“Shutdown”

Benchè fanaticamente ancorati al principio della “responsabilità personale”, retaggio del loro dispositivo culturale protestante, gli Stati Uniti hanno sempre salutato con favore le iniziative di appoggio allo stato sociale minimo (i “Medicare” e “Medicaid” johnsoniani ed il “Social Security Act” rooseveltiano). Portare il Paese allo “Shutdown” ed al conseguente rischio default per mettere la corda al collo alla riforma sanitaria solidarista obamiana (“Obamacare”) non costituisce soltanto un crimine contro il (nutrito) segmento dei più deboli e fragili ma si configura come un atto, inedito, di irresponsabilità che condannerà il Tea Party e l’ala più oltranzista del GOP davanti al tribunale della Storia. Ovunque vi sia pregiudizio ideologico, non può e non potrà mai esserci amore per la cosa pubblica.

I cittadini statunitensi stanno vivendo e conoscendo un imbarazzo che è nulla rispetto al nostro per il teatrino berlusconiano

Obama e la Siria: quando le difficoltà arrivano da lontano

La Guerra di Secessione americana non rappresentò soltanto un evento di incalcolabile importanza sul piano politico, geopolitico e militare ma segnò anche (contestualmente all’invenzione del telegrafo) la nascita del giornalismo moderno occidentale. Le cause del fenomeno furono, in misura prevalente, tre

; le “Five Ws” (Chi, Che cosa, Come, Dove, Quando e Perché) furono introdotte da allora, “in modo da garantire che la maggior quantità possibile di notizie fosse trasmessa nel caso un filo del telegrafo si rompesse o fosse manomesso dagli indiani, dal maltempo o dai passeri” (Richard Reeves).

; il conflitto dette vita ad un mercato nazionale delle news. La gente, prima di allora interessata più che altro alle notizie di carattere locale, adesso voleva ottenere informazioni sull’andamento della guerra. I giornali, per esempio, iniziarono a pubblicare le liste di caduti e feriti e questo fece nascere un legame molto stretto tra stampa e cittadino.

; la guerra mise in luce la spaccatura tra informazione e potere. I giornali del Nord democratico e liberale non si peritavano di pubblicare notizie invise a Washington, che reagì con la chiusura di numerose redazioni. Nonostante questo, la libertà di informazione non potè essere né contenuta né imbrigliata.

Quest’ultimo punto delinea una chiave di lettura di grande importanza anche per quel che concerne il difficilissimo rapporto tra potere e pubblica opinione (americana ed internazionale) in merito all’affaire siriano. Oggi è infatti la rete ad aver preso il posto che nel quadriennio 1861-65 fu della stampa; la sua diffusione capillare e gli strumenti di interscambio ad essa accessori (social network, blog, canali video, forum , videofonini, tablet, ecc) consentono alle persone un rimpallo diretto, continuo ed inarrestabile, di news e dati, rendendo molto più arduo e complicato, per il “sistema” ed il circuito mediatico ad esso “embedded”, l’opera di filtraggio e persuasione propagandistica portata avanti con successo dall’epoca della Sidle Commission (1983)  ad oggi. A ciò dobbiamo sommare il tracollo, in termini di credibilità (e quindi di libertà di manovra), subito dagli USA e dai loro principali alleati dopo l’esperienza dell’asse Bush-Blair-Sharon. E’ attraverso queste nuove coordinate che possiamo pertanto codificare, leggere e comprendere i mutamenti che stanno avvenendo negli equilibri sociali e psicologici tra cittadino e “stanze dei bottoni”. Ps:Per il Pentagono e i suoi cani da guaria mediatici (Fox, ABC, Times, ecc) sarà difficile far passare una guerra imperialista voluta da Israele, Arabia Saudita e Qatar come l’ennesima operazione salvifico-umanitaria..

Chi ha paura dello shock economico?

Il fatto che il capo di una potente PR alluda, in modo sibillinamente vaticinatorio, alla Teoria dello Shock Economico, è motivo di un ampio e variegato ventaglio di inquietanti interrogativi.

; il potere di manipolazione e coercizione mentale delle PR. La Ruder Finn e la Hill e Knowlton furono tra i più grandi catalizzatori di consenso verso le iniziative politico militari statunitensi in Irak, Afghanistan, Serbia e, più in generale, ogni opzione bellica di Washington è sempre stata affiancata, da Woodrow Wilson in poi, da un corposo e robusto lavoro di preparazione da parte di questo tipo di agenzie.

