Silvio Berlusconi: il migliore di tutti noi.

Prerogativa dell’intelletto geniale è (anche) il saper comprendere prima degli altri l’andamento, la funzione e lo sviluppo delle dinamiche contingenti e circostanti. Essere in grado, insomma, di vedere oltre, di vedere più in là. Chi giudica un azzardo lo “strappo” dell’arcoriano (a parere di chi scrive si tratta, almeno per adesso, di un ricatto), commette lo stesso tragicomico errore di coloro i quali vaticinano periodicamente la sua fine politica dal 1993 per poi vedersi smentiti con regolare puntualità, trovando il rivale più solido, più forte e più popolare di prima. Berlusconi ha saputo, da straordinario interprete e conoscitore dell’istologia culturale, sociale ed emotiva dei suoi connazionali, fare dell’aumento Iva il punto d’entrata verso il segmento più ventrale dell’elettorato (ovvero la sua porzione maggioritaria), destinato a farsi voragine di sfondamento mediante una campagna elettorale (qualora Napolitano optasse per lo scioglimento delle Camere) che si consegnerà alla storia ed alla saggistica accademica sociologica per l’inusitato tasso di populismo e demagogia. Il capo del PdL è, inoltre, perfettamente consapevole della debolezza del centro-sinistra, si gravido di validi elementi ma non abbastanza forti, sul piano mediatico e comunicativo, da competere con lui, come sa di potere contare sull’appoggio, de facto, del M5S, inchiodato all’immobilismo parlamentarista ma schierato, politicamente e propagandisticamente, contro il partito democratico. Di nessuna consistenza, ancora, le “spaccature” in seno al PdL; chi dissente è destinato a venire travolto dalle potenti batteria mediatiche dell’ex capo-padrone, secondo il metodo che ha condotto all’estinzione politica e pubblica di Fini, Marcegaglia, Boffo, Giannino, ecc.

Ma vi è un’altra componente, che in troppi tendono, da ormai due decadi, a sottovalutare: Berlusconi è specchio, emanazione ed esemplificazione dei tratti più peculiari dell’italianità, caratteristica che lo porta ad essere percepito dal cittadino medio come a sé affine e contiguo. E’, questo, un elemento che l’ex Presidente del Consiglio riesce a sfruttare alla perfezione. Un esempio: le gaffes. Si tratta di una strategia comunicativa tesa non soltanto alla diversione ed all’esigenza di spostare ed orientare lo sguardo collettivo e mediatico (la loro scansione temporale non è mai omogenea), ma anche ad “umanizzare” Berlusconi, a renderlo vicino alla gente, esattamente come il torso nudo fu per Mussolini, la canottiera per Bossi oppure il “vaffanculo” per Grillo e Giannini. All’indagine più attenta non potrà sfuggire infatti come non si tratti mai di scivoloni ingolfati dall’elitarismo di un Monti o dalla sconclusionatezza suicida di una Fornero, ma di siparietti tipicamente popolari e consueti, che da un lato hanno lo scopo, di consegnarlo all’immaginario come un “everyman” e dall’altro di gettare in pasto al biasimo chi, invece, lo riprende, confezionando cosi’ la respingente l’immagine di un elitario e di un radical chic. L’ex Cavaliere è un’anomalia cui soltanto la natura, oppure una sterzata violenta del destino, riuscirà a porre rimedio; l’italiano non potrà superare Berlusconi perché questo equivarrebbe a superare se stesso.

