Senza dubbio importante nel suo ruolo di apripista per le donne in un mondo, come quello del giornalismo, considerato prerogativa esclusiva dell’elemento maschile, Fallaci fu, tuttavia, una narratrice non affidabile ed inconcreta della storia e della realtá geopolitica. Troppo spesso scollata dal portato documentale, la giornalista fiorentina conferì alle sue analisi un’impronta emotiva e partigiana nonché una forma colloquilale lontane da ogni imperativo scientifico, elementi che segnano una distanza incolmabile tra i suoi lavori, la saggistica accademica e il “modus operandi” di ogni conoscitore del metodo d’indagine storiografico e della riflessione geopolitica più approfondita.
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Il prevedibile semi-flop di Minsk.
Così Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri UE, ha commentato il cessate il fuoco stabilito a Minsk. Intanto, nella notte, una cinquantina di carri armati russi avrebbero oltrepassato la frontiera ucraina.
La scarsa concretezza di quanto ottenuto nel vertice era eventualità prevista e prevedibile; potenze minori, Parigi e Berlino non hanno, infatti, la forza negoziale per concedere assicurazioni definite e sul lungo periodo, né possono contare su uno status paritetico nel confronto con Mosca (Berlino non ha nemmeno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) .
L’unico risultato tangibile della due giorni potrebbe invece essere l’indebolimento dell’asse occidentale, con l’esclusione degli alleati più importanti ( e di Bruxelles) dall’incontro.
Una decisione strategicamente immatura, dunque, quella delle due cancellerie, forse più attente alle esigenze di un sorpassato autoreferenzialismo sciovinista che non alla risoluzione della crisi.
Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.
In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.
Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).
Perchè le cooperanti non sono come Moro e come le vittime dell’anonima sequestri. Anatomia di una semplificazione.
Tra le polemiche che, puntualmente, accompagnano la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio nelle zone di guerra, il pagamento di un riscatto come contropartita e l’accostamento con l’ “affaire” Moro, nel quale lo Stato scelse, al contrario, la linea della fermezza.
Si tratta ad ogni modo di una semplificazione, di un paragone concettualmente approssimativo e scollato dall’analisi storica, destinato al ridimensionamento quando messo al vaglio di un lavoro di scavo sufficientemente approfondito.
Se, infatti, in casi come quello Marzullo-Ramelli ad agire è ed è stato un fenomeno criminale-terroristico “esterno” e lontano, pericoloso per un numero assolutamente ristretto di connazionali, nel caso Moro l’Italia si trovava invece ad affrontare un terrorismo di tipo “endogeno”, nato nel Paese, diffuso nel Paese, in tutto il Paese, su larga scala e con potenti ancoraggi nel tessuto sociale.
Cedere alle pressioni delle BR non soltanto avrebbe dato l’idea di una debolezza delle istituzioni, incoraggiando così i terroristi (la fermezza dimostrata fu, al contrario, uno degli elementi decisivi per la sconfitta dell’eversione politica) ma avrebbe potenzialmente esposto ogni cittadino italiano al rischio di un sequestro; le BR avrebbero potuto infatti prendere in ostaggio chiunque ed in ogni momento, chiedendo la liberazione di questo o quel compagno, e lo Stato si sarebbe trovato nell’obbligo di trattare, non valendo certamente la vita del “signor Rossi” meno di quella del signor Moro.
Uno scenario dunque apocalittico, una strategia adottabile in linea teorica e pratica da qualsiasi altra organizzazione a delinquere, che avrebbe reso vani gli sforzi e l’impegno delle procure come delle forze dell’ordine, installando virtualmente i tornelli nella carceri italiane.
A rendere differenti e non sovrapponibili i due scenari, anche il ruolo di attori esterni al brigatismo nella fasi del blitz e ad esso successive, e le loro pressioni contro la liberazione dello statista democristiano, percepito (erroneamente) dal blocco atlantico-atlantista come un pericoloso ariete di sfondamento degli equilibri yaltiani.
La stessa traiettoria logica andrà applicata alla misura del congelamento dei beni in caso di rapimento, disposta dalla Legge 82 del 1991. Anche qui, si era e si è in presenza di un fenomeno criminale “endogeno”, antico, esistente e comune fin dall’epoca del brigantaggio, e consentire il pagamento di riscatti avrebbe significato esporre ogni famiglia italiana benestante o mediamente benestante al rischio di subire un’estorsione.
Il Pontefice, il pugno e quel catechismo alla Don Camillo.
Al pari di Giovanni Paolo I, Francesco sceglie un registro comunicativo e concettuale semplice ed agevole, adatto all’ everyman, da “parrocco del mondo” come fu, appunto, il compianto Luciani. Per questo, è e sarà improprio un lavoro di scavo esegetico e moralmente critico riguardo le sue ultime esternazioni. Incapsulate in un abito retorico popolare, esse hanno infatti ed esclusivamente lo scopo di raccomandare il rispetto e la moderazione. Un sipario ingenuamente spiritoso, come altri nelle nostre memorie del catechismo e dell’oratorio
“In Italia Charlie Hebdo ce lo sogniamo”. Davvero? Un messaggio per chi non conosce la storia, per chi non conosce sé stesso.
