Le Unioni Civili e la strategia del gambero pentastellata

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La motivazione addotta dal M5S per giustificare la scelta astensionista nel voto sulle Unioni Civili (il dispositivo non sarebbe abbastanza completo) non potrà che apparire vuota e velleitaria se si pensa che lo scorso febbraio fu proprio il Movimento a far mancare all’ultimo secondo l’ossigeno al DDL Cirinnà nella sua versione più ampia e matura.

La decisione andrà invece ricondotta a quella strategia di avvicinamento al blocco conservatore che Grillo ha manifestato in modo inequivocabile attraverso l’alleanza europea con l’UIK e che continua a ribadire e confermare con le sue esternazioni pubbliche (si veda l’ultimo tackle su Sadiq Khan).

Alla caccia di quello spazio lasciato vuoto dal berlsuconismo, l’ex comico sapeva e sa bene di non poter apparire credibile portando in eredità una legge che avvantaggia la comunità LGBT, specialmente nell’imminenza di un appuntamento fondamentale come le lezioni romane.

D’altro canto, un “no” netto, secco e ideologico alla Cirinnà ed alle politiche egualitarie in senso più ampio, avrebbe come conseguenza un’emorragia a sinistra potenzialmente fatale. Da qui, la sterzata verso una motivazione ufficiale come quella data.

Renzi e quel trionfo che sa di 1948. Il ruggito silenzioso dei moderati

Annunciata come un referendum sul Matteo Renzi, questa consultazione elettorale è stata, invece, un referendum su Beppe Grillo ed il suo partito. A premiare l’ex sindaco di Firenze sono stati senza dubbio il suo giovanilismo dinamico (cosa abbastanza rara, in un grande dirigente politico italiano), il conseguimento di alcuni successi ed il ritorno, pur timido, ad una congiuntura economica favorevole.

Tuttavia, la reale motivazione di un trionfo tanto imprevisto quanto imprevedibile va rintracciata nella paura che il M5S ha suscitato nella fetta più rilevante dell’elettorato italiano; i toni sempre troppo alti, i contenuti violenti, il manicheismo aggressivo del “chi non è con me è contro di me”, un ecumenismo schizofrenico e confuso, le minacce eversive, gli insulti tambureggianti agli avversari ed alle alte cariche istituzionali e l’inappellabile quanto ansiogeno catastrofismo, hanno messo in allarme il “travet”, disorientato anche da una nebulosità programmatica emersa in tutta la sua evidenza durante il “tete a tete” con Bruno Vespa. Con una piccola concessione alla retorica, si potrà quindi affermare che queste elezioni siano state un “revival” di quelle del 1946 e del 1948, con il moderato che ha individuato nel Pd renziano ciò che i suoi padri e i suoi nonni videro nella DC degasperiana.

Non cada, il M5S, nella tentazione di abbandonarsi all’alibi-accusa nei confronti del destino “cinico e baro” e/o dell’italiano medio che “non ha capito” (secondo una liturgia tipica di una certa, defunta, sinistra) ma faccia autocritica. Impari a dialogare, apprenda le dinamiche del confronto democratico e scenda da quel piedistallo al quale si è incatenato, lasciando per strada 3 milioni di voti.

P.s: sbaglia chi individua il bonus da 80 euro come “archè” dell’acuto renziano. I beneficiari della misura rappresentano infatti soltanto 1/5 del copro elettorale.

Quegli ebrei giovani, belli e poco abbronzati.L’ “umorismo” strategico da Berlusconi a Grillo e gli errori della sinistra

Eccezionale comunicatore e straordinario interprete e conoscitore della fisionomia sociale e culturale del Paese, Beppe Grillo è perfettamente conscio dell’esistenza, in Italia, di un sentimento antisemita profondamente radicato. Le cause del fenomeno, sono, in linea di massima, due: il ruolo, da parte dell’Italia, di centro e snodo della tradizione cristiano-cattolica ed il portato dell’ultraventennale esperienza fascista, fase mai superata ed anzi oggetto di un rivalutazione sempre più vasta e penetrante.

