“I media non ve lo dicono”: il perché di una stupidaggine

La frase “i media non ve lo dicono” , punta di lancia del propagandismo dietrologista, è quanto di più irrazionale possa essere concepito in riferimento alla comunicazione. Questo perché un giornalista (soprattutto il freelance) ed una testata (sopratutto se lontana dal governo di turno) vivono di “notiziabilità”, ovvero di tutto quello che può generare una ricaduta positiva in termini economici, professionali e di visibilità.

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L’ ansia da informazione: un rischio per e nel nostro Paese.

Secondo lo studioso americano Saul Wurman, l’eccesso quantitativo di informazioni mediatiche può dare origine ad un fenomeno, potenzialmente molto insidioso, detto “information anxiety” (ansia da informazione).

Bombardato da imput di ogni genere, il cittadino rischierà, secondo Wurman, di perdere il suo senso dell’orientamento cognitivo, ancor più se questi imput saranno di carattere sensazionalistico-allarmistico. Tra le nazioni maggiormente esposte all’ “information anxiety”, per il massmediologo Mauro De Vincentiis, l’Italia, Paese in stato perenne di emergenza emotiva ( a confermarlo, la capacità di sedimentazione di “fattoidi”* quali il “brain drain”, l’ “emergenza” suicidi, l’ “emergenza” criminalità, l’ “emergenza” immigrazione, ecc).

*nel gergo della comunicazione, il “fattoide” è un non-fatto, una “bufala” o ud una bufala parziale creata e manipolata ad arte da chi fa informazione.

“Gaza, oltre 300 sopravvissuti alla Shoah contro Israele”.Anzi, no. Anzi, si. Anzi, forse.Astuzie e distorsioni

Secondo numerose ed autorevoli fonti giornalistiche, nazionali come internazionali, oltre 300 sopravvissuti alla Shoah avrebbero pubblicato una lettera a pagamento sul New York Times per condannare “il massacro di palestinesi a Gaza” e, contestualmente, gli USA e l’Occidente per il loro appoggio a Tel Aviv.

Un gesto carico di significato, dunque, dal momento in cui la critica ad Israele arriverebbe, questa volta, dal suo interno e, per di più, dai reduci della più grande tragedia abbattutasi sul popolo ebraico nella sua storia conosciuta.

Il ricorso al “fact checking”, tuttavia, farà emergere e consentirà di evidenziare alcune manipolazioni e distorsioni della notizia tese ad alterarne la sostanza, insieme alla forma, a scopo propagandistico.

Non soltanto, infatti, i sottoscrittori non sono 300 bensì 226, ma, cosa più importante, soltanto 32 sono “survivors” ( persone nate prima del genocidio nazista e che vi hanno assistito, sopravvivendogli) e la stragrande maggioranza di loro vive e risiede lontano da Israele, non a diretto contato con il conflitto in corso con l’elemento arabo-musulmano, oggi come dal 1948.

Abbiamo assistito e stiamo assistendo, dunque, ad un caso di propaganda “grigia” (parzialmente falsa), elaborata allo scopo di “caricare” la componente emotivo-emozionale della lettera così da aumentarne la forza d’impatto sulla pubblica opinione

Le mille insidie del “fate girare”. Ma non solo.

La pericolosità sociale del “bufalismo” internetico non risiede soltanto nella sua capacità e potenzialità diffusiva ma anche nel credito di cui le varie “fonti” ed i vari canali sono ammantati ed ammantabili. Un esempio: può, l’ignorante in campo medico, aprire un sito di informazione alimentare e riempirlo con una collezione di assurdità ed infondatezze cliniche e scientifiche d’ogni genere e tipologia. Nessuno glielo vieta. Un titolo malizioso ed ostentante professionalità (buonasalute. net, ad esempio) potrà facilmente confondere il lettore, suggerendogli un’idea di competenza e capacità nel settore che i responsabili della sciagurata piattaforma sono però lungi dal detenere.

