Appunti di spin doctoring Perché ti voto, perché non ti voto

(Di CatReporter79)

Sospesi sul confine tra politica e psicologia e oggetto di studi e ricerche interdisciplinari incapaci di dare una risposta univoca, i meccanismi alla base della scelta elettorale rispondono a criteri diversi e multiformi. A tal proposito, esperti di comunicazione e politologi li dividono in tre grandi paradigmi: approccio sociologico (Columbia approach), approccio psicologico (Michigan approach), approccio economico (Economic approach)

approccio sociologico: sarò orientato a votare per il partito/schieramento più vicino alla mia classe sociale, anche se questo non difenderà gli interessi di tale classe

approccio psicologico: sceglierò un partito/schieramento al quale mi sento legato “affettivamente”, perché votato già in precedenza dalla mia famiglia e/o dal mio gruppo sociale

approccio economico: opterò per il partito/schieramento che difende e rappresenta i miei interessi. E’ il voto più razionale, di fatto legato al tornaconto.

La contraddizione nell’approccio sociologico e le caratteristiche del voto psicologico aprono ad un ulteriore spunto di indagine: non sempre gli elettori scelgono il partito/schieramento che tutela i loro interessi. Anzi.

Appunti di spin doctoring L’importanza del primo passo

(Di CatReporter79)

Fase iniziale e fondamentale della campagna elettorale, l’annuncio della candidatura andrà studiato nei minimi dettagli, in modo da richiamare l’attenzione dell’elettore come dei media e, soprattutto, da imprimere il contenuto del messaggio nella mente del pubblico.

Decisiva sarà quindi la scelta del luogo in cui organizzare l’evento, mentre l’annuncio dovrà puntare sulla forma e non sulla sostanza, essere, cioè, conciso, incisivo, illustrare la biografia del candidato, la sua “mission” e toccare solo a grandi linee i punti del programma (o limitarsi alle tematiche più sentite dal cittadino) per non “appesantire” la presentazione.

Raccomandabile è il ricorso alla “big show strategy”, ossia l’acquisto di spazi pubblicitari nelle varie emittenti radio e tv e nelle testate che si occuperanno del nostro evento, al fine di amplificarne l’effetto.

ll “peccato originale” di Silvio Berlusconi

L’Italia che vide l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (1993-1994) era un Paese che stava sperimentando una della fasi di maggior cambiamento della sua storia unitaria. Per l’effetto, sinergico, di elementi quali l’inchiesta “Mani Pulite” e la fine della Guerra Fredda (1945-1991/1992), dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto e garantito gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano, una nuova generazione aveva accesso alla guida dello Stato e la “società civile” tornava ad esprimersi, mediante piattaforme propositive quali comitati, liste referendarie, ecc.

Resuscitando un avversario/nemico ormai morto (il Comunismo) per catalizzare le forze conservatrici e dotarsi di una riconoscibilità ideologica, Berlusconi riportò la dialettica politica e il pendolo della storia nazionale indietro di 50 anni, rispolverando quel corredo di odi, esasperazioni, paure e rancori che sembravano ormai appartenere al passato ed infliggendo un colpo mortale all’ondata di rinnovamento che stava mutando la fisionomia del Paese.

Tra le sue colpe storiche (bilanciate da meriti che l’analista razionale non potrà negare o ridimensionare) questa è, a parere di chi scrive, la più grave ed eclatante.

L’ “addomesticamento” di Tsipras: un destino inevitabile anche per “Podemos”.

Finance ministers meeting“Rispetteremo i nostri obblighi sul prestito verso la BCE e il FMI”, queste le parole del primo Ministro greco Alexīs Tsipras, due giorni fa.

Una turning point prevedibile per il giovane leader di Syriza, consapevole di non avere le coperture e il peso contrattuale per un braccio di ferro con l’attuale governance europea né per la realizzazione del suo programma ispirato al newdelismo rooseveltiano.