; il personaggio in questione è un imprenditore, quindi legato alle leve di comando dell’economia di mercato

; il personaggio in questione è legato, politicamente ed economicamente, ad un altro imprenditore, dichiaratamente atlantista

; il soggetto politico di cui il personaggio in questione è cofondatore ha incontrato, da subito, il sostegno delle autorità statunitensi (l’ambasciatore Spogli) e la prima performance pubblica dei portavoce della suddetta compagine politica è stata un’audizione proprio all’ambasciata statunitense

; la Teoria dello Shock Economico è stata l’ apripista ed il grimaldello per l’estensione dell’influenza USA-NATO in vaste aree del pianeta (in particolare Sud America ed Est Europa)

Quanto sviluppato da Stanley Milgram potrebbe offrire una chiave di decodificazione importante a tal proposito, benché l’esegesi della grammatica politica alla base di una simile sortita non sia cosa facile ed agevole. Almeno al momento.

L’Iran si riarma: di armi di distrazioni di massa

Secondo il rapporto “If All Else Fails: The Challenges of Containing a Nuclear-Armed Iran” sul nucleare iraniano, gli USA dovrebbero predisporre ed attuare tutte le misure possibili, non esclusa (sottinteso con il cripticismo retorico più pruriginoso ed ipocrita), l’opzione militare, onde evitare che Teheran riesca a dotarsi di un proprio arsenale non convenzionale. Non è un caso che allarmismi di questo genere tornino prepotentemente alla ribalta con l’acuirsi della crisi siriana, che vede Washington e Tel Aviv (la leva del potere all’interno del Congresso statunitense) opposti alla Russia e, appunto, all’Iran, in un braccio di ferro continuo e costante che sembra non conoscere fine né sosta. Ferma restando la doverosa ed imprescindibile condanna nei confronti del teofascismo islamico, barbaro e liberticida, che da decenni ammorba ed affossa l’ex popolo persiano, la vicenda ci rivela e dimostra, ancora una volta, la potenza delle piattaforme propagandistiche occidentali e , nel caso di specie, della propaganda politica “di guerra”. Essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti due terzine:

A: Ricorso alla paura e l’identificazione del nemico
1: Demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco

B: Bontà delle nostre guerre
1: Soccorrere una nazione o un popolo
2: Giusta causa
3: Estendere la democrazia

Il tutto, corroborato da un circuito di cronisti “embedded” che, viaggiando con le truppe in caso di guerra o attingendo le loro informazioni dai comunicati ufficiali degli organi governativi ed intergovernativi, smarriscono lo spirito critico e la funzione di scavo alla base (in linea teorica) della loro funzione professionale (gli “embedded ” nacquero dopo la disastrosa esperienza mediatica del Vietnam e di Grenada, per mezzo della Siddle Commision). Tutti ricorderemo le immagini, imbarazzanti, di Colin Powell all’ONU, che brandendo una bottiglietta con acqua e sale, voleva fornire al pianeta le prove dell’esistenza dell’arsenale nucleare e chimico-batteriologico di Saddam Hussein; la vicenda può apparire grottesca, ma, all’epoca, stampa e poteri politici riuscirono a convincere la porzione più rilevante dell’opinione pubblica occidentale del fatto che Baghdad rappresentasse un pericolo reale e imminente. Per non parlare delle accuse di genocidio confezionate contro la Jugoslavia di Milosevic per quel che concerne ii casi della “Strage del pane”, della “Strage di Racak” o della “Strage del mercato”, episodi in cui la PR Ruder Finn (al servizio di Zagabria dopo aver offerto il proprio sostegno a Belgrado) riuscì a far ricadere la colpa sui serbi, ma in realtà responsabilità dei croati. Solo un lavoro, personale, di deologizzazione e di ricerca della terzietà delle fonti, può sottrarci all’opera di coercizione mentale attuata da coloro i quali una certa retorica di maniera definirebbe “poteri forti”. Paradossalmente,pero’, fu la politica carteriana di non ingerenza negli affari esteri dei paesi stranieri (vedi gli accordi con Torrijos sulla gestione del Canale di Panama) a consegnare l’Iran allo spietato regime teocratico; o meglio, a farlo transitare da un regime dittatoriale all’altro. Tale politica di Carter si può configurare come l’antesignana della “Dottrina Sinatra” di memoria sovietica..

