica (secondo alcuni storici, il cosiddetto “impero esterno”, ovvero i paesi del blocco orientale, non sarebbe stato il frutto di una strategia espansionistica quanto di contenimento) convocò sia Togliatti che Thorez (leader del Partito Comunista Francese, altro totem del comunismo occidentale) per comunicare loro che mai l’URSS avrebbe appoggiato un tentativo di colpo di stato marxista, perché questo avrebbe condotto ad un’alterazione degli equilibri con gli USA, allora unica potenza nucleare. Ancora nel 1990, l’allora capo del KGB Vladimir A.Krjuckov ebbe a dire al capo del SISMI italiano Fulvio Martini, in visita a Mosca: “Noi sovietici siamo i più ligi e scrupolosi nell’applicare gli accordi del 1943. Ci ha fatto comodo un PCI forte, ma entro una certa misura. Non avremmo potuto tollerare che il PCI, anche con mezzi democratici, si fosse avvicinato troppo al potere. Gli Americani avrebbero potuto accusarci di non rispettare i patti, decidendo così di intervenire maggiormente nella nostra fascia di sicurezza”. D’altro canto, la Svolta di Salerno e i governi di solidarietà nazionale con le forze liberali costituiscono la prova materiale e provante di questa traiettoria strategica. Lo stesso Che Guevara ebbe molti problemi con Mosca negli anni ’60, proprio a causa dei suoi tentativi di dare vita alla “rivoluzione permanente” estendendola al di fuori dell’assetto perimetrale jaltiano. Il boicottaggio delle sue spedizioni in Congo e Bolivia da parte dei sovietici ne sono la dimostrazione (il Primo Ministro sovietico Aleksej Kosgyin minacciò Castro di ridurre drasticamente le forniture di petrolio a Cuba, se lui e Guevara non avessero abortito le loro velleità rivoluzionarie in America Latina). Tali acquisizioni contribuiscono a consegnarci una lettura ben diversa degli anni della Guerra Fredda e delle dinamiche dualistiche che la caratterizzarono, conducendo l’osservatore ad un ripensamento sul ruolo sovietico e ad un’analisi più equilibrata del fenomeno e dell’epifenomeno, sfrondata dagli irriducibili pregiudizi ideologici antisocialisti. La contrapposizione “buono” contro “cattivo” non ha diritto di cittadinanza nell’analisi storiografica…

Attenzione alla parola “terrorista”

L’ elasticità restringente del termine/concetto “terrorismo”/”terrorista” è uno dei bastioni della propaganda politica di guerra e segna allo stesso tempo una tappa assolutamente nuova in questo senso (almeno dal 1917 in poi, quando il Presidente americano Woodrow Wilson gettò le fondamenta della propaganda moderna tramite la costituzione del “Committee on Public Information”). Questo perché tali formule (“terrorismo” e “terrorista”) traggono la loro forza e spinta propulsiva da uno dei cardini dell’impianto propagandistico classico: la semplificazione. Dalle campagne USA-NATO in Iraq e Afghanistan, i due vocaboli hanno assunto una valenza identificativa dell’autoctono che combatte lo straniero (le truppe occidentali) in “casa propria” e, e bene rammentarlo, con mezzi nettamente inferiori, dal punto di vista qualitativo come quantitativo. Ecco che il concetto di “terrorismo” si fa restringente e banalizzante, semplificante. Viceversa, diventa elastico quando la propaganda occidentale o di matrice revisionista fa riferimento agli stessi combattenti quando erano schierati contro le milizie Sovietiche (guerra afghana del 1979-1989) o, ad esempio, quando al centro dell’indagine e della speculazione storica, giornalistica o politica ci sono i soldati di Salò (anch’essi schierati a difesa di un regime dittatoriale contro gli Anglo-Americani, ma in questo caso presentati come soldati regolari e depositari di una dignità ideologica). Il meccanismo è strettamente legato e consequenziale ad alcuni passaggi che il sociologo Ragnedda inquadra all’interno di tre terzine:

A) Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1) demonizzazione del nemico
2) Uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3) Guerra in risposta al nemico e non come attacco

B) Bontà delle nostre guerre
1) Soccorrere una nazione o un popolo
2) Giusta causa
3) Estendere la democrazia

C) Sostegno alla giusta causa
1) Sostegno dal di fuori: internazionale
2) Sostegno dall’interno. intellettuali ed artisti
3) Sostegno dall’alto: divino

L’est che non voleva i carri armati..ma nemmeno il liberismo

Le Destre si sono sempre “appropriate”, in Italia come altrove, delle rivolte e delle rivoluzioni avvenute nei Paesi d’oltrecortina, così come hanno fatto con le icone di quei fenomeni di protesta, in primis e ad esempio, Jan Palach. Questo in nome di una democrazia di cui sovente, è bene segnalarlo, si dimenticano, quando a calpestarla furono o sono tirannie di colori ed ispirazioni differenti. Da Berlino 1953, a Budapest 1956, a Praga 1968, ai moti operai di Polonia del 1970-1971, però, i movimenti antigovernativi non miravano ad una restaurazione del sistema capitalistico (che salvo rare eccezioni non aveva portato mai benessere o democrazia al di là dell’Elba e del Danubio), ma ad una rimodulazione della società in senso marxista-ortodosso. In poche parole, non era il libero mercato a fare da perno alle istanze dei manifestanti, ma un Socialismo teorico che si facesse prassi, privo del potere del partito, della polizia segreta e della direzione verticistica degli apparati: il Socialismo reale, in mano al popolo ed al servizio del popolo. Per rendercene conto, sarà sufficiente dare un’occhiata ai documenti di alcuni dei gruppi di lavoro che sorsero nei giorni frenetici dell’opposizione ai regimi ed al “grande fratello” moscovita (il documento delle “Duemila Parole” del Movimento Gioventù Rivoluzionaria cecoslovacco, il documento delle “Tremila parole” dei gruppi studenteschi jugoslavi, “Per un governo di consigli operai in Cecoslovacchia”, la piattaforma di Stettino, ecc). Non a caso si parla di “68 tradito” anche ad Est, e fu proprio questo fallimento riformistico a fare da propellente ai cambiamenti del 1989-1992.Anche in quella forchetta temporale, comunque, l’idea di abbattere lo status quo non era predominante. Il 17 marzo 1991, in un referendum, il 76,4% dei cittadini Sovietici votarono per il mantenimento dell’URSS in una veste riformata, e il progetto di unificazione della Germania prese piede e forma soltanto nella primavera del 1990.