“Fact checking” (verifica dei fatti), “Gatekeeping” (selezione dei fatti/notizie), “Discovery” (ricerca degli elementi per la costruzione dell’articolo) e le celebri “5W”, sono e rimangono il baluardo più valido contro la capziosità del propagandista. E dell’ignorante.

I nuovi tempi della comunicazione

“Cialente(primo cittadino de L’Aquila ndr) apre la crisi su Facebook”, titola una testata on line aquilana. Giornalismo e politica stanno circadianamente mutando, per mezzo ed effetto della rete. La rivoluzione è della stessa portata di quella impressa, nel XIX secolo, dall’invenzione del telegrafo, dalla “penny press”,dai virtuosismi grafici di Joseph Pulizer e dal rigorismo scientifico di Walter Lippman. Nuove traiettorie comunicative irrompono nella grammatica e nella prassi mediatica, spaesando, sicuramente, chi è ancorato al consueto, ma tracciando nuovi orizzonti per l’interscambio cognitivo e culturale e, soprattutto, confezionando un nuovo abito per chi è chiamato a gestire la res publica.

Pensiamo ai “tweet” del nuovo presidente iraniano. Avremmo mai potuto immaginarlo, ai tempi di Khomeini?

Obama e la Siria: quando le difficoltà arrivano da lontano

La Guerra di Secessione americana non rappresentò soltanto un evento di incalcolabile importanza sul piano politico, geopolitico e militare ma segnò anche (contestualmente all’invenzione del telegrafo) la nascita del giornalismo moderno occidentale. Le cause del fenomeno furono, in misura prevalente, tre

; le “Five Ws” (Chi, Che cosa, Come, Dove, Quando e Perché) furono introdotte da allora, “in modo da garantire che la maggior quantità possibile di notizie fosse trasmessa nel caso un filo del telegrafo si rompesse o fosse manomesso dagli indiani, dal maltempo o dai passeri” (Richard Reeves).

; il conflitto dette vita ad un mercato nazionale delle news. La gente, prima di allora interessata più che altro alle notizie di carattere locale, adesso voleva ottenere informazioni sull’andamento della guerra. I giornali, per esempio, iniziarono a pubblicare le liste di caduti e feriti e questo fece nascere un legame molto stretto tra stampa e cittadino.

; la guerra mise in luce la spaccatura tra informazione e potere. I giornali del Nord democratico e liberale non si peritavano di pubblicare notizie invise a Washington, che reagì con la chiusura di numerose redazioni. Nonostante questo, la libertà di informazione non potè essere né contenuta né imbrigliata.

Quest’ultimo punto delinea una chiave di lettura di grande importanza anche per quel che concerne il difficilissimo rapporto tra potere e pubblica opinione (americana ed internazionale) in merito all’affaire siriano. Oggi è infatti la rete ad aver preso il posto che nel quadriennio 1861-65 fu della stampa; la sua diffusione capillare e gli strumenti di interscambio ad essa accessori (social network, blog, canali video, forum , videofonini, tablet, ecc) consentono alle persone un rimpallo diretto, continuo ed inarrestabile, di news e dati, rendendo molto più arduo e complicato, per il “sistema” ed il circuito mediatico ad esso “embedded”, l’opera di filtraggio e persuasione propagandistica portata avanti con successo dall’epoca della Sidle Commission (1983)  ad oggi. A ciò dobbiamo sommare il tracollo, in termini di credibilità (e quindi di libertà di manovra), subito dagli USA e dai loro principali alleati dopo l’esperienza dell’asse Bush-Blair-Sharon. E’ attraverso queste nuove coordinate che possiamo pertanto codificare, leggere e comprendere i mutamenti che stanno avvenendo negli equilibri sociali e psicologici tra cittadino e “stanze dei bottoni”. Ps:Per il Pentagono e i suoi cani da guaria mediatici (Fox, ABC, Times, ecc) sarà difficile far passare una guerra imperialista voluta da Israele, Arabia Saudita e Qatar come l’ennesima operazione salvifico-umanitaria..