Renzi e quel trionfo che sa di 1948. Il ruggito silenzioso dei moderati

Annunciata come un referendum sul Matteo Renzi, questa consultazione elettorale è stata, invece, un referendum su Beppe Grillo ed il suo partito. A premiare l’ex sindaco di Firenze sono stati senza dubbio il suo giovanilismo dinamico (cosa abbastanza rara, in un grande dirigente politico italiano), il conseguimento di alcuni successi ed il ritorno, pur timido, ad una congiuntura economica favorevole.

Tuttavia, la reale motivazione di un trionfo tanto imprevisto quanto imprevedibile va rintracciata nella paura che il M5S ha suscitato nella fetta più rilevante dell’elettorato italiano; i toni sempre troppo alti, i contenuti violenti, il manicheismo aggressivo del “chi non è con me è contro di me”, un ecumenismo schizofrenico e confuso, le minacce eversive, gli insulti tambureggianti agli avversari ed alle alte cariche istituzionali e l’inappellabile quanto ansiogeno catastrofismo, hanno messo in allarme il “travet”, disorientato anche da una nebulosità programmatica emersa in tutta la sua evidenza durante il “tete a tete” con Bruno Vespa. Con una piccola concessione alla retorica, si potrà quindi affermare che queste elezioni siano state un “revival” di quelle del 1946 e del 1948, con il moderato che ha individuato nel Pd renziano ciò che i suoi padri e i suoi nonni videro nella DC degasperiana.

Non cada, il M5S, nella tentazione di abbandonarsi all’alibi-accusa nei confronti del destino “cinico e baro” e/o dell’italiano medio che “non ha capito” (secondo una liturgia tipica di una certa, defunta, sinistra) ma faccia autocritica. Impari a dialogare, apprenda le dinamiche del confronto democratico e scenda da quel piedistallo al quale si è incatenato, lasciando per strada 3 milioni di voti.

P.s: sbaglia chi individua il bonus da 80 euro come “archè” dell’acuto renziano. I beneficiari della misura rappresentano infatti soltanto 1/5 del copro elettorale.

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