Se l’unica propaganda “giusta” è quella degli altri (russi e cinesi)

Il movimento d’opinione occidentale che guarda a Mosca, o comunque critico verso il blocco atlantico, pone molto l’accento sulla propaganda occidentale, sulla sua pervasività e sui suoi aspetti più discutibili. Costoro sembrano tuttavia dimenticare come anche la Russia, i suoi canali di appoggio e i suoi alleati vi facciano ricorso, e in modo ancor più massiccio ed opaco potendo contare su margini di manovra assai più ampi. In Occidente, e questo è innegabile, esistono infatti un pluralismo ed un contraddittorio impensabili in Russia oppure in Cina. Un simile doppiopesismo distopico è un effetto, l’ennesimo, della polarizzazione, del predominio dell’elemento ideologico (emotivo) su quello razionale.

I rossobruni: le mani libere della nuova Russia

Pur non prescindendo mai dalle esigenze della realpolitik e della raison d’état, fino al 1992 Mosca era comunque limitata, nel suo approccio strategico alla politica estera, dalla componente ideologica.

Oggi può invece muoversi in assoluta libertà e con assoluto pragmatismo, avvicinando, sostenendo e finanziando in linea teorica chiunque e qualsiasi tipo di progetto, purché funzionali agli interessi del Paese e del Kremlino.

L’innaturale “alleanza” tra destre e sinistre “radicali”, visibile nella questione ucraina ma non solo , è anche una conseguenza diretta di questo nuovo stato di cose, di questa nuova e aggiornata scelta di indirizzo.

Cosa dimentica il revanscismo russo: il caso DDR

Il 26 aprile 1989 si svolse un incontro sulla situazione dell DDR tra il diplomatico tedesco-orientale Bruno Mahlow e il capo settore del Dipartimento IV (Relazioni internazionali) del Comito centrale del PCUS Koptelcev. Pur raccomandando cautela, Koptelcev fece notare a Mahlow come la questione nazionale nella Germania Est non fosse mai stata risolta, a dispetto di quanto sostenuto dai suoi dirigenti, anche per il potere di attrazione che la superiorità economica della RFT esercitava sulla gente al di là del Muro. Koptelcev rincarò la dose: “Che la questione nazionale nella DDR sia ancora irrisolta è dimostrato dalla dichiarazione del compagno Honecker, secondo cui la questione dell’unità tedesca sarebbe completamente diversa, se si considera una possible vittoria del socialismo nella Repubblica federale. Al momento, tuttavia, un tale sviluppo non sembrerebbe all’orizzonte”.

A dispetto delle teorie di un certo revanscismo russo, secondo cui la riunificazione tedesca sarebbe stata un sopruso, addirittura illegale (si pensi alle recenti dichiarazioni a riguardo del ministro Lavrov), come possiamo vedere il destino della “Prussia rossa” era già stato deciso, e da Mosca, ben prima del 9 novembre/22 dicembre 1989 e del 3 ottobre 1990.

Fu la Russia, è bene ricordarlo, a volere l’autodeterminazione dei paesi satellite (Dottrina Sinatra) e delle repubbliche sovietiche (cosa che evitò uno scenario di tipo jugoslavo , ma ben più grave), innanzitutto perché ormai incapace di sostenere gli enormi costi di gestione di un apparato giunto ad una crisi ritenuta irreversibile.

Nota: Paradossalmente furono proprio le leadership dei paesi satellite e parte della loro opinione pubblica ad opporsi alla Dottrina Sinatra ed alle sue conseguenze. Già negli anni ’50, subito dopo la morte di Stalin, alcuni settori della dirigenza sovietica avevano ipotizzato l’abbandono dell’impero cosiddetto “esterno” e di riformare radicalmente il socialismo (si pensi a Malenkov e Berija).

Bombe al confine polacco: la guerra è vicina?

Quando i media sottolineano con enfasi che la Russia ha colpito una base nemica a pochi km dal confine polacco, quando parlano di attacco alle porte dell’Europa e della NATO, quando un giornale come Repubblica scrive: “Ucraina, attacco a Ovest. Mosca porta la guerra al confine della Nato”, lo scopo è alzare il livello della tensione (per motivi politici o di marketing), sottoponendo l’opinione pubblica ad una pressione sempre maggiore, facendola addirittura pensare al rischio di una Terza Guerra Mondiale, all’olocausto termonucleare.