Un destino che attenderebbe anche lo spagnolo “Podemeos” (movimento di sinistra nato sul modello del M5S italiano) qualora dovesse accedere a Palazzo della Moncloa, data la precarietà dei conti del Paese e la debolezza di Madrid nei consessi internazionali.

La crescita e l’affermazione di soggetti apertamente ostili all’attuale, miope, politica di rigore, sarà senza dubbio destinata ad imprimere un cambiamento nelle linee di indirizzo di Bruxelles/Strasburgo e Francoforte, ma senza “shift” decisivi, sostanziali e traumatici a vantaggio di progettualità di segno socialista.

Perché il Patto del Nazareno non finirà in archivio.

berlusconi mattarella renziIl “patto” del Nazareno non naufragherà dopo la collisione contro l’iceberg Mattarella, perché troppo utile ad entrambi i “contraenti”.

Nel caso di Renzi, perché i voti di FI costituiscono una stampella necessaria per chi ha alle spalle un partito diviso (il PD) e regge un esecutivo insieme ad una forza piccola e collocata nell’emisfero ideologico opposto (il NcD). Inoltre, il Premier potrebbe temere ( a ragion veduta) la macchina editoriale berlusconiana, fino ad oggi mai utilizzata a pieno regime contro l’ enfant prodige della politica nazionale ma capace, in passato, di spezzare le gambe a qualsiasi rivale del tycoon meneghino.

Nel caso di Berlusconi, l’ex Cavaliere sa invece di non poter più contare su una vittoria elettorale (o quantomeno su un suo ingresso a Palazzo Chigi oppure al Quirinale), dunque mira e mirerà a giocarsi sul tavolo del compromesso le poche fiches rimaste , alla ricerca di un “do ut des” che, ad esempio, lo faccia uscire il più possibile indenne dalla tagliola giudiziaria.

All’orizzonte, dunque, nessuno “shift” del “balance of power” attuale.

Quello che 60 milioni di esperti di terrorismo, politica internazionale, traffico d’armi e giornalismo d’inchiesta devono sapere.

Ad oggi, nessun elemento può indurci ad affermare con sicurezza che:

A) Marzullo e Ramelli siano state rapite da nuclei terroristici e non da criminali comuni in cerca di un ingiusto profitto

B) Sia stato pagato un riscatto per il loro rilascio

C) L’eventuale riscatto ammonti a12 milioni di euro

D) L’eventuale riscatto servirà all’acquisto di armamenti.

Si tratta, gioverà ricordarlo, di elementi gestiti dall’intelligence, dunque coperti dal segreto ed impermeabili all’irruzione mediatica.

Perché Mani Pulite non doveva cambiare le cose.La debole astuzia di un messaggio qualunquistico.

Il riaffacciarsi nel dibattito italiano della questione morale, porta inevitabilmente con sé l’accusa, rivolta a Mani Pulite, di non esser riuscita a modificare il comportamento della classe dirigente nazionale. “Non è cambiato niente”, questo il refrain che rimbalza dagli studi televisivi, ai salotti culturali, ai bar.

Si tratta, a ben vedere, di un giudizio usato con maggior frequenza da quel segmento di pubblica opinione che fu vicino al Pentapartito, che in questo modo cerca di ridimensionare le colpe* dell’asse DC-PSI-PLI-PRI-PSDI volendo sottintendere una peggiore condotta dell’establishment attuale. (*Colpe gravi, a partire dalla ricerca del consenso attraverso politiche sociali ed assistenzialistiche rese possibili da iniezioni di debito pubblico. Oggi ne paghiamo lo scotto, ma puntiamo il dito contro Merkel e Francoforte)

Un messaggio volutamente semplicistico e frettoloso, che omette un’evidenza di fondo, di importanza irrinunciabile ed apicale: Mani Pulite non fu un’iniziativa politica od istituzionale di rilancio etico, ma un’inchiesta giudiziaria ed investigativa che mirava a far luce su alcuni fenomeni corruttivi precisi e circoscritti (alla giurisdizione del Pool milanese).