La via dei dane’

Dopo la condanna dell’arcoriano e il palesarsi di un rischio “sudden death” per l’esecutivo Letta, i più moderati, nel M5S, avevano lanciato l’ipotesi di una convergenza con il centro-sinistra da tradursi in un governo di “scopo” che avesse come fine ed orizzonte alcuni punti, tra i quali la riforma elettorale. Puntuali e prevedibilissime, sono arrivate le smentite dei “pasdaran” pentastellati e del grande capo genovese. Perché? Non solo perché il M5S sviluppa nell’orgoglioso distacco dalle forze politiche “tradizionali” l’atomo primo della sua “alterità” (l’arma più potente ma allo stesso tempo la zavorra, sul lungo periodo, dei partiti catalizzatori il voto di protesta), non solo per le (probabili) riflessioni statunitensi (il M5S ha soppiantato, per il momento, la destra berlusconiana nella tutela degli interessi e negli indici di gradimento del grande fratello d’oltreoceano) ma, innanzitutto, per una ragione sociale e sociologica; Grillo e Casaleggio sono fondamentalmente due “ganassa”, che identificano nella sinistra l’archè e la trama di ogni male. Per loro, imprenditorotti arricchiti dell’opulento e produttivo Nord “che si dà da fare”, sinistra è tasse (il programma del Movimento è molto povero di traiettorie sulla lotta all’evasione), sinistra è difesa dei dipendenti incapaci e della pubblica amministrazione inefficiente (“eliminiamo i sindacati, voglio uno Stato con le palle”, ebbe a dire qualche mese fa l’ex comico), sinistra è immigrazione selvaggia (l’asserragliamento grilliano contro lo Ius Soli la dice lunga a riguardo), sinistra è caos (non come per Pizzarotti che stanga i barboni che “bivaccano”). Per questo, anche per questo, il Beppe nazionale e l’ex forzista di Ivrea non accetteranno mai un patto con quello che reputano il grande nemico culturale e sociale di ogni tempo e che, infatti, non perdono occasione di bersagliare con i loro strali, molto di più di quanto non facciano con il PdL o con i loro predecessori nelle preferenze dell’italico ventre, ovvero la Lega bossiana. Acquattati nel “grembo della provincia del Nord” (Belpoliti), i due compagni di viaggio incarnano alla perfezione i valori del “privatismo” ripiegato su se stesso tipico di quella borghesia italiana eternamente terrorizzata da un inesistente fantasma bardato da un lenzuolo rosso, quella borghesia “dell’ineleganza che si mette in mostra con il cartellino bene in vista” (Pellizzetti), quando il cartellino batte il prezzo di un panfilo alla fonda in Costa Smeralda o di una magione tran i boschi di Quincinetto.

Il Bandito e il Frescone

Con il termine ” treetops’ propaganda “, si intende e circoscrive quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treet”, infatti, sta ad indicare i rami più alti dell’albero. Parliamo di una strategia molto più sottile e potente rispetto alla più comune “grassroots propaganda”, diretta al “grass”, alla “massa” (“grass” indica il prato, ovvero la parte che sta alla base dell’albero) perché mirante a catechizzare e plasmare chi fa opinione, chi muove, in un certo senso, i sentimenti collettivi e le leve del consenso. Le dichiarazioni di De Gregori sulla TAV Torino-Lione (“la sinistra strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”), rappresentano un caso lampante di propaganda “treetops” ben congegnata e giunta a bersaglio; premettendo, infatti, come la sinistra abbia iniziato la sua battaglia contro la realizzazione della linea quando ancora il M5S non esisteva ed uno dei suoi fondatori, Casaleggio Gianroberto, custodiva nel portafoglio la tessera di Forza Italia, la Torino-Lione si presenta come una soluzione inutile (le due destinazioni sono già abbastanza collegate), potenzialmente dannosa per la salute dei valsusini e costosa (la sua manutenzione sarebbe a carico dello Stato Italiano), voluta come contropartita a Parigi per aver acquistato parte del nostro debito pubblico. Una poderosa campagna mediatica, attuata da un circo-circuito di cronisti ” embedded”, è però riuscita, come vediamo, ad influenzare anche le menti più evolute ed attrezzate, facendo acquisire la traiettoria logica e l’equazione secondo cui il progetto sarebbe indispensabile e chiunque lo combatta un esaltato, un estremista, quasi una sorta di neo-luddista (possiamo intercettare casi sovrapponibili nel dibattito sulla Legge Biagi o sulle missioni di “peacekeeping”); ecco che approdiamo ad un’ altra declinazione del sistema propaganda, ovvero quella “sociologica”. Se il modello degregoriano di sinistra è quello centrista-renziano, appiattito al dettato mediatico irregimentato, beh, i progressisti non possono che rallegrarsi dell’uscita del cantautore dalla loro comunità.

