George W.Bush esce allo scoperto e commette subito un errore

bush berlusconi

L’ex Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, è sceso in campo per il fratello in South Carolina.

Questo, un estratto del discorso:

“Io so che le campagne elettorali sono stressanti e pesanti, ma è così che deve essere. Perchè essere presidenti è molto più duro che fare una campagna elettorale. E’ un periodo molto duro, e ci rendiamo conto che gli americani siano arrabbiati e frustrati. Ma non abbiamo bisogno di eleggere qualcuno allo Studio Ovale che sia lo specchio e che infiammi la nostra rabbia e la nostra frustrazione. Abbiamo bisogno di qualcuno che sia in grado di risolvere i problemi che causano la vostra rabbia e la vostra frustrazione. E questa persona è Jeb Bush”

Imperniato sulla frustrazione, sul pessimismo e sulla rabbia che affliggono il Paese, l’intervento, diretto contro il populismo trumpiano, ricorda molto da vicino la retorica utilizzata da Ronald Reagan nella sfida a Jimmy Carter del 1980. Tuttavia, l’origine di buona parte degli attuali problemi statunitensi proprio nell’ottennato di Bush jr, lo rende poco credibile e potenzialmente dannoso per la causa del governatore della Florida.

La ricercatrice, la ministra e la falsa emergenza sulla “fuga dei cervelli”

La vicenda della ricercatrice Roberta D’Alessandro, che dal suo spazio Facebook ha lanciato un “j’accuse” contro il Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini lamentando una presunta disattenzione delle nostre istituzioni verso i giovani laureati, ha fatto tornare alla ribalta il fenomeno del “brain drain”’, ovvero la “fuga dei cervelli” all’estero.

Tematica tra le più scottanti nel dibattito contemporaneo, il “brain drain” italiano non ha, tuttavia, quei contorni di emergenzialità che una certa pubblicistica vorrebbe conferirgli.

Analizzandolo più nel dettaglio, potremo infatti notare come l’Italia sia soltanto nona per numero di laureati “in fuga”, alle spalle di Australia, Belgio, Brasile, Canada, Danimarca, Francia, Germania e India (Paesi avanzati e con un elevato grado di istruzione). Osservando invece il numero totale degli emigranti europei, ci accorgeremo di essere alle spalle di Federazione Russa, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna.

Sebbene piaghe quali l’ipertrofismo burocratico, il nepotismo e la scarsità dei fondi destinati alla ricerca e all’istruzione siano reali ed evidenti, è tuttavia necessario osservare il percorso dell’analisi razionale, per non cedere il passo ad un allarmismo che ha, sovente, un backround ideologico.

L’ ansia da informazione: un rischio per il nostro Paese.Secondo lo studioso americano Saul Wurman, l’eccesso quantitativo di informazioni mediatiche può dare origine ad un fenomeno, potenzialmente molto insidioso, detto “information anxiety” (ansia da informazione).

Bombardato da imput di ogni genere, il cittadino rischierà, secondo Wurman, di perdere il suo senso dell’orientamento cognitivo, ancor più se questi imput saranno di carattere sensazionalistico-allarmistico. Tra le nazioni maggiormente esposte all’ “information anxiety”, per il massmediologo Mauro De Vincentiis, l’Italia, Paese in stato perenne di emergenza emotiva ( a confermarlo, la capacità di sedimentazione di “fattoidi”* quali il “brain drain”, l’ “emergenza” suicidi, l’ “emergenza” criminalità, l’ “emergenza” immigrazione, ecc).

*nel gergo della comunicazione, il “fattoide” è un non-fatto, una “bufala” o una bufala parziale creata e manipolata ad arte da chi fa informazione

Perché è giusto parlare delle torture a Giulio Regeni, anche se può far male

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Il “fatto” e la storia

Compito del giornalista (come dello storico), quello di ricostruire e raccontare il “fatto”, secondo gli imperativi della razionalità scientifica, rendendolo il più possibile chiaro, comprensibile e aderente al contesto che lo ha generato e nel quale si è sviluppato.

I dettagli sulla morte di Giulio Regeni non rappresentano soltanto un “fatto” ( e non un “fattoide”), ma contribuiscono a spiegare e ad illustrare la fisionomia morale dei suoi carnefici e il loro “modus operandi”, militare come politico.

Benché lo shock emotivo per divulgazione di certi macabri particolari sia legittima e comprensibile, essi sono quindi legati in modo inestricabile e fondamentale alla vicenda del ragazzo e, più in generale, dell’Egitto in questo segmento storico.

Cirinnà: la (prevedibile e prevista) svolta a destra di Grillo.

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La decisione di Beppe Grillo di lasciare libertà di coscienza ai suoi in merito alla “stepchild adoption” , dimostra e conferma il carattere smaccatamente conservatore e reazionario del comico.

Se infatti è vero che la base del Movimento non è stata consultata sull’adozione del figliastro (motivazione addotta da Grillo per spiegare la sua scelta) è altrettanto vero che il M5S aveva fino ad oggi sostenuto l’irrinunciabilità della “stepchild”, “conditio sine qua non” per votare il DDL.

 

Lo sbaglio

Incaponendosi sulla “stepchild” (clausola che riguarderebbe un segmento del tutto minoritario della comunità gay), i sostenitori del DDL hanno offerto una pistola carica ai contrari, un escamotage perfetto per delegittimare e far saltare l’intero progetto di legge. Più saggio e razionale sarebbe stato rimandare il passaggio, cercando intanto di colmare il vuoto della nostra giurisprudenza in materia di unioni di fatto.

 

Unioni civili: astuzia e debolezza del movimento contrario. Il bluff dell’attacco alla famiglia “naturale”.

family day

Il DDL Cirinnà non prevede e non introduce, in senso assoluto, le adozioni da parte di una coppia dello stesso sesso, bensì la possibilità, per un omosessuale, di adottare il figlio (anche