Molto più di una semplice boutade o di un “ballon d’essai” , quindi, il suo dissacrante “tackle” sul “tabù” di Auschwitz si inquadrerà all’interno di un disegno strategico ben definito e delineato; con esso, infatti, l’ex comunico stuzzicherà, da un lato, uno dei tessuti più sensibili del ventre profondo dell’italiano medio (il pregiudizio antiebraico, per l’appunto) mentre, dall’altro, la prevedibile reazione di sdegno e costernazione da parte della sinistra scatenerà l’afflato solidale dell’ “everyman” (“uomo della strada”) nei suoi confronti.

Non un elettore abbandonerà il M5S dopo questa vicenda, così come non un elettore abbandonava il PdL o FI dopo le (volute) gaffes berlusconiane sulla stessa Shoah oppure sul colore della pelle di Barack Obama. Al contrario, il leader pentastellato riuscirà a rafforzare a valle il suo ruolo di indocile e cristallino nemico del “sistema”, vicino alle esigenze ed al sentire del popolo.

Dal petto del Duce alla traversata di Beppe Grillo a Silvio Berlusconi allenatore di calcio. Il “corpo” e la “mente” del capo.

“La moltitudine è sempre pronta ad ascoltare l’uomo forte, che sa imporsi a lei. Gli uomini riuniti in una folla perdono tutta la forza di volontà e si rimettono alla persona che possiede la qualità che ad essi manca” – Gustave Le Bon , “Psicologia delle folle”.

C’è sempre stata, da parte di sociologi, giornalisti, politologi e comunicatori, una particolare attenzione verso il “corpo del capo” ed il suo utilizzo. Il politico carismatico, che fosse un dittatore o che operasse all’interno di una società aperta ha, giustappunto , sempre fatto abbondante ricorso all’ostensione dei feticci, dei tic e dei comportamenti riconducibili al “vir”, ovvero a quell’immagine ancestrale di potenza e dominio vitale e indispensabile per chiunque voglia intercettare, ma soprattutto dominare ed eterodirigere, le pulsioni più profonde ed emotive delle “folle”, suggerendo all’ “uomo della strada” un’ idea di prontezza e risolutezza.

Ecco, allora, la virilità mussoliniana, l’intensità sciamanica della voce di Hitler , ecco il petto nudo di Putin, la canottiera di un ancora tonico Umberto Bossi, la traversata a nuoto di Beppe Grillo nelle acque dello stretto di Messina e così via. C’è, però, un aspetto altrettanto importante nella comunicazione “istintuale” del carismatico , diversa ma complementare al “corpo del capo”; la “mente del capo”. Non solo, quindi, un eccezionale amante, un judoka in grado di sconfiggere tigri di 3 quintali e correre a petto nudo nella tundra, non solo un Michael Phelps in salsa genovese ma anche un virgulto della cultura, un sapiente degno del più illustre degli accademici. Ecco che la semianalfabeta Elena Ceauşescu diventava ingegnere chimico e ricercatrice, mentre il marito veniva appellato come “Geniul din Carpaţi” (“Genio dei Carpazi”). Ecco Stalin diventare supervisore e responsabile diretto dei grandi piani di crescita economica dell’URSS. Ecco Kim Jong-un trasformarsi in un novello Julio Velasco, “dando istruzioni precise alle giocatrici per vincere ogni sfida”. Kim Jong-un un stratega militare, Kim Jong-un un teorico , Kim Jong-un esperto di volley. Ecco “la mente del capo” , ecco la trasformazione e l’evoluzione del petto nudo di Putin, della virilità del Duce, della tempra atletica grilliana.

