Civitanova Marche: sulla pelle nera di Alika

Ad ora non è chiaro se alla base della tragedia di Civitanova Marche vi sia stato il movente razziale. Sulla scorta degli elementi disponibili non si può escludere che l’omicida (tra l’altro pregiudicato) avrebbe potuto aggredire anche un bianco.

Agitare lo spettro del razzismo e della xenofobia non è quindi solo incauto ma diventa anche una strumentalizzazione, resa ancor più bieca dal suo essere funzionale alla campagna elettorale in corso, dalla necessità di contrastare il centro-destra a trazione meloniana in vantaggio nei sondaggi.

La politica è (anche ) cinismo, tuttavia chi si erge a difensore di certi valori dovrebbe darsi, per quanto possibile, dei limiti tangibili, evitando un spirale verso il basso che offende innanzitutto le vittime come Alika Ogorchukwu.

Ancor più inaccettabile è l’accusa di razzismo rivolta all’intero Paese, come sarebbe inaccettabile accusare gli immigrati di essere tutti dei criminali per le colpe di qualcuno di loro.

Aggiornamento:

Sta emergendo che il Ferlazzo è un ex tossicodipendente, aveva problemi mentali, era stato in cura al CIM e sottoposto a TSO, assumeva psicofarmaci ed era sotto tutela della madre. Anche dal suo profilo social si intuisce non a caso una personalità borderline. Ad oggi, gli inqurienti escludono il movente politico e razziale.

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Civitanova Marche: era davvero così facile intervenire?

Il giudizio dei Rambo

Intervenire per fermare un’aggressione non è facile. Non tutti hanno le risorse fisiche e mentali per farlo e quindi l’intervento potrebbe trasformarsi in un gesto inefficace e pericoloso (ed è pericoloso comunque). Viceversa, filmare e fotografare crea una prova utile. È sempre bene evitare giudizi affrettati. E chiamare le forze dell’ordine. La vita non è un film.

Il bambino e il campione

( Di CatReporter79)

Raramente Carlos Monzon si lasciava andare a tenerezze o sorrisi.

Solo una persona era in grado di aprire il suo cuore di uomo indurito dalla vita: il figlio Abel.

Lo prendeva in braccio dopo ogni vittoria e lo portava con sé ovunque: in palestra, a fare footing, durante gli impegni con gli sponsor e i giornalisti.

Abel amava suo padre, ma non il lavoro di suo padre, che gli faceva paura. Nella sua mente di bambino, penava che qualche avversario avrebbe potuto fare male al grande Carlos Monzon.

Gli aveva chiesto più volte di smettere, fino a quando non gli confessò di aver pianto, dopo averlo visto andare giù per pochi secondi con il colombiano Rodrigo Valdez. Era successo negli spogliatoi, subito dopo il match. “Abel cos’hai? Ho vinto, non hai visto?” “Papà, smetti, per favore. Quando sei andato al tappeto ho pianto. Ho versato molte lacrime”. “Abel, nunca mas. Esta fue mi ultima pela. Va bene, Abel. Basta. Questo è stato il mio ultimo combattimento”.

Per quel bambino e con quel bambino, Carlos Monzon non era un picchiatore e non era un uomo violento. E non era nemmeno un duro.

Capire una sconfitta

Non soltanto il calciatore, ma anche il tifoso di calcio avrebbe bisogno di andare a lezione di etica sportiva da chi pratica una disciplina da combattimento.

Perdere una partita non equivale alla perdita dell’onore, né proprio né della bandiera che si rappresenta. Non significa essere un “pagliaccio”, far parte di una comunità “inferiore”, ridicola o qualunquisterie simili. Abbiamo un avversario davanti a noi, deciso quanto noi a farsi valere. Per questo, dobbiamo tributargli il giusto rispetto.

Una sconfitta può essere l’occasione per una ripartenza, per una rinascita e quindi per nuovi successi (vedi 1966, 1974, 1986 e 2002).

Muhammad Ali è andato al tappeto, gli hanno rotto la mascella, lo hanno mandato all’ospedale. Ma è tornato più forte di prima. Ogni volta.