La tragedia parigina, con il suo corredo di errori, sviste e dilettantismi delle autorità francesi, ha messo in crisi quegli esterofili di casa nostra in servizio attivo e permanente, i quali, tuttavia, hanno cercato di rimediare denunciando quella che a loro modo di vedere sarebbe l’assenza, in Italia, di voci libere e indipendenti come “Charlie Hebdo”; “In Italia gente così ce la sogniamo”. Questo, in buona sostanza, il messaggio.
A costoro propongo e segnalo questa lista: sono gli italiani uccisi, feriti o perseguitati mentre facevano informazione, perché facevano informazione.
Sono tanti, sono 26, e forse ne mancherà qualcuno.
Sperando vi sia utile, con l’augurio possiate conoscerli, così da rispettarli, così da rispettare ciò che siete, ciò che siamo.
Buona lettura.
Cosimo Cristina
Mauro De Mauro
Giovanni Spampinato
Giuseppe Fava
Mauro Rostagno
Ilaria Alpi
Giuseppe Alfano
Giancarlo Siani
Carlo Casalegno
Walter Tobagi
Italo Toni
Graziella De Palo
Almerigo Grilz
Guido Puletti
Marco Luchetta
Gabriel Gruener
Antonio Russo
Maria Grazia Cutuli
Raffaele Ciriello
Vittorio Arrigoni
Enzo Baldoni (blogger)
Enzo Tortora
Giuseppe “Peppino” Impastato
Indro Montanelli (gambizzato dalle BR)
Simone Camilli
Miran Hrovatin
Mi si nota di più se dico di essere un po’ francese? Quelle terrazze sul dramma
Le tragedie di grande impatto emotivo come quella parigina, offrono un “point of view” ed un assist ideali per l’osservazione e l’analisi di un aspetto caratteristico della psiche umana e del comportamento sociale.
Nel caso di specie, ad esempio, potremmo notare da parte di molti la rivendicazione di un elemento di unione con la Francia; da un lontano parente nato oltralpe, ad un soggiorno a Parigi fatto magari da bambini, ogni esperienza, ogni dato, diventano utili per la ricerca di un mezzo che collochi in qualche modo questi italianissimi “signor Rossi” o “signora Rossi” nel cono di luce del dramma.
Un’ipertrofia dell’Ego, in qualche caso, un’insicurezza di fondo, in altri
Il dialogo: istruzioni per l’uso
Ogni Paese, ogni nazione, ogni comunità, vanta un insieme di usanze, di percorsi e tradizioni che costituiscono e sono il suo patrimonio culturale, il suo modo di essere, la sua identità, il suo atomo fondante.
Volerli ridimensionare o, addirittura, volerne fare tabula rasa (quando non si tratterà di acquisizioni coercitive, antidemocratiche e violente) è, da parte dell’elemento esterno, una posizione di tipo colonialistico, da rifiutare e respingere.
Ogni atteggiamento diverso e distante dall’accettazione, “senza se e senza ma”, dell’Altro-ospitante, si collocherà dunque in un’ottica imperialistica e bellicosa, che la democrazia dovrà denunciare e combattere, con ogni mezzo e con ogni risorsa.
Sia dialogo, non monologo
“I media non ve lo dicono”: il perché di una stupidaggine
La frase “i media non ve lo dicono” , punta di lancia del propagandismo dietrologista, è quanto di più irrazionale possa essere concepito in riferimento alla comunicazione. Questo perché un giornalista (soprattutto il freelance) ed una testata (sopratutto se lontana dal governo di turno) vivono di “notiziabilità”, ovvero di tutto quello che può generare una ricaduta positiva in termini economici, professionali e di visibilità.
Perché Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non sono due “mercenari”.Geopolitica e sostanza della forma.
Semplicistica al pari della definizione di “eroi”, è senza tema di smentita quella di “mercenari” , in riferimento ai Marò al centro della crisi diplomatica tra Roma e Nuova Dehli iniziata nel febbraio del 2012 con l’uccisione di due pescatori al largo della costa del Kerala (India occidentale).
Se, infatti, è vero che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non stavano proteggendo direttamente il nostro Paese da un invasore straniero, è altrettanto vero che, scortando una petroliera battente bandiera italiana (l’Enrica Lexie) in acque rese pericolose dalla pirateria, il loro ruolo era di difesa del nostro “soft power”, ovvero quel segmento vitale per un Paese (e specialmente per noi, limitati nel ricorso all’ “hard power) e concernente, anche, l’economia, il commercio e , dunque, il prestigio di un attore sulla scena internazionale. Da non dimenticare, inoltre, come lo Stato tragga un’importante fonte di guadagno da operazioni di assistenza ai privati come quella in oggetto.
Caso estremamente complesso e delicato, la crisi italo-indiana richiederà, da una parte e dall’altra, l’abbandono dell’elemento ideologico come passo necessario e basilare per una sua lettura serena, matura e consapevole.
Nda: Cerniera di collegamento tra gli interessi interni e le vicende esterne, anche la forza militare (l”hard power”). Per una “middle power” e “regional power” con e l’Italia, membro G-8 e G-20, si rendono necessari, dunque, anche passi quali l’acquisto degli F-35