Hollande, Snowden, Morales e la grandeur zoppa

L’appiattimento di François Hollande alle direttive di Washington sull’affaire Snowden-Morales (un attacco di pirateria di inaudita gravità perpetrato ai danni di un capo di Stato) dimostra come anche le socialdemocrazie più avanzate non sfuggano e non possano sfuggire alle logiche colonialistiche volute e tessute dal potente alleato d’oltreoceano. Ma c’è di più: la Francia, in quanto potenza vincitrice della II Guerra mondiale (seppur solamente sulla carta) potrebbe, de iure e de facto, disporre di una libertà di manovra negata ad Italia, Germania e Giappone ( a tutti gli effetti Paesi satellite degli USA), ma evidentemente la “Dottrina Breznev” non solo è ancora viva ad ovest dell’Elba, ma si presenta molto più solida e tentacolare di quanto non si creda. Il disastro dell’ottennato Bush, il rafforzamento economico-militare di Mosca e l’acquisto da parte di Pechino del debito pubblico americano, hanno comunque limitato pesantemente la potenza di fuoco degli USA, e stavolta non sarà sufficiente corrompere una truppa di camionisti per rovesciare un governo, quello di Morales (socialdemocratico, bolivariano e guevarista ma non marxista-leninista) voluto dal popolo sovrano.

Il grande bluff: la storia la fanno gli storici,non i vincitori

Tra i bastioni di una certa mitologia banalizzante la storia e la storiografia, se ne segnala uno in particolare, per inconsistenza logica e capziosità ideologica. Si tratta di un refrain tradizionalmente in uso (e in abuso) in via prevalente presso quelle comunità che hanno perduto una scommessa con le dinamiche materialistiche, un martellamento mantrico tanto chiassoso quanto fragile, contraddittoria e complessa è la posizione cui deve ergersi a difesa. Questa formula, un ibrido tra la provocazione e l’alibi, è la seguente: “la storia è scritta dai vincitori”. Ho parlato di inconsistenza logica per due motivi: 1) tutti possono scrivere e pubblicare un testo storiografico, anche attraverso canali importanti. Prendiamo Pansa o i revisionisti risorgimentali; costoro lamentano (o rivendicano?) il ruolo dei vessilliferi dei vinti (se non dei vinti stessi), con tutto il carico di marginalizzazione che questo “status” dovrebbe comportare, però trovano ampio spazio nei più importanti canali editoriali, sui media, sui giornali, ecc. 2) La storia è un insieme di fatti realmente accaduti e per questo immutabili, e la storiografia si pone, secondo la traccia tucididea, come loro ricerca, catalogazione ed analisi dinamica. Lo storico può offrire la propria lettura dell’evento, ma non può occultarlo o sabotarlo. In caso contrario, ci troveremo dinanzi al propagandismo, bianco, nero o grigio che sia, ma che è e rimane cosa ben diversa dal rigore scientifico del vaglio storiografico. Ancora un esempio: la saggistica accademica ci offre un vasto e variegato ventaglio sulle cause dello sfaldamento del cosiddetto “Impero Sovietico”; chi lo imputa (pochi osservatori e prevalentemente di nazionalità italiana o polacca) al ruolo di Giovanni Paolo II e del Vaticano, chi all’azione riformatrice di Michail Gorbačëv e del gruppo degli economisti yeltsiniani, chi, ancora, al gioco al rialzo di Ronald Reagan sugli armamenti, che avrebbe costretto l’URSS a depauperare le sue già fragili casse per non perdere terreno rispetto agli USA, chi alla balcanizzazione etnica dell’URSS e di alcuni Paesi d’oltre cortina, l’ “Impero esterno” (balcanizzazione che avrebbe svolto un ruolo centrifugo e disgregante), chi alla scarsità dei beni di consumo rispetto al comparto capitalistico (i piani quinquennali predilessero sempre lo sviluppo dell’industria pesante) e così via. Ognuna di queste teorie trova spazio nella piattaforma interpretativa di studiosi di provato credito quali Aganbedjain, Dibb, Gaddis, Brzezinski, Guerra, Skidelskty, ecc. Ci sono, però, una serie di dati incontrovertibili, cui nessun lavoro di scavo, sincronico o diacronico, può sfuggire:

1: Il Blocco non era retto da formule istituzionali democratiche

2: Il “gap” economico con l’occidente

3: Le spinte centrifughe delle comunità nazionali sovietiche e delle democrazie popolari europee.

Nessuno, quindi, può negare o espellere dal proprio ragionamento una serie di parametri fattuali tanto definiti e lineari, pena la trasformazione della storiografia in propaganda di tipo “politico”. P.S: Chi scrive è un estimatore delle democrazie popolari e della loro esperienza, ma ciò non mi ha impedito di imbastire una tesi sfrondata dai miei condizionamenti ideologici e personali.