Chi ha paura dello shock economico?

Il fatto che il capo di una potente PR alluda, in modo sibillinamente vaticinatorio, alla Teoria dello Shock Economico, è motivo di un ampio e variegato ventaglio di inquietanti interrogativi.

; il potere di manipolazione e coercizione mentale delle PR. La Ruder Finn e la Hill e Knowlton furono tra i più grandi catalizzatori di consenso verso le iniziative politico militari statunitensi in Irak, Afghanistan, Serbia e, più in generale, ogni opzione bellica di Washington è sempre stata affiancata, da Woodrow Wilson in poi, da un corposo e robusto lavoro di preparazione da parte di questo tipo di agenzie.

; il personaggio in questione è un imprenditore, quindi legato alle leve di comando dell’economia di mercato

; il personaggio in questione è legato, politicamente ed economicamente, ad un altro imprenditore, dichiaratamente atlantista

; il soggetto politico di cui il personaggio in questione è cofondatore ha incontrato, da subito, il sostegno delle autorità statunitensi (l’ambasciatore Spogli) e la prima performance pubblica dei portavoce della suddetta compagine politica è stata un’audizione proprio all’ambasciata statunitense

; la Teoria dello Shock Economico è stata l’ apripista ed il grimaldello per l’estensione dell’influenza USA-NATO in vaste aree del pianeta (in particolare Sud America ed Est Europa)

Quanto sviluppato da Stanley Milgram potrebbe offrire una chiave di decodificazione importante a tal proposito, benché l’esegesi della grammatica politica alla base di una simile sortita non sia cosa facile ed agevole. Almeno al momento.

Morra genovese

Il neo-capogruppo pentastellato al Senato Morra è apparso ieri, su La 7, intervistato da Luca Telese. Morra fa parte di quella ristretta cerchia di “eletti” che l’esperto di marketing Gianroberto Casaleggio (già “spin doctor” di Di Pietro) ha scelto per rappresentare il M5S sulle piattaforme mediatiche. La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di una sorta di creatura mitologica, a metà tra l’impaccio del principiante e la sapienza retorica della vecchia volpe della politica, un centauro rivisitato e riadattato per i nostri tempi, insomma. Morra, difatti, in 40 minuti di trasmissione ha detto tanto, tantissimo, senza però dire nulla. Certo, ha teatralmente srotolato lo striscione che annunciava la restituzione di (parte) della diaria (le rimanenze), ha accusato di illegittimità Mediaset (quando lo facevano altri, Grillo era ancora un berlusconiano dichiarato), ma niente di più. La sua formazione filosofica (è docente della materia) gli ha consentito di districarsi negli scambi dialettici meno ardui, di alzare e lanciare un po’ di polvere, ma nessun lavoro di scavo, nessuna proposta, nessuna analisi economica e finanziaria di peso e densità concettuale. Il tutto, incorniciato dal quell’odioso complesso di superiorità morale che nemmeno la sinistra più snob della “Terza Via” e dell’ “esempio Emilia” riuscì mai a mettere in campo.

Ecco dove e perchè Grillo è più debole di Mr.B

Da “L”Unità” (l’ex giornale degli ex amici di Mosca. Ohibò..i “liberali” chiudano pure gli occhi)

“Coerente, in fondo, lo è. Marco Travaglio viene da quella destra italiana che ha sempre avuto come sua ossessione la sinistra. La cui storia descrive con le mani insanguinate e con gli scarponi chiodati. Nel 1994, proprio per far deragliare i nipotini di Stalin, Travaglio accarezzò la Lega. Cioè un movimento ribelle dei territori, ma pur sempre agli ordini di Berlusconi. Nel febbraio scorso ha puntato invece sul M5S, ossia su un movimento ribelle della rete, e tuttavia garante del buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere.

