Giudizi ambivalenti su Putin

La politica rappresenta un palcoscenico privilegiato anche ed in special modo per l’osservazione e lo studio sociologico ed antropologico. Prendiamo il caso del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin; bollato per anni dai conservatori di casa nostra come pericoloso bolscevico di ritorno, è adesso dagli stessi innalzato agli altari della storia, oggetto di lodi ed agiografie, perché visto come contraltare rispetto al democratico (quindi erroneamente accostato alla sinistra italiana) e, soprattutto, “negro” Barack Obama. Attendiamo che al numero 1600 di Pennsylvania Avenue capiti nuovamente un “bianchissimo” repubblicano (magari “redneck”, come G.Bush Jr) e Putin tornerà ad essere un comunista divorator d’infanti, ruzzolando giù da quegli altari di cartone.

Nel medesimo “cul de sac”, si badi, naufraga la sinistra. Putin viene infatti considerato un omofobo ed un tiranno fino a quando non sfida Nato, USA e UE. Allora, è trasformato in una sorta di Simon Bolivar della steppa. Queste incongruenze sono il frutto tragicomico di una debolezza della cultura democratica e, prima di tutto, di una grande confusione ideologica.

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

“Affaire” Crimea.Le ragioni di Vladimir Putin

Abitata fin dal I millennio A.C dai Cimmeri e successivamente contesa, occupata e dominata da Greci, Romani, Tauri, Bizantini, Genovesi, Ottomani e Tatari, la Crimea passò nel XVII secolo in via definitiva sotto la sfera d’influenza russa, quando fu conquistata da Pietro il Grande che vi pose come suo luogotenente il principe Potëmkin , il quale dette vita ad una massiccia campagna di russificazione della penisola.

Proclamata repubblica autonoma all’interno dell’URSS, la Crimea fu donata nel 1954 da Nikita Sergeevič Chruščëv , ucraino, all’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, dando vita a quell’interminabile contesa tra russi ed ucraini tornata ad acuirsi in questi ultimi giorni. Etnicamente, culturalmente e storicamente appartenente a Mosca, i Russi maltollerarono vieppiù il “regalo” di Chruščëv a Kiev perché letto ed interpretato (a ragion veduta) come una violazione di quel principio di equidistanza ed imparzialità che il potere centrale avrebbe dovuto applicare, in nome del dettato leninano, nei confronti di tutti i segmenti etnici e statali dell’ Unione.

E’ opportuno e necessario che il disappunto verso il Presidente della Federazione Russa per la sua rigidità nei confronti della comunità LGBT o, ancora, verso il dissenso interno, non faccia prevalere la componente più emotiva e manichea nell’analisi della complessa situazione che caratterizza l’ “affaire” crimeo e, più in generale, i rapporti tra Mosca e Kiev. Se qualsiasi  tentativo militare diretto teso a riportare la Crimea entro i confini russi parrebbe senza tema di smentita censurabile ed inaccettabile, non vanno tuttavia derubricate le esigenze e le aspirazioni di un popolo che, a maggioranza, vuole tornare sotto la bandiera che riconosce come propria e che ne rappresenta la storia, la cultura e l’essenza

Sulla crisi ucraina

Ancestrale problema dei popoli dell’Est Europa (come di quelli baltici e della Finlandia), l’imperialismo russo, prima zarista, poi sovietico e adesso “putiniano”, è l’arché, lo snodo e la chiave di lettura della crisi che sta sconvolgendo l’Ucraina in questi ultimi giorni e mesi.

Terreno di caccia straniero, divisa e strattonata da e tra turchi, lituani, mongoli e polacchi fino al Trattato di Andrusovo che assegnava alla Russia zarista l’influenza sul Paese, l’Ucraina è stata da allora quasi ininterrottamente ammanettata a Mosca ed ai suoi disegni egemonici e strategici, siano essi di tipo economico come di tipo politico e militare. Insofferente al giogo russo e desideroso di spezzare le catene della sua ultramillenaria oppressione, il popolo ucraino cerca pertanto nell’ ombrello della UE e della NATO il mezzo per affrancarsi dall’invadenza del potente e scomodo confinante; benché sovente illogiche, pervasive ed invasive, le due grandi associazioni occidentali sono e rappresentano infatti l’unico sistema per consentire agli ucraini (ma non solo) di raggiungere la piena autogestione, creando tra Kiev e Mosca una barriera diplomatica e militare invalicabile per i russi e costringendoli a ripensare la loro intera politica nel versante Est del Vecchio Continente.

L’abbattimento della statua di Lenin a Fastiv non è, non deve e non dovrà essere letto quindi come un rigetto dell’ormai tramontato periodo comunista, bensì come il rifiuto di un simbolo russo (Vladimir Il’ič Ul’janov) e dell’ annessione sovietica del Paese (pace di Riga, 1921).

Bнимание, Mr.Obama. Beware

Nel 1999, ai tempi dell’iniziativa militare NATO nella ex Jugoslavia (senza autorizzazione ONU ma con un poderoso bombardamento mediatico delle PR “Ruder & Finn” e “Hill & Knowlton”), un contingente di 200 soldati russi decise di occupare l’aeroporto militare di Pristina, a seguito di un malinteso diplomatico con gli occidentali. Il comandante statunitense NATO Wesley Clark e il segretario generale dell’alleanza Javier Solana, ordinarono a quel punto di trasferire di prepotenza le loro truppe nella zona. La missione fu affidata alla futura rockstar britannica James Blunt, all’epoca ufficiale di leva, che però rifiutò la prova di forza con i russi, che nel frattempo avevano spianato carri armati e cannoni sulla pista di atterraggio. Il provvido gesto evitò un confronto termonucleare tra noi e Mosca, la quale, se attaccata a viso aperto e sotto agli occhi del mondo ( e del suo popolo), non avrebbe potuto esimersi da una risposta severa e decisa. Washington ed alleati avevano dato il via ai bombardamenti sulla Serbia perché confidanti nella debolezza di una Russia ancora frastornata dal crollo dell’impero sovietico, dipendente dalle iniezioni finanziarie degli ex rivali e capitanata da un personaggio a loro tradizionalmente vicino e contiguo (almeno dal 1987), ma ciò nonostante, l’imprevisto, l’inaspettato, il caso, avrebbero potuto stravolgere, repentinamente e fatalmente, le cose. Oggi come allora, il pericolo di un terzo conflitto mondiale viene da troppi preso sottogamba e minimizzato; se, infatti, è lapalissiano che l’olocausto termonucleare non rientra nelle convenienze di nessuno, è altresì vero (come l’ “Incidente di Pristina” sta a dimostrare), che frequentemente è l’equivoco a giocare e poter giocare un ruolo capitale e decisivo.