Si tratta di una formula utilizzata in modo speculare anche da Silvio Berlusconi, che da anni cerca di confezionare l’idea che sia lui a mandare in campo i giocatori del Milan ed a sceglierli nella campagne acquisti (ma soltanto quando la società di Via Turati ottiene risultati all’altezza delle aspettative). Chi sarà equipaggiato di una conoscenza anche minima ed essenziale del calcio e delle sue dinamiche, si renderà conto di quanto tutto questo sia incompatibile con la realtà (allenare e mettere in campo una squadra richiede un monitoraggio degli atleti spalmato sull’intera settimana ed un filo diretto, continuo e costante, con il resto dello staff, cosa che l’ex Cavaliere non avrebbe il tempo né la capacità di permettersi); purtuttavia si è dimostrato uno strumento di propaganda e seduzione delle “folle” estremamente acuminato ed efficace. Chi scrive ha più volte interagito con individui di fede berlusconiana i quali, pur notevolmente dotati sotto il profilo intellettivo e culturale (nonché ottimi intenditori di calcio) ritenevano, con indefessa convinzione, fosse /sia l’arcoriano in persona a selezionare le stelle del Milan ed a preparare loro tattiche e strategie. Un po’, anzi, esattamente, come Kim Jong-un per i nordcoreani.

Il dato, nel caso di specie, contribuisce ad evidenziare la preponderanza dell’elemento istintuale su quello razionale, con il “furor ideologiucus” in grado di scardinare e superare anche le barriere più affidabili del ragionamento consapevole.

L’eterna (rin)corsa della “valanga nera”. Perché lo “sfondamento” di Marine Le Pen non deve preoccupare .

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-2 giugno 1946, elezioni per l’Assemblea Costituente : il Fronte dell’ Uomo Qualunque gianniniano ottiene alle il 5,3% delle preferenze diventando il quarto partito su scala nazionale. Alle amministrative del 9 novembre dello stesso anno, il partito del torchietto replica il successo, conquistando città come Bari, Palermo, Lecce, Catania, Messina, Foggia. A Roma prenderà 108.000 voti, superando la DC.

-L’ Unione e Fraternità Francese di Pierre Poujade (considerato oltralpe il “padre” politico di Led Pen) porta a casa l’11,6% dei voti alle lezioni per l’Assemblea Nazionale del 1956 , corrispondente a 52 deputati.

-Elezioni politiche del 1972: il MSI raccoglie l’8,7% dei voti alla Camera ed il 9,2% al Senato. Sarà del più grande risultato della fiammella prima dell’arrivo dell’era berlusconiana

-1974: il Il British National Front arriva al 44% dei voti a Deptford, Londra

-Elezioni legislative austriache del 1999: il Partito Popolare Austriaco di Jörg Haider diventa la seconda forza del Paese con il 26,9% dei consensi

-2001: L’ One Nation australiano di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-Elezioni presidenziali francesi del 2002: il candidato del Front National, Jean Marie Le Pen, approda al ballottaggio con il 17,79 % delle preferenze.

-2002:Il British National Party ottiene tre consiglieri a Burnley, nel nord dell’Inghilterra

-2002: il Lijst Pim Fortuyn incassa il 36% dei seggi a Rotterdam. Alle successive politiche, il partito di Fortuyn, forse anche a causa dell’emozione suscitata dal barbaro assassinio del suo leader, diventa il secondo nel Paese.