Alla forza meno granitica che ha espresso la storia repubblicana, Travaglio intende prestare un disperato soccorso. E perciò strilla contro il «giornalismo servo» che descrive i mitici deputati di Grillo come divisi, poco esperti, attardati sulle questioni degli scontrini. Urge una rapida controstoria delle eroiche gesta per riscattare l’onore perduto. Ed ecco però come il saggio, lui sì non «prostatico», Travaglio tira le fila: occorre un bel «collegio dei probiviri» che liquidi la senatrice «furbona», «l’altro genio» che andava in Tv, i dissidenti feriti solo «sul nobile ideale della diaria».
Ma come? Senza neppure accorgersene, Travaglio descrive l’esperienza del M5S proprio come abitualmente fanno le spregevoli «guardie del corpo dei partiti» che riempiono di insulsaggini i loro giornali. E però «il cameriere del contropotere» aveva l’intenzione di celebrare la missione storico-cosmica del M5S, santificato come «unico», «primo», «storico» in ogni gesto, opposizione, sogno e proposta.
Non meno confuso il corazziere di Grillo (e quindi un po’ carabiniere anche di Berlusconi) appare quando indossa gli abiti del suggeritore strategico. Oltre alle adunate dei probiviri per rimettere disciplina, i grillini «convochino conferenze stampa e iniziative di piazza» contro «quell’ente inutile che è ormai il parlamento». Perfetto. La memoria lo riporta, con un sospetto automatismo, all’aula sorda e non più grigia ma comunque inutile. Contro di essa occorre scaldare la piazza in un moto di ribellione perpetua contro istituzioni nemiche, con la subdola vocazione al «golpetto» e quindi senza alcun valore normativo.

È quello che Grillo sta già facendo, condannando all’irrilevanza un movimento di quasi 9 milioni di elettori, destinato alla frammentazione e alla fronda per l’assoluta mancanza di guida politica. Senza un briciolo di organizzazione, un confronto sui programmi, una strategia politica di breve e medio periodo non c’è nulla che possa trattenere una forza che sbanda e procede alla cieca: né gli anatemi di un comico arrabbiato né le scomuniche di un giornale amico.

Il disegno che Grillo persegue è quello di un movimento certo dimagrito ma non esangue, che si serve delle istituzioni come di un semplice megafono, che ricorre alla piazza per scopi di propaganda ma ha poi nel blog privato del capo il suo centro assoluto di riferimento. Il mondo è però troppo complesso per rinchiuderlo in un blog. E delle forze centrifughe, al cospetto dello scacco continuo che il non-partito incassa nelle sedi della rappresentanza, spingeranno alla deriva una litigiosa formazione flash da mesi chiusa in un vicolo cieco.

Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici. Anche Grillo dispone di un partito della micro azienda, con alcuni giornali e trasmissioni Tv di supporto. Ma la sua potenza di fuoco, che è stata devastante durante la campagna elettorale, pare spenta dopo l’ingresso trionfale nel Palazzo, occupato per non combinare nulla.
Il mito di un uomo solo al comando anche stavolta non funziona. Senza un’ideologia coerente, una macchina di un qualche spessore, un blocco di interessi sociali di riferimento nessun capo assoluto, seppure coadiuvato da un guru millenarista o da media vicini agli spifferi della polizia giudiziaria, riesce a mantenere il saldo controllo di una schiera di eletti reclutati con provini, autopromozioni, cooptazioni, filmati.
La velleità di raccogliere in ogni piazza un risentimento su una singola istanza e definire così una eterogenea aggregazione di micro-rabbie non porta ad una politica. La fenomenologia della rabbia a febbraio ha gonfiato una metafisica della rivolta. Ma se l’ingresso nel palazzo è sterile, e improduttiva si rivela la partecipazione al gioco politico, difficile pare accendere di nuovo la miccia della ribellione. Neanche se l’ordine di insurrezione lo redige Travaglio, che sogna un vecchio comico al Palazzo e un altro a scaldare la piazza invocando di visitare il suo blog”

Analisi lucida e puntuale che non posso che condividere, eccezion fatta per un passaggio:

“Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici”.