Si parte cioè da una notizia vera, e in questo caso di per sé poco rilevante (in guerra è logico e normale attaccare le basi nemiche, indipendentemente dalle loro coordinate), ma se ne altera, con destrezza, la forma. Un esempio di “mal-informazione”, purtroppo sperimentato nei due anni di pandemia-sindemia.

La “sindrome da accerchiamento”: un problema non solo russo

La “sindrome da accerchiamento”* tra i motivi dell’operazione in Ucraina non è una prerogativa, un vulnus, della sola mentalità russa. Anche nel mondo occidentale, a ben vedere, è presente, e per certi versi più forte e diffusa.

Raccontarsi come perennemente in declino, guardare ad ogni avanzamento dei BRICS come ad un insopportabile e pericolosissimo smacco ed una certa sopravvalutazione della Russia (in realtà surclassata su quasi ogni aspetto), lo dimostrano, e le nostre politiche proiettive (anche oltre il diritto internazionale) ne sono una conseguenza diretta.

Lo stesso allargamento della NATO ad Est, a dispetto delle rassicurazioni fornite nel 1990 a Gorbačëv, rientra in questa “sindrome da accerchiamento” occidentale, sebbene in questo caso sia/fosse in parte giustificata dalla storia russa e dalla presenza di aggressivi revanscismi pure nella Russia eltsiniana.

*Accusata da Mosca da Ovest come da Est. Si tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

La crisi ucraina e quel tifo da stadio (ancora) che non aiuta

Se è vero che l’Italia e l’Europa devono guardare ai loro interessi diretti, tra i quali la questione del gas e dell’energia, è altrettanto vero che non è pensabile accettare che l’imperialismo russo travolga l’ex massa sovietica, spingendosi magari fino al Danubio. E non lo è per ragioni etico-morali ma pure economico-strategiche, a differenza di quel che una certa propaganda filo-russa vorrebbe far credere. La realpolitik impone tuttavia anche l’ascolto delle richieste del Kremlino, dall’espansione della NATO ad Est alla tutela delle minoranze russofone oltreconfine, talvolta ignorate dall’Occidente e dai sui partner.

Crisi come quella ucraina sono, in sintesi, troppo complesse e delicate per un approccio ideologico e univoco, per il pregiudizio aprioristico. Caleidoscopi in cui i torti e le ragioni si fondono e confondono, ed è per questo che è necessario mantenere la razionalità del buonsenso.

L’Ucraina, il Memorandum di Budapest e le amnesie del Kremlino

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Tra gli argomenti utilizzati con maggior frequenza dal Kremlino e dal movimento d’opinione filo-russo nel nuovo braccio di ferro l’Ovest , una presunta violazione, da parte delle democrazie occidentali, di una accordo con Michail Gorbačëv che avrebbe impegnato la NATO a non allargarsi nell’Est Europa in cambio dell’assenso sovietico alla riunificazione tedesca (1990).

Tale accordo, oltre ad essere soltanto una promessa informale, sarebbe risultato inaccettabile ed irricevibile perché avrebbe violato e limitato la sovranità delle nuove democrazie sorte dopo il 1989-1992, che scelsero invece in modo libero e autonomo di aderire alla NATO ed alla UE, dopo mezzo secolo di controllo sovietico.

Se invece vi fu una violazione, questa è stata ad opera della Federazione Russia, che con il Memorandum di Budapest del 1994 si era formalmente impegnata (insieme ad USA, Francia, UK ed Ucraina) a rispettare e a far rispettare l’integrità territoriale di Kiev, in cambio della cessione del gigantesco arsenale termonucleare presente nell’ex repubblica sovietica.

Più nel dettaglio, il Memorandum obbligava i contraenti a:

– “Rispettare l’indipendenza e la sovranità e dei confini esistenti in Ucraina”;

– “Astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”;

– “Astenersi dalla coercizione economica che mira a subordinare ai propri interessi l’esercizio da parte dell’Ucraina dei diritti inerenti alla sua sovranità”;

– Fornire assistenza “se l’Ucraina dovesse essere vittima di un atto di aggressione od oggetto di una minaccia di aggressione con l’utilizzo di armi nucleari”.

Le occupazioni della Crimea e del Donbass sono dunque la prova solare dell’inadempimento russo agli impegni assunti nel 1994 in sede internazionale.