-2001: L’ One Nation di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-2007: il Vlaams Belang ottiene 21% delle preferenze nelle Fiandre

Da quando, con la fine della II Guerra Mondiale e la conseguente necessità di creare un argine di contenimento al Socialismo, la destra radicale e populistica (concetti parzialmente difformi ma contingenti) ha trovato riorganizzazione e “sdoganamento” , numerosi sono stati i momenti nei quali, ad ogni latitudine dell’universo democratico, i suoi rappresentati si sono manifestati con effetti di rilevante consistenza (la carrellata proposta contiene solo una piccola parte delle tappe di questo fenomeno). Si tratta, ad ogni modo, di exploit episodici, limitati quasi esclusivamente alle consultazioni di carattere locale (dove il voto si fa più emotivo) ed incapsulati nelle fasi di maggior contrazione e sofferenza del sistema politico ed economico, quando, cioè, diventa più facile per le compagini a carattere demagogico confinate all’opposizione intercettare il voto “di protesta” , mostrandosi come alternativa verginale, altra ed antitetica rispetto ai partiti dell’ establishment. Mai, tuttavia, questi soggetti hanno espresso un capo di stato o di governo (con la sola e parziale eccezione di Enoch Powell) ed anche quando sono riusciti a posizionarsi all’interno di un esecutivo nazionale (l’ FPÖ austriaco nel 2000) , questo è stato possibile solo in ragione del traino di elementi moderati di maggior peso. Inoltre, ai grandi acuti di questa o di quella formazione, sono sempre seguiti rovesci che, non di rado, ne hanno irrimediabilmente compromesso o menomato l’esistenza . Nonostante questo evidente ed innegabile segnale della storiografia documentale, ogni prestazione di rilievo di un raggruppamento populistico è, puntualmente e cocciutamente, letto e percepito (a sinistra) come una crisi irreversibile della democrazia e, a destra, come l’archè della conquista e della rivoluzione del sistema. L’Europa (e la rimanente porzione del mondo occidentale) ha dimostrato di essere in possesso di anticorpi democratici sufficientemente validi per arginare qualsiasi pulsione liberticida, e nessun pericolo può e potrà eroderne l’anima civile e sussidiarista più profonda; in ogni caso, una ripensamento delle e sulle miopi strategie di rigore in atto si pone quale esigenza imprescindibile non soltanto per togliere benzina agli araldi dell’euroscetticismo ma, anche ed in special modo, per giungere alla definzione di un’ Europa che sia unione di uomini e culture prima che di valute e macrointeressi.

Beppe Grillo e la RAI. Perché l’ex comico non è Solženicyn. E nemmeno Luttazzi.

« La cena in Cina… c’erano tutti i socialisti, con la delegazione, mangiavano… A un certo momento Martelli ha fatto una delle figure più terribili… Ha chiamato Craxi e ha detto: “Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?”. E Craxi ha detto: “Sì, perché?”. “Ma allora se son tutti socialisti, a chi rubano?” ». Beppe Grillo, 15 novembre 1986.

La frase (pronunciata a Fantastico 7), non più caustica di una battuta da bistrot e sprovvista di qualsiasi ambizione di scavo analitico, è l’elemento che, nella propaganda pentastellata, avrebbe causato l’esilio “sine die” di Beppe Grillo da Viale Mazzini. In realtà, l’ostracismo ai danni del comico genovese non durò che 15 mesi; nel febbraio del 1988, infatti, Grillo partecipò in qualità di ospite al Festival di Sanremo, con un compenso pari a 350 milioni di Lire. La stessa cosa sarebbe avvenuta nell’edizione successiva della kermesse canora.

Inoltre, nel lasso temporale che lo vide lontano dalle telecamere RAI, l’attuale leader pentastellato prese parte ad una serie di spot per lo yogurt Yomo (che gli valse una partecipazione con vittoria al galà dei Telegatti) nonché a diversi spettacoli alle Feste dell’Unità organizzate dell’allora Partito Comunista Italiano.

Il tentativo di creare il “must” dell’eroe di memoria nietzschana, angariato dai “poteri forti” e dalla mediocrità della massa per il suo essere intellettualmente libero, si rivelerà pertanto sguarnito del conforto del dato fattuale.