Grillo ha, per struttura caratteriale (personalità forte ed accentratrice come quella di Berlusconi ed ego ipertrofico) l’idea/obiettivo del capo carismatico/monarca assoluto, ma la sua fragilità rispetto al Cavaliere nell’edificazione di un simile progetto non risiede nella diversa potenza di fuoco mediatico dei due partiti o nell’immaturità organizzativa del Movimento, quanto nel fatto che il M5S, a differenza del PdL e di FI, è nato (almeno nelle intenzioni della sua base), proprio come “turning point” rispetto alle vecchie e stantie prassi del sistema, compreso il millenarismo avventista del capo che l’arcoriano incarna e che tanto ammorba ed affossa l’altra metà del cielo politico italiano. Pretendere che i tanti, tantissimi soggetti provenienti dai movimenti o dalle porzioni più radicali e idealiste della sinistra italiana e adesso gravitanti nell’orbita pentastellata, possano accettare epurazioni e diktat di scuola staliniana o xiaopingiana o, peggio ancora, sposare posizioni teonomiche, significa azzopparsi in partenza e consegnarsi ad una rapida ed irreversibile emorragia di consensi e credibilità.

M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.

Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.

La marcetta su Roma

Traffico romano in tilt. Che strano; ai tempi in cui Grillo esaltava Tony Blair, noi che andavamo a Genova o nelle piazze romane e fiorentine ad alzare la voce contro le acrobazie del turbocapitalism­o e le guerre della Unocal, venivamo bollati, anche da lui, come “terroristi”. Adesso che si vuole sfrattare un capo di Stato eletto secondo dettato costituzionale,­ si parla di “difesa della democrazia”. Alla salute, folla sfollata.

Repetita juvant

Puntualmente, nel nostro Paese, fanno la loro comparsa in grande stile personaggi, movimenti e partiti che si autoincoronano salvatori della patria, unici e soli depositari della virtù morale, tesorieri della verità, campioni del primato politico. Ciò avviene soprattutto nei momenti di crisi, politica, istituzionale e sociale, quando la credibilità delle istituzioni subisce la compressione più forte da parte del cittadino. Costoro riescono a farsi catalizzatori e interpreti del voto di protesta, cogliendo con eccezionale tempismo il gorgoglio della pancia nazionale, di cui dimostrano di saper cavalcare con maestria l’umore e l’orientamento.­ L’opera di seduzione avviene, essenzialmente,­ tramite due passaggi, in un percorso di immutabile continuità che congiunge Guglielmo Giannini a Umbero Bossi; il linguaggio e l’estetica. Usando un frasario informale e presentandosi, dalla scelta del vestito alle abitudini, sotto una veste di sobrietà, danno l’illusione al popolo stanco di essere al loro pari, di essere diversi. Questo perché è l’ALTERITA’ la ricetta vincente del loro successo, la linea di demarcazione che si fa bandiera del loro essere diversi (assunto illusorio) rispetto alle forze tradizionali, quelle di casta, appunto. Altro comune denominatore, è l’assalto alla stampa, ai “pennivendoli di regime”, di cui respingono le critiche come strategie messe in atto dallo status quo per sabotare il movimento di rinnovamento che essi incarnerebbero.­ L’ultimo di questi fenomeni è stato, in ordine cronologico, la Lega, che seppe ubriacare (soprattutto dal 2008 fino allo scandalo rimborsi) persino la sinistra; molti operai sterzavano per il Carroccio, e il PD si interrogava su come emulare la strategia di ancoraggio territoriale del partito bossiano (“sono radicati”, era questo l’inconcepibile­ refrain che andava allora di moda). Grillo è la nuova escrescenza di questa fenomenologia qualunquistico -populistica, e dispiace vedere come molti amici ci stiano cascando, ancora una volta, in buona fede (anche se il M5S consente loro di scaricare l’indignazione in un canale istituzionale, sottraendoli in questo modo alla piazza, quello che la CIA e la BCE, i ghost directors del comico genovese, temevano di più). Le polemiche e l’empasse degli ultimi giorni giorni sull’ elezione del capo dello Stato, stanno infatti risaltando la strategia disfattistica di un uomo totalmente sprovvisto di una qualsiasi progettualità gestionale, che ha ormai collocato nell’esposizion­e del disagio delle altre forze la propria linea di galleggiamento.­ Si hanno le mani pulite tendendole in tasca, ma sono mani inutili, mani che non fanno, mani che falliranno.