Non doveva cambiare nulla, dunque, perché questo non era né doveva essere il suo scopo ed il suo compito.

P.s: seguendo il sillogismo che confina Mani Pulite nell’inutilità per non essere stata in grado di eliminare la corruzione, dovremmo allora chiedere lo scioglimento della magistratura e delle forze dell’ordine e l’abolizione delle carceri, dato che il crimine e e sarà, comunque, inestirpabile e sempre presente.

Le insidie dell’antipolitica-Cosa ha realmente detto il Capo dello Stato e perché ha ragione.

Nelle società libere, la politica non è soltanto un strumento della democrazia, ma il suo scheletro stesso, la sua linfa vitale. E’ grazie alla politica, infatti, che il cittadino si manifesta, è rappresentato, ha voce, visibilità. Esiste.

Colpire la politica, in modo orizzontale, qualunquistico, azzerante, incapsulandola in uno sbrigativo binomio con il malaffare, significa dunque colpire la democrazia nei suoi punti vitali, significa voler sostituire allo stato diritto un regime delle pulsioni, delle emotività, dell’Es nietzschano nella sua declinazione più belluina.

Giuste e condivisibili, quindi, le affermazioni di Giorgio Napolitano (“antipolitica patologia eversiva”), che non volevano colpire il dissenso in quanto tale bensì mettere in guardia dai pericoli di un rigetto dei partiti e della rappresentanza nelle sue forme più mature e consolidate.

Lo Stato dovrebbe fare di più..ma come dico e voglio io NIMBY e LULU

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, videro la luce i primi gruppi di “cittadinanza attiva”, organizzazioni di persone comuni che contestavano le scelte dei decisori in materia ambientale.

Tali soggetti vennero indicati sotto gli acronimi di NIMBY (“Not in my backyard”, “non nel mio cortile”) e LULU (“Locally unwanted land use”, “utilizzazione del territorio localmente non voluta”) per evidenziare quella che era la loro caratteristica più distintiva e peculiare, ovvero l’opposizione a qualsiasi lavoro di impatto-modifica ambientale vicino ai luoghi di residenza degli appartenenti ai vari comitati.

Sebbene presi singolarmente i cittadini di questo o quel comitato fossero d’accordo con la realizzazione di un’opera di pubblica utilità, il loro atteggiamento cambiava, quando tale opera veniva progettata vicino alle loro abitazioni.

Si tratta di un fenomeno riscontrabile anche nel nostro Paese, ed anche per quel che riguarda gli interventi di contenimento del rischio idrogeologico; nonostante chieda ed invochi in tal senso una maggiore attenzione da parte delle istituzioni, l’italiano tende a modificare il suo orientamento, se e quando l’opera di manutenzione interferisce con le sue abitudini o riguarda, in qualche modo, la sua proprietà

Hillary Clinton: la lady unlike e il “peccato” delle rughe. Ancora sul ruolo dell’immagine nella comunicazione politica

Durante la primarie democratiche del 2007-2008, i giornali statunitensi pubblicarono una foto di Hillary Clinton che ritraeva l’ex first lady (in quel momento in corsa contro Barack Obama) senza trucco, con le rughe ben evidenziate da un’inquadratura ingenerosa.

Secondo la spin doctor e giornalista italiana Paola Stringa, questo fu uno dei motivi della sconfitta della Clinton contro Obama, visto dalla platea democratica come più giovane, più brillante e, quindi, più affidabile rispetto alla sua avversaria.

Ecco dunque tornare alla ribalta il ruolo e la superiorità del messaggio sul concetto, del contenitore sul contenuto. In questo caso, messaggio e contenitore erano rappresentati dall’immagine fisica, sempre più vincolante e fondamentale nella comunicazione politica moderna, nella comunicazione “pop”.