Appunti di comunicazione Khelif-Carini, tra polarizzazione ed omissioni



Il 20 settembre 1973, la leggenda del tennis Billie Jean King sconfisse il collega maschio Bobby Riggs in quella nota come la “Battaglia dei sessi”. Anni dopo, sarebbe stata emulata dalla climber Lynn Hill e dalla maratoneta Pamela Reed.  Eccezioni, che infatti sono passate alla storia. Eccezioni, come quei casi che hanno visto uomini battere bestie feroci. Ma la regola è un’altra. La regola dice che le potenzialità fisiche ed atletiche di un uomo non sono paragonabili a quelle di una donna, come un essere umano soccomberà il 99,9% delle volte contro una tigre od un leone.

Le nove sconfitte (su 45 match) di Imane Khelif, incassate peraltro ad inizio carriera, dicono poco o nulla nell’economia del dibattito, non fanno venir meno e non negano gli indubbi vantaggi strutturali,  contestati oggi e ieri da avversarie e federazioni, derivati dalla sua particolare condizione, ma potrebbero essere riconducibili ad una preparazione insufficiente, ad una non buona forma psico-fisica al momento, a torti arbitrali, ecc.  Molto semplicemente, nella classifica del “gradimento” di una certa cultura liberal, politically correct, inclusivista, woke o che dir si voglia (i concetti non sono “ipso facto” intercambiabili) , una donna bianca, occidentale e fino a prova contraria eterosessuale, è la seconda linea del fronte subito dopo l’omologo maschio,  ha quindi un  perso specifico minore rispetto ad un’intersessuale africana. Se, volendo intenderci,  Carini fosse stata nera e Khelif una bianca-statunitense od israeliana, le cose sarebbero cambiate, come sarebbero cambiate se al posto della Di Francisca ci fosse stata una Egonu. 

Ampliando il campo d’indagine, la tragedia di una Giulia Cecchettin ha guadagnato la ribalta perché l’omicida era un italiano autoctono e di buona famiglia, ma, se si fosse trattato di un immigrato, molti indignati avrebbero tenuto un profilo più basso (chi conosce Sofia Castelli?), se non assunto un atteggiamento giustificazionista. La stessa ragione che porta costoro a denunciare il sessismo e la misogina in Italia e in Occidente salvo fare del relativismo assolutorio davanti ai soprusi ed alle negazioni delle libertà fondamentali subiti dalle donne ad altre latitudini (“è la loro cultura”, questo il refrain. Ricordiamo che pure la pedofilia e la Mafia hanno un, poderoso, retroterra culturale).

Siamo in presenza, insomma, di ipocrisie distopiche figlie tanto di un senso di colpa tutto occidentale quanto, paradossalmente,  di un paternalismo razzista, che induce un certo movimento d’opinione a credere che gli occidentali bianchi siano gli unici ed i soli capaci di una riflessione critica sul proprio modo di essere. A questi individui non interessa realmente il benessere delle donne, come non interessa la causa delle iperandrogeniche, ma sarebbero pronti a scaricare  una Khelif, lo si è già detto, di fronte ad un argomento ritenuto più sensibile.

Il fatto che il centro-destra abbia infine preso le parti di Carini contribuisce ad aumentare e radicare la polarizzazione, impedendo ancor più l’elaborazione razionale.

La soluzione? Adesso che transessuali, intersessuali,  iperandrogeniche, transgender, ecc,  sono divenute/i, per fortuna, “rappresentazioni sociali”, sarebbe logico ed opportuno inserirle/i in categorie sportive formalmente definite, così da tutelare i loro diritti e quelli altrui.

Nota: chi dice che Carini si è arresa “solo” dopo 46 secondi o dopo “soltanto” un pugno o ancora dopo “appena” un pugno alla mandibola, non si rende conto dell’assurdità di un simile ragionamento, che denota un’ignoranza totale e pericolosa riguardo la boxe ed il combattimento. Insultare la pugilessa azzurra, darle della “pancina” o della vigliacca, rimanda infine al concetto sopraesposto, ovvero che la donna viene difesa e rispettata a seconda del suo contraltare del momento; eroina, martire e giusta in un caso, per poi tornare ad essere senza carattere, superficiale o poco di buono in un altro.

Il prevedibile semi-flop di Minsk.

ucraina minsk dombass“Accordo non risolutivo”.

Così Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri UE, ha commentato il cessate il fuoco stabilito a Minsk. Intanto, nella notte, una cinquantina di carri armati russi avrebbero oltrepassato la frontiera ucraina.

La scarsa concretezza di quanto ottenuto nel vertice era eventualità prevista e prevedibile; potenze minori, Parigi e Berlino non hanno, infatti, la forza negoziale per concedere assicurazioni definite e sul lungo periodo, né possono contare su uno status paritetico nel confronto con Mosca (Berlino non ha nemmeno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) .

L’unico risultato tangibile della due giorni potrebbe invece essere l’indebolimento dell’asse occidentale, con l’esclusione degli alleati più importanti ( e di Bruxelles) dall’incontro.