C’è’ un grande vecchio in Danimarca (però vive a Genova e dà i voti al Governo Bersani).

All’osservatore­ sufficientement­e esperto in materia di informazione mediatica, non potrà sfuggire la singolarità dell’attenzione­ rivolta, ben prima delle ultime consultazioni politiche, al Movimento 5 Stelle. Mai, infatti, un raggruppamento ancora sprovvisto di una rappresentanza parlamentare (a Roma come a Strasburgo) e che, nel caso della legione pentastellata, solo una manciata di mesi fa aveva raggranellato un misero 3% nella capitale economica del Paese, era stata concessa una simile esposizione. Corsivi, incontri, schermaglie speculative tra i più illustri sociologi della politica e , soprattutto, il grande palco, il più ambito ed efficace: la televisione. Perché? Le motivazioni trovano spazio in un ventaglio sicuramente molto ampio, e tra di esse fa capolino una che strizza l’occhio alla dietrologia, ma forse no; non è infatti un mistero come nei tempi più oscuri della nostra storia unitaria, forze interne e/­o esterne note o meno note abbiano sostenuto dietro le quinte partiti e movimenti allo scopo di stabilizzare, o ristabilizzare, il Paese. Il PNF (esperimento com’è noto sfuggito grossolanamente­ di mano), l’UQ, i partiti a sinistra del PCI, il PRC, il PdCI, la Lega, FI avevano, nelle intenzioni dei loro criptici mecenati, lo scopo di arginare le frange e le fronde più radicali della politica e della piazza. In un segmento storico tanto complesso e difficile come quello attuale, con una crisi che si presenta come la più virulenta dal 1929 e il termometro dell’antipoliti­ca che ha ormai fatto schizzare il mercurio fino al soffitto, il M5S può riuscire ad incanalare nel rassicurante alveo dell’istituzion­alità quei soggetti, quelle aspirazioni e quelle rivendicazioni che, altrimenti, potrebbero trovare risposte nell’estremismo­ anticostituzion­ale e nel giacobinismo più violento. Immaginiamo un Paese come l’Italia, membro del G8, fondatore dell’Unione Europea, ottava potenza economica planetaria e quarta continentale, una comunità di 61 milioni di abitanti con la nona macchina militare mondiale e un carico storico e culturale pentamillenario­, preda della folla e di progettualità contrarie allo status quo; quale potrebbe essere l’impatto di una simile sterzata nella percezione e nelle sensibilità degli altri popoli del circuito occidentale? Rifondazione e il PdCI sfilavano a Genova con le bandiere rosse per poi allearsi con Dini e Mastella e votare tutte le iniziative militari dell’esecutivo cui appartenevano e quei provvedimenti, come il Protocollo sul Welfare, che hanno fatto diventare maggiorenne il precariato. Allo stesso modo, la Lega è passata dai riti neopagani nei boschi alla richiesta di apporre la croce sulla bandiera nazionale. “Issue parties”, cuscinetti tra il potere e l’istintualità più ribollente e centrifuga che hanno contribuito a tappare i buchi della malagestione nazionale. Che sia, adesso, il turno delle armate grilline? Forse no, ma intanto lo zoppo Pier Luigi ha l’incarico, e questo alle mie orecchie sussurra una parola: appeasement.