Va inoltre ricordato come il motivo della frattura e delle tensioni con l’Ucraina ( come con la quasi totalità delle altre comunità ex sovietiche), ovvero la condizione delle minoranze russofone, sia il risultato di una politica scellerata risalente agli anni del comunismo, quando Mosca, nel tentativo di indebolire le varie comunità etniche dell’URSS (e dunque le loro istanze separatiste, pur garantite dalla Costituzione), trasferì milioni di russi al di là dei confini della madrepatria, costringendoli ad una convivenza forzata con agli popoli dell’Unione.

 

Nota: Il Kremlino assegnava inoltre alle minoranze russe tutta una serie di privilegi (ad esempio quote standard nelle università, in cui l’acceso era già difficile perché garantito prevalentemente ai figli dei dirigenti politici) e imponeva la presenza di dirigenti russi nelle sedi locali del partito, elementi che contribuirono ad esacerbare i rapporti tra le varie nazionalità.

Lo Stretto di Hormuz, la partita più importante della Seconda Guerra Fredda

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Se per illustrare la crisi che coinvolse e sconvolse gli USA tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (offrendo un illusorio vantaggio all’URSS) la pubblicistica si è spesso soffermata su vicende quali il Watergate, la sconfitta militare in Vietnam, gli shock petroliferi del 1973 e 1979 (e sulle relative conseguenze sul dollaro), il golpe khomeinista e il fallimento dell’Operazione Eagle Claw*, la medesima attenzione non è mai stata rivolta alla guerra tra Iran ed Iraq (o “guerra imposta”) del 1980-1988, intesa come fattore di influenza ed interferenza nella vita politica ed economica di Washington e dei suoi alleati.

Il conflitto rischiò infatti di avere tra le sue conseguenze la definitiva e totale conquista, da parte dell’Iran (Stato divenuto nemico degli USA e filo-sovietico a seguito della rivoluzione islamica), dello Stretto di Hormuz, zona di transito del 60% del petrolio destinato al mondo occidentale.

Uno scenario che si presentava dunque apocalittico per americani ed europei, anche in considerazione delle ambizioni sovietiche (apertamente confessate da Breznev al dittatore somalo Siad Barre) di controllo del Golfo Persico e del Corno d’Africa, così da assicurare a Mosca un incintrastato dominio su energia e materie prime.

La Russia e il gas dalla parte della lama.La (scontata) rivincita ucraina.

Come previsto dalla maggior parte degli analisti (e da chi scrive, nel suo piccolo infinitesimale), l’arma del gas si sta ritorcendo contro la Russia.

Incapace di trovare mercati alternativi a quelli tradizionali, bypassabile da altri fornitori, con un’economia incentrata quasi esclusivamente sugli idrocarburi e indebolita dalle sanzioni, la Federazione non può più permettersi prove di forza con i suoi clienti, dipendente da loro molto più di quanto loro siano dipendenti da lei.

Dopo l’ostentazione muscolare in Crimea, ecco dunque Putin tornare sui propri passi, offrendo a Kiev il gas a prezzi scontatissimi.

La pacificazione delle zone russofone poste (in origine) sotto il controllo ucraino si fa di conseguenza sempre più urgente per Mosca, oggi più che mai bisognosa di buone relazioni con l’Occidente e con la comunità internazionale.

 

http://www.panorama.it/economia/ucraina-contro-russia-la-guerra-del-gas/

Berlusconi e l’amico Erdogan, Erdogan e l’amico Putin. L’etica dei gasdotti.

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Oggi percorso da uno scomposto sentimento anti-turco, il movimento d’opinione conservatore italiano sembra dimenticare come l’amicizia con Recep Tayyip Erdoğan sia stata uno dei punti fermi della politica estera, economica e geo-strategica di Silvio Berlusconi e dei suoi governi.

Questo, è bene sottolinearlo, contribuendo all’affossamento di progetti come il Nabucco*, il gasdotto voluto per ridimensionare la dipendenza energetica europea da Mosca, a vantaggio del South Stream, per adesso abbandonato ma concepito da Putin come asse portante della strategia energico-politica russa.

La Turchia è inoltre un partner fondamentale anche per il Kremlino, in ragione del suo ruolo di secondo cliente di Gazprom e di progetti come il Turkish Stream, una pipeline che, aggirando l’Ucraina (facendo di Ankara una hub per 63 miliardi di metri cubi di oro blu), toglierebbe molte castagne dal fuoco ai russi.

*da qui, il riferimento alla narrazione biblica