Fazio, chi ti paga? Gli inserzionisti. Anatomia di una leggenda populista


Ed anche quest’anno, con l’inesorabile puntualità di un’ingiunzione di pagamento, arriva la polemica sui cachet di presentatori ed ospiti del Festival di Sanremo . Il “masscult” confezionato dalla propaganda che fa della semplificazione la sua arma vincente, vorrebbe infatti che i compensi destinati a Fazio, Littizzetto , Casta e via discorrendo provengano dai soldi del Canone, quindi dalle nostre tasche, per usare un’espressione cara al ventralismo più modaiolo. Ma è davvero così? No, non proprio. Anzi, niente affatto. Manifestazione storicamente di grande successo con medie di milioni e milioni di telespettatori ogni sera, il Festival della Canzone Italiana attira infatti l’interesse dei grandi inserzionisti, disposti a sborsare cifre da capogiro per vedere i loro marchi inseriti negli spazi della kermesse.E’ da questi introiti che la RAI prende le risorse per gli ingaggi delle sue “vedette”, esattamente come fece con Grillo nel 1978, nel 1988 e nel 1989 (nell’edizione del 1989, l’attuale leader pentastellato percepì ben 350 milioni delle vecchie lire, circa 392.000 euro attuali).

Andando più nel dettaglio, i ricavi dai pacchetti pubblicitari ammonteranno quest’anno a ben 20 milioni e 200mila euro, ai quali vanno aggiunti 600mila euro di ricavi RAI dalla vendita dei biglietti. A fronte di un costo totale di 11 milioni di euro (comprendenti i cachet), più 7 milioni di convenzione con il comune di Sanremo, avremo quindi un attivo di circa 2, 8 milioni di euro.

Un inciso: una certa memorialistica vuole Grillo ostracizzato da Viale Mazzini per una battuta sul Partito Socialista Italiano. L’episodio in questione risale al 1986 (Fantastico 7) e l’anno successivo il comico presenziò al Festival di Sanremo.

Perché Grillo ha rovesciato il tavolo con Renzi.Forza e fragilità della politica del “niet”.

Accusare Grillo di disfattismo, protagonismo, irresponsabilità, scarso costruttivismo o, ancora, di tradimento della volontà della sua base dopo la performance con il Premier incaricato e leader democratico Matteo Renzi, significa non padroneggiare gli strumenti basilari per la comprensione e la codificazione di soggetti politici come il Movimento Cinque Stelle. Forza a trazione populistico-demagogica (nell’accezione storica e non popolare-dispregiativa dei termini), il M5S trova infatti nell’ ”alterità” (reale o presunta) e nella sua ostensione la sua punta di lancia e il catalizzatore primo del suo consenso popolare. Qualsiasi apparentamento o “appeasement” si tradurrebbe di conseguenza nella perdita di tale imprescindibile strumento di seduzione ed autopromozione (per questo l’ex comico ha voluto prendere parte al dibattito, nonostante fosse prevista soltanto la presenza dei due capigruppo pentastellati).

Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio, perché se da un lato è vero che l’isolazionismo garantisce a forze di questo genere la conservazione del loro status verginale, dall’altro le confina nell’immobilismo e nell’inutilità “de facto”, condannandole sul lungo periodo all’estinzione politica. Caso unico di partito antisistema-integrato nel sistema con un’elevata longevità, la Lega Nord riuscì a rimanere agganciata al potere per quasi un 20ennio solo ed esclusivamente in virtù del traino da parte del mercato mediatico berlusconiano e di un generale gradimento da parte dell’informazione (anche di sinistra), sedotta dalla capacità di penetrazione del partito verde nelle realtà locali e dalla sua dimestichezza nel dialogo con la “società civile”.

P.S: da non dimenticare inoltre come il M5S raccolga i suoi voti quasi ugualmente da destra e da sinistra. Legarsi ad uno dei due emisferi della politica significherebbe pertanto andare incontro ad un’emorragia di voti potenzialmente distruttiva.

Oops!