Una decisione strategicamente immatura, dunque, quella delle due cancellerie, forse più attente alle esigenze di un sorpassato autoreferenzialismo sciovinista che non alla risoluzione della crisi.

Parigi – Perché è sbagliato chiamarla “marcia repubblicana”.

La scelta di definire la marcia di Parigi una marcia “repubblicana” , stride e contrasta con lo spirito, ecumenizzante ed includente, annunciato come cardine e base dell’iniziativa.

L’etichetta dimostra, infatti, come intenzione dei promotori fosse quella di ribadire l’aderenza tra l’evento e i valori istituzionali francesi, appunto repubblicani, quando la kermesse ha visto la partecipazione anche di teste coronate (si pensi ai reali di Giordania) e quando l’Europa democratica include numerosi Paesi retti dalla forma istituzionale monarchica, alleati ed amici dello Stato francese.

Un errore di forma, che diventa di sostanza se sottoposto al vaglio dell’approfondimento razionale, mosso, forse, da quel sentimento bastiglista già dimostratosi pericoloso e fallimentare

Io sono “Charlie” se rispetto chi non la pensa come “Charlie”

Essere “Charlie” significa accettare e rispettare chi ha un’idea di informazione distante da quella di “Charlie”.

Essere “Charlie” significa comprendere le ragioni di chi, come il NYT, ha deciso di non pubblicare le vignette “motivo” del massacro, le vignette di “Charlie”.

Essere “Charlie” significa guardare a chi fa satira con sensibilità e percezioni diverse come ad un arricchimento e non come ad un vigliacco, oppure ad un bigotto, o ancora ad entrambe le cose.

Altrimenti non sarete “Charlie”, ma Said, Cherif, Amedy e Hayat.

Soltanto in modo diverso.

Ucronia Il massacro di Parigi e i fantasmi della Dottrina Mitterand: il “paradosso francese”

Immaginiamo per un attimo che i 4 terroristi di Parigi fossero riusciti a fuggire (Hayat Boumedienne non è stata ancora catturata).

Immaginiamo che, approfittando dell’assenza di controlli alla frontiera (dovuta agli Accordi di Schengen), fossero riusciti ad arrivare nella vicina Italia.

Immaginiamo che la cosa fosse diventata di dominio pubblico.

Immaginiamo che il nostro Governo avesse deciso di proteggerli, non consegnandoli alle autorità francesi, in nome di una pretesa superiorità del diritto italiano e su una sua presunta maggiore aderenza ai principi in materia di tutela dei diritti umani.

E adesso, immaginiamo la reazione della nostra opinione pubblica, dell’opinione pubblica mondiale e, sopratutto, di quella dei nostri vicini d’oltralpe.

Questo sbizzarrimento ucronico, questa trama insensata, corrisponde invece a quella che fu, per 21 anni (1982-2003), la cosiddetta Dottrina Mitterrand, ovvero un dispositivo che garantiva ai terroristi di tutto il mondo la possibilità di trovare asilo e riparo in Francia. In un intreccio perverso di umanitarismo socialista ed anacronistica “grandeur”, François Maurice Adrien Marie Mitterrand pensava e coltivava infatti il mito della superiorità della coscienza civile e giuridica del suo Paese, motivo per cui il terrorista straniero venne da un certo momento ritenuto un perseguitato e non più un criminale.

Ecco che decine e decine di assassini che avevano colpito al cuore lo Stato italiano, massacrando tutori dell’ordine, giornalisti come quelli di “Charlie Hebdo” e semplici cittadini, padri e madri di famiglia, poterono continuare a tirare le fila delle loro organizzazioni (specialmente di estrema sinistra) alla luce del sole, ed ecco emergere un altro “paradosso francese”, ben più inquietante di quello medico -gastronomico, che vedeva un Paese occidentale, capitalista ed atlantista, coprire le spalle a chi voleva distruggerlo, volendo distruggere un modello sociale, economico e politico gemello.

Una macchia, la Dottrina Mitterand, nel novecento francese, una macchia che va ad unirsi al mantenimento della ghigliottina e della lobotomia transorbitale fino agli anni ’80, al disastro di Mururoa degli anni ’90, ai massacri di civili in Indocina e Nord Africa negli anni ’50 e ’60, all’appoggio alla rivoluzione islamica nella Persia democratica ed inclusiva di S.M Mohammad Reza Pahlavi

Mi si nota di più se dico di essere un po’ francese? Quelle terrazze sul dramma

Le tragedie di grande impatto emotivo come quella parigina, offrono un “point of view” ed un assist ideali per l’osservazione e l’analisi di un aspetto caratteristico della psiche umana e del comportamento sociale.

Nel caso di specie, ad esempio, potremmo notare da parte di molti la rivendicazione di un elemento di unione con la Francia; da un lontano parente nato oltralpe, ad un soggiorno a Parigi fatto magari da bambini, ogni esperienza, ogni dato, diventano utili per la ricerca di un mezzo che collochi in qualche modo questi italianissimi “signor Rossi” o “signora Rossi” nel cono di luce del dramma.