Da “Il decalogo del pugile”, punto numero 5: “Intelligenza è anche capire quando accettare una sconfitta. Insieme alla spugna avrai gettato le basi per un nuovo incontro”.

Buon viaggio campione…

Con Rubin “Hurricane” Carter se ne va un ottimo interprete della Noble Art ma, prima di tutto, uno straordinario testimone della lunga (e mai conclusa) battaglia per la democrazia e l’accettazione. Monzon e Benvenuti gli avrebbero chiuso le porte verso la corona, mentre la polizia gli aprì quelle di un carcere federale, ma nessuno ha potuto togliergli il coraggio, la dignità e l’alloro tra i giusti. RIP, Champ. Thanks, Bob.

Rubin “Hurricane” Carter

Rubin “Hurricane” Carter durante un’intervista dalla prigione federale di Rahway (La stessa di “Sorvegliato speciale”). 1972.

Rubin Carter“Dopo pochi giorni a Rahway , ho rivalutato il traffico, le tasse, lo smog, lo stress quotidiano”. John Amos (il Capitano Meissneer nel film). Rubin Carter,innocente, vi trascorse 18 anni .

Max Baer vs Cinderella Man

“Cinderella Man” (adesso su RAI3); un eccellente prodotto, anche per la cura nella ricostruzione del segmento storico, sociale e sportivo, di allora. Peccato che l’americanissimo “Richie Cunningham” abbia ceduto all’americanissima debolezza di creare un corollario zuccherosamente manicheo alla storia, con l’antagonista, Max Baer, dipinto e presentato come una sorta di demonio da contrapporre al giusto della situazione (l'”Uomo Cenerentola” J.J.Braddock) che alla fine lo sconfigge. Non era così, la realtà, tanto è vero che i concittadini di Baer, sportivo corretto e uomo di cuore, abbandonarono la sala a metà proiezione, esigendo il rimborso del biglietto. Squallido anche il trucco utilizzato da Howard di nascondere (ma non di rimuovere) la Stella di David dai pantaloncini di Baer, in realtà ben visibile nei filmati d’epoca, per non urtare la potente lobby ebraica statunitense accostandola ad un personaggio connotato negativamente. No good, Ron. No good. Ps. Quando il figlio del manager di Baer era un bambino, Max gli promise una fuoriserie non appena fosse diventato maggiorenne. Al compimento del 18esimo compleanno del ragazzo, Max attraversò gli USA per fargli trovare l’automobile. Ecco chi era, il mostro del nostro fonziano…

Floyd Patterson

Floyd Patterson vinse l’oro nei Medi ad Helsinki nel 1954 e poi, passato al professionismo, la corona nei Massimi, per due volte, nel 1956 e nel 1960. Il più giovane campione nella storia della massima categoria nonchè il primo uomo a riconquistare il titolo. Floyd Patterson veniva dalla strada e boxava per poter mettere qualcosa sotto i denti, come molti ragazzi di periferia come lui, in quell’America del baby boom che ti lasciava indietro. Floyd Patterson era veloce di gambe, di braccia e aveva un sinistro terribile; un gancio-montante che ti buttava giù, spaccandoti la mascella. Però, a parte il torace, le mani gonfie ed enormi e il naso spaccato, non aveva nulla del pugile, o almeno del suo stereotipo. Floyd camminava a testa bassa, non reggeva lo guardo degli altri, parlava con un sussurro e quando perdeva si nascondeva sotto una barba finta, per la vergogna. Nei momenti di relax metteva una canzone d’amore e si sdraiava per ascoltarla e fantasticare di lui e della sua principessa color ebano, in mezzo alla quiete dei boschi che facevano da cornice al suo campo d’allenamento. Floyd non era arrabbiato come Liston o forte come Ali o ferito come Marciano. Se è vero che ogni pugile, ogni combattente, ha una bestia nel sangue, un demone nel cervello e nell’anima, quella di Floyd si nascondeva in una buca, sperando che il cielo non ruggisse..