In uno dei passaggi della sua abiura internetica dei senatori Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi che ieri hanno presentato un emendamento per l’abolizione del reato di clandestinità, Grillo si è così espresso:

“Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità l’M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”.

Si tratta di un frame molto importante, quasi sicuramente di un “lapsus freudiano” del comico genovese, sfuggito alle maglie della rigida disciplina della comunicazione politica così come alla gran parte dei suoi simpatizzanti. Si, perché Grillo ha sostanzialmente detto ed ammesso di far politica con l’occhio agli umori (e al ventre) dell’elettorato; nulla di male, intendiamoci. Fa parte del sistema e delle sue dinamiche. Se non fosse, però, che il M5S è nato e si è sviluppato proponendosi come “turning point” rispetto alle piattaforme tradizionali, come una forza genuina fatta di gente genuina e disancorata da quelle vecchie logiche tornacontiste peculiarità, per l’appunto, della “vecchia” politica, quella delle “kaste”. Il leader genovese sa molto bene che quasi la metà dei sostenitori del Movimento ha dimora ideologica nel centro-destra, e non vuole perderli sconfessando l’astuta e produttiva linea strategica formulata sula trasversalità fin ora adottata.

“Io non conosco tutti i temi del mondo”

A proposito della legge Bossi – Fini sulla disciplina dell’immigrazione, così si è espresso il deputato e capogruppo Cinque Stelle alla Camera Alessio Villarosa:

“Il Parlamento è diviso per commissioni. Ognuno ha le sue competenze. Visto che non è un argomento in discussione in questo momento in Aula, non è di mia competenza. Io non conosco tutti i temi del mondo. C’è una commissione giustizia che si sta occupando probabilmente anche di questo tema. Io li chiamo e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento Cinque Stelle”.

L’intervento è assolutamente significativo, in particolare, sotto due profili, uno politico-sociologico e l’altro semantico-propagandistico; se, infatti, da un lato il Villarosa palesa e dimostra tutta la drammatica impreparazione e la mancanza di collegialità ed autonomia individuale all’interno del monolite politico di Grillo, sempre più simile ad un circuito chiuso orwelliano (“li chiamo e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento Cinque Stelle”), dall’altro il tentativo è quello di suggerire, ancora una volta, l’idea di alterità del M5S rispetto alle piattaforme politiche “tradizionali” . Non posso conoscere tutto perché non ho tempo da perdere come gli intellettuali poltroni, perché devo lavorare. In questo caso, essendo deputato, per il Paese e per il collettivo. Questo è, stricto sensu, lo stilema di Villarosa, lo stesso di qualsiasi partito/fenomeno catalizzatore il voto di protesta e a propulsione demagogico-populistica, dal primo Fascismo, ai fratelli Scotti, a Giannini, alla Lega. E’ l’ “everyman” che si vuol intercettare, perché è l’ “everyman” la porzione più sostanziosa del segmento elettorale. Pertanto, lo scopo è quello di bisbigliargli vicinanza, similarità, contiguità, attraverso codici informali ed anticonvenzionali che spaziano dal linguaggio all’estetica (la canottiera di Bossi, il petto nudo del Duce trebbiatore, ecc). Finché il popolo non farà campo libero da questo equivoco, sarà difficile una maturazione culturale ed un’evoluzione politica per il Paese; quella che è l’ottava economia mondiale e la terza continentale, infatti, non ha bisogno di uomini della strada, ma di tecnici sofisticati ed evoluti, di elitarismo qualificato e non di rutilanti e improduttive oclocrazie

P.s: sulle ultime (e studiate) gaffes di Vito Crimi, Felice Marra ha per l’appunto avuto modo di affermare che “Vito Crimi mi piace perché ogni tanto si dimentica di essere parlamentare e si comporta come se fosse un cittadino qualunque”. Ma chi governa non deve essere un “cittadino qualunque”, come ai tempi delle gabelle sulla frutta e sulla farina. “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” non porta lontano.