Un’ipertrofia dell’Ego, in qualche caso, un’insicurezza di fondo, in altri

La strage di Parigi e quell’Islam che non può esser nascosto sotto il tappeto.

attentato-parigi-videoI fatti di Parigi, tragici non soltanto per il loro bilancio di sangue ma anche (e forse soprattutto) per la motivazione che ha armato la mano dei carnefici, raccontano un Islam ben diverso dall’immagine, agiografica ed irreale, confezionata da un certo movimento d’opinione liberal, un Islam che non è maggioranza ma che esiste, che è attivo e che sa e può far male.

E’ prendendo coscienza di questa realtà, espellendo l’elemento ideologico e puerilmente ecumenico (qualcuno direbbe “buonista”) dal proprio sistema normativo, che il terrorismo potrà essere piegato, nell’interesse dell’Occidente come dei musulmani, arabi o non arabi.

Liberté, Égalité, Fraternité pour tous.

L’asse Roma-Parigi-Londra e l’illusione degli euroburocrati. La Bastiglia in cabina elettorale.

I “niet” di Parigi, ieri, e di Roma e Londra, oggi, all’irrazionale dottrina di euroausterity, potrebbe costituire l’atomo di una rivoluzione politica e culturale senza precedenti, di un vero “turning point” negli assetti continentali come li conosciamo oggi.

A battere i pugni sul tavolo, infatti, non è più il pittoresco esponente di qualche forza demagogico-qualunquista di minoranza a caccia di facili consensi, ma 3 delle 4 più importanti cancellerie europee (Roma è addirittura tra i fondatori dell’ Unione). “Vulnus” dell’attuale dirigenza politico-economica-burocratica del Vecchio Continente, quello di considerare l’attuale “status quo” immutabile (“l’euro è irreversibile”, ebbe a dire Giorgio Napolitano), sottovalutando così la capacità riformatrice dei popoli: una “wishful thinking”, un errore già sperimentato già in passato che, se non corretto, determinerà conseguenze impreviste ed imprevedibili.

Se infatti oggi la coscienza democratica impedisce il ricordo all’opzione rivoluzionaria-violenta, i politici non posso tuttavia prescindere dagli umori e dalla volontà del’elettrorato-folla, ed un elettorato-folla stanco della casa comune e delle sue forzature potrebbe indurre i pariti di maggioranza a ripensare la loro linea europeista

Austerity-L’insoffrenza francese: un’opportunità storica per Roma e Madrid.

Parigi non ha, da sola, la forza per opporsi in modo efficace e determinante a Bruxelles e Francoforte. Tuttavia, il suo “non possumus” all’austerity potrebbe diventare la spinta per la creazione di un asse mediterraneo con gli altri due big dell’area e dell’Eurozona (Italia e Spagna) in grado di smantellare l’ormai irrazionale e miope politica di contenimento ad ogni costo voluta, varata e difesa da Berlino e dalle altre cancellerie nordeuropee.

P.s: ricordiamo come il rapporto deficit/Pil della Francia sia al 4,3% mentre quello italiano al 3%

Il “tradimento” italiano del 1915.Destrutturazione di una menzogna

La memorialistica più approssimativa e ideologizzata ha confezionato il resoconto di un’Italia “traditrice” della Triplice Alleanza, pronta a pugnalare, in nome di un mitologico carico storico e genetico malevolo, gli alleati di decenni per il proprio tornaconto esclusivo e particolare. Siamo tuttavia in presenza, come anticipato, di una manomissione del contributo documentale; la Triplice Alleanza era infatti una coalizione a carattere esclusivamente difensivista e non offensivista che prevedeva inoltre, tra le sue clausole, l’obbligo da parte dei membri di notificare preventivamente agli altri firmatari del patto l’intenzione di dichiarare e muovere guerra. Aggredendo la Serbia con un pretesto e limitandosi a comunicare la sua scelta soltanto a Berlino, Vienna veniva pertanto meno ai dettami alla base della colazione, “tradendo” per prima non soltanto l’Italia ma la stessa Germania , colta impreparata e trascinata, de facto, nel gorgo della trincea. Oltre a questo, la pubblicistica anti-italiana ha irrobustito il proprio sabotaggio dell’elemento fattuale con la “leggenda” della “spedizione punitiva” (“Strafexpedition” ) concepita da Germania ed Austria-Ungheria per vendicarsi dell’ex alleata. Si tratta anche questa volta di un’elaborazione giornalistica, dal momento in cui la formula “Strafexpedition ” non comparve mai negli atti ufficiali degli stati maggiori tedesco ed austroungarico, né sarebbe stato possibile in un’epoca che conservava ancora l’antico spirito cavalleresco ed il rispetto dell’avversario. Reale scopo dell’offensiva era quello di prendere alle spalle le truppe italiane dal Trentino, mettendole in questo modo fuori combattimento (la V Armata predisposta dal generale Cadorna per contenere l’eventuale dilagamento nemico a valle non sarebbe stata sufficiente). Normale strategia, quindi. Senza nessun velleitarismo ideologico o politico.Per concludere, sia utile ricordare come il nostro Paese fosse allora legato ad un patto di non aggressione con Parigi, siglato nel luglio del 1902.