La minaccia (televisiva) sovietica

Pensare che Berlusconi e la destra siano riusciti e riescano a catalizzare buona parte del proprio consenso politico-elettorale brandendo la minaccia comunista, la dice lunga sull’immaturità di una porzione dell’elettorato italiano e sulla capacità di manipolazione, sociale e mentale, del dispositivo mediatico-televisivo. Già nei momenti più bui dello stalinismo e della prima Guerra Fredda, il “pericolo” di una presa del potere nel nostro Paese da parte del PCI era infatti assolutamente fuori discussione, e per ordine proprio del Cremlino; dopo gli accordi di Jalta, Stalin, proverbialmente ossessionato dalla tutela della sicurezza sovietica (secondo alcuni storici, il cosiddetto “impero esterno”, ovvero i paesi del blocco orientale, non sarebbe stato il frutto di una strategia espansionistica quanto di contenimento) convocò sia Togliatti che Thorez (leader del Partito Comunista Francese, altro totem del comunismo occidentale) per comunicare loro che mai l’URSS avrebbe appoggiato un tentativo di colpo di stato marxista, perché questo avrebbe condotto ad un’alterazione degli equilibri con gli USA, allora unica potenza nucleare. Ancora nel 1990, l’allora capo del KGB Vladimir A.Krjuckov ebbe a dire al capo del SISMI italiano Fulvio Martini, in visita a Mosca: “Noi sovietici siamo i più ligi e scrupolosi nell’applicare gli accordi del 1943. Ci ha fatto comodo un PCI forte, ma entro una certa misura. Non avremmo potuto tollerare che il PCI, anche con mezzi democratici, si fosse avvicinato troppo al potere. Gli Americani avrebbero potuto accusarci di non rispettare i patti, decidendo così di intervenire maggiormente nella nostra fascia di sicurezza”. D’altro canto, la Svolta di Salerno e i governi di solidarietà nazionale con le forze liberali costituiscono la prova materiale e provante di questa traiettoria strategica. Lo stesso Che Guevara ebbe molti problemi con Mosca negli anni ’60, proprio a causa dei suoi tentativi di dare vita alla “rivoluzione permanente” estendendola al di fuori dell’assetto perimetrale jaltiano. Il boicottaggio delle sue spedizioni in Congo e Bolivia da parte dei sovietici ne sono la dimostrazione (il Primo Ministro sovietico Aleksej Kosgyin minacciò Castro di ridurre drasticamente le forniture di petrolio a Cuba, se lui e Guevara non avessero abortito le loro velleità rivoluzionarie in America Latina). Tali acquisizioni contribuiscono a consegnarci una lettura ben diversa degli anni della Guerra Fredda e delle dinamiche dualistiche che la caratterizzarono, conducendo l’osservatore ad un ripensamento sul ruolo sovietico e ad un’analisi più equilibrata del fenomeno e dell’epifenomeno, sfrondata dagli irriducibili pregiudizi ideologici antisocialisti. La contrapposizione “buono” contro “cattivo” non ha diritto di cittadinanza nell’analisi storiografica…

Islam e violenza: dove sbaglia la sinistra

Tra le (molte) cause del declino (temporaneo?) della porzione più radicale della sinistra nazionale, figura senza dubbio la brusca “sterzata” a favore delle teocrazie islamiche. Questo atteggiamento è frutto di una strategia che, per quanto stolida, antistorica e sucida, risponde ad un criterio molto preciso e definito: nell’attuale segmento temporale, i regimi della Mezzaluna vivono infatti una forte contrapposizione con l’Occidente, gli USA e la NATO (dopo la contiguità con il Nazi-Fascismo nella prima parte del secolo scorso), di conseguenza vengono percepiti come alleati in una causa comune, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un simile , sconclusionato “modus cogitandi atque operandi”, ha lasciato e lascia preda dello smarrimento e della costernazione i marxisti più ortodossi ( e non solo); nelle teocrazie di stampo islamico, infatti e ad esempio, i partiti comunisti sono vietati, i comunisti perseguitati e l’ architettura ideologica, sociale, culturale ed istituzionale di quei paesi contrasta in modo stridente con i principi base dell’ideologo di Treviri (in questo caso il materialismo storico) e con il portato del movimento comunista internazionale 900esco (in questo caso la parità di genere). Nella DDR (il Paese socialista che forse più di ogni altro seppe avvicinarsi al Comunismo, almeno dal 1924), venivano incoraggiati il nudismo, i rapporti prematrimoniali, quelli adolescenziali e l’aborto non aveva vincoli di alcun genere, proprio nel tentativo di far crollare i tabu arcaici e borghesi che ingabbiavano la figura femminile, impedendone la totale e piena emancipazione (si legga il sociologo tedesco-orientale Kurt Starke e lo si confronti con il sovietico T.S. Atarov). Cose ben lontane da burka, frustate ed infibulazione. “Ogni cuoca deve imparare a governare lo stato” – Vladimir Il’ič Ul’janov.

Il nemico-amico.

La costruzione del mito del “nemico comune” viene generalmente associata alla propaganda di tipo bellico (in tempi recenti, gli USA ne hanno offerto esempi paradigmatici in occasione delle operazioni in Iraq ed Afghanistan), ma si tratta di un errore di lettura, valutazione ed interpretazione decisamente ingenuo e grossolano, seppur comprensibile per i non “addetti ai lavori” (stampa, sociologi, politologi, storici, massmediologi). Tale strategia, infatti, costituisce una delle punte di lancia nell’arsenale di qualsiasi propagandista, sviluppandosi attraverso direttrici-base che possono essere riassunte nella seguente terzina:

; assegnazione di un ruolo. Attraverso la creazione del “nemico comune”, il beneficiario dell’azione propagandistica viene investito di un ruolo, positivo, di barriera ed argine ai mali causati dal nemico. Se suddetto “nemico” verrà presentato con una molteplicità di volti ed aspetti (stampa, avversari politici, analisti, intellettuali, internauti, ecc), allora il risultato sarà ancor più soddisfacente (se tutti ce l’hanno con noi, vuol dire che combattiamo per una causa giusta).

; il fattore “nicchia”. Se il nostro nemico (o i nostri nemici) rappresentano una forza numerosa, l’essere minoranza fa sentire parte di una “élite”, di un circolo esclusivo e ristretto di persone “illuminate”, uniche e sole custodi delle coordinate giuste per risolvere il male collettivo. P.s: altra cosa è la “sindrome da accerchiamento” tipica dei circuiti più estremi della Destra, retaggio e conseguenza del bagaglio eroistico-superomistico di stampo nietzscheano-evoliano alla base della loro esperienza culturale ed ideologica.

; catalizzazione delle energie e del consenso. Se individua un soggetto-bersaglio che metta in pericolo ed in allarme la nostra comunità, (politica, culturale, virtuale, sociale che sia), si ottiene un “collante”, un polo di attrazione per forze ed adesioni che, altrimenti, potrebbero rischiare la frammentazione e la dispersione.

A questo va però aggiunta una distinzione, tra la ricerca del “nemico comune” in tempo di guerra ed in tempo di pace. Se nel primo caso, tale soluzione è a termine, finalizzata e propedeutica alla distruzione dell’avversario che si combatte, in tempo di pace può non avere termine e scadenza, con il rischio di scivolare, alla lunga, nella prevedibilità e nella scontatezza, per poi disinnescarsi.

Le strategie di Kim Jong-Un e il fantasma di Boris Yeltsin

La strategia messa in campo negli ultimi giorni da Kim Jong-Un attraverso il poderoso ricorso alla retorica bellicosa si muove e si snoda, essenzialmente, sulla linea di tre direttrici:
-la ricerca di una legittimazione interna per la sua leadereship giovane ed ancora instabile;
-l’esigenza di accattivarsi la potente casta delle forze armate,
-il bisogno, assoluto ed imprescindibile, di contrattare aiuti per un’economia stremata che allo stato attuale ruota intorno allo spaccio su larga scala di sostanze stupefacenti (i pusher in molti casi sono addirittura gli stessi diplomatici).
In questo, il giovane Kim ricorda Boris Yeltsin, costretto a mostrare muscoli che era ben lungi dal possedere (e l’Occidente lo sapeva, tanto da permettersi di affondargli il Kursk ed attaccare la Serbia) per legittimarsi di fronte ad un popolo sfiduciato, ad un esercito frustrato dai tagli ed ottenere le iniezioni economiche di cui le casse russe, devastate da 75 anni di comunismo, necessitavano come di ossigeno. Non dobbiamo però dimenticare che la Corea del Nord, pur essendo “soltanto” uno “junior nuclear State” (dispone di 8 ordigni di potenza inferiore a quelli sganciati sul Giappone imperiale), contrariamente alla Russia di “Corvo Bianco” è un Paese del tutto cristallizzato (e cristallizzante), impermeabile e capitanato da un soggetto il cui reale equilibrio umano e politico deve ancora essere testato. Per questo, nonostante i “secret agreement” allo studio e al vaglio delle diplomazie, la crisi non va presa sottogamba.