La politica “di potenza” clintoniana e il tradimento del nuovo corso gorbacioviano-bushano Le origini della nuova Guerra Fredda

Durante le battute conclusive della Guerra Fredda, Michail Gorbačëv e George H. W. Bush dettero vita ad una fase del tutto inedita nei rapporti tra le due superpotenze, nonché di totale riordino ed aggiornamento degli assetti yaltiani. Questo “new thinking” prevedeva non soltanto la fine della contrapposizione bipolare (già preconizzata nel 1989 con la cosiddetta “Dottrina Sinatra”) ma escludeva qualsiasi velleità occidentale nell’Est Europa appena liberato dal gioco sovietico.

Figura meritevole di rivalutazione e ben diversa dall’immagine tratteggiata da una certa pubblicistica “liberal”, il primo dei Bush alla Casa Bianca rigettava dunque qualsiasi ambizione egemonica, per approdare ad una “nuova architettura di sicurezza europea , non pensando alla possibilità che, invece, il vuoto creato dal ritiro dei sovietici dall’Europa centro-orientale potesse essere colmato dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica agli ex membri del Pato di Varsavia” (de’ Robertis).

L’elezione di William Jefferson “Bill” Clinton , produsse tuttavia un cambio di indirizzo radicale nella politica estera statunitense; con la Direttiva presidenziale n25, infatti, Washington rilanciava in modo aperto il suo “interesse nazionale”, tornando de facto ad una politica “di potenza” ed unilateralista in aperto contrasto con le scelte precedenti concordate con il Kremlino. La scomparsa dell’interlocutore sovietico sulla scena mondiale ed europea, fece il resto, persuadendo gli occidentali di poter relegare in soffitta il principio di “equal footing” nell’interazione con Mosca.

L’allargamento della NATO ad Est (percepito dai russi come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale) e l’intervento, forse frettoloso e privo del placet ONU, in Serbia, sono il risultato di questo nuovo “concept” atlantico, diverso da quel “new democratic order” di impronta rooseveltiana e dal “new thinking” liberale ed inclusivo gorbacioviano-bushiano.

Da qui, hanno origine buona parte delle nuove fratture tra Occidente e Russia, in un vero e proprio corto circuito politico e diplomatico in cui la diffidenza genera diffidenza; timorosi dell’ex oppressore, infatti, i Paesi dell’Europa centro-orientale ed ex sovietici chiedono la protezione occidentale, rendendo ancor più ostile la governance russa.

Nda: il nostro Paese giocò un ruolo di primo piano negli sforzi per la ricomposizione della frattura con la Russia dopo la guerra alla Serbia. Con il vertice di Pratica di Mare voluto dall’Italia, infatti, veniva ripreso il dialogo NATO-Russia attraverso il nuovo NATO-Russia Council

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

Reagan e la fine del comunismo. Storia ed ermeneutica di un malinteso

Se il ruolo di Karol Wojtyła come protagonista nella caduta del comunismo sovietico non trova diritto di cittadinanza nella narrazione storiografica internazionale, quello di Ronald Reagan viene, al contrario, spesso dilatato, dalla pubblicistica divulgativa come dalla saggistica accademica più scientifica e rigorosa. In sostanza, si vuole che il brusco programma di riarmo (“Strategic Defense Initiative”) attuato dall’amministrazione insediatasi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, abbia condotto l’URSS ad una rincorsa esasperata ed esasperante che finì per prosciugarne le già insufficienti risorse economiche (aumento del 45% delle spese belliche) , portandola all’implosione. Si tratta di un’interpretazione scissa dall’elemento fattuale e documentale, risultato di un’elaborazione che trova il suo archè ed il suo snodo nel “quid” più smaccatamente ideologico e partigiano; negli anni ’80 del secolo XXesimo, il Blocco sovietico (sia l’impero “esterno”, ovvero i paesi satellite, che quello “interno”, ovvero l’URSS) aveva infatti assistito all’esaurirsi della fase di relativo benessere che aveva a contrassegnato il decennio precedente ed era piombato in una situazione di grave ed irreversibile crisi e ritardo sotto il punto di vista economico, tecnologico, e sociale, resa ancor più acuta e delicata dal progresso che, in quegli stessi anni, l’Occidente capitalista stava vivendo e sperimentando. Inoltre, i numerosi segmenti etnici che componevano la realtà sovietica stavano facendo sentire sempre di più la loro azione detonante, da est ad ovest, e nel cuore della stessa Russia, dove importanti riviste come “Molodaja guardija” e “Nas Sovremmenik” riscoprivano e rilanciavano il vecchio sciovinismo imperiale, anche come risposta ai disagi provocati dallo sforzo economico che Mosca doveva sostenere per il mantenimento dell’intero apparato. E’ in questo contesto turbolento che si insedia ed inserisce la figura di Michail Sergeevič Gorbačëv , il primo , l’unico ed il solo responsabile di quel processo riformatore che portò alla liquefazione del comunismo in Europa. “Così non si può più vivere, è tutto marcio”, ebbe infatti a dire Gorbačëv a Eduard Shevardnadze, futuro Ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, poco prima della loro ascesa al potere. Eccessiva, intollerabile ed ingestibile la pressione della corruzione, del malessere sociale e del “gap” con il “mondo libero”che stava stritolando quel gigantesco sistema costretto ad una lotta impari, sostenuta e sostenibile soltanto attraverso il sacrificio dei beni diretti alla popolazione in favore di un impianto bellico incaricato di presidiare il regime in ciascuno dei 5 continenti. Ricorda Georgy Arbatov, consigliere per la politica estera di Gorbačëv: “I cambiamenti dell’Unione Sovietica non sono solo maturati ma sono anche nati al suo interno”. Ma la destrutturazione del mito di Reagan carnefice dell’URSS non arriva soltanto dagli ex avversari, ma anche dal”interno degli USA, e per la precisione da un Repubblicano, Gerald. R.Ford, ex inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, che considerava “sopravvalutato” il ruolo dell’ex attore nel crollo del nemico di sempre. A questo proposito, non deve e non dovrà sfuggire alla sosta analitica come i Paesi del Patto di Varsavia fossero rimasti nel più totale immobilismo, durante l’intero primo mandato reaganiano, ovvero prima dell’arrivo dell’uomo della “Perestrojka” e della “Glasnost” .

A “Ronnie” , il merito indubbio e indiscutibile di aver restituito fiducia agli USA e all’Occidente democratico dopo una decade non facile che aveva visto l’affermazione del refrain “il mondo sta andando a sinistra”, offrendo così agli occhi di chi viveva oltre cortina l’idea di un’alternativa allettante. Ma nulla più. Il tricolore russo sventolerebbe sul pennone più alto del Cremlino anche se nel 1984 avesse vinto “Fritz” Mondale o se il tenace Siri avesse scalzato l’ arcivescovo di Cracovia in quel rocambolesco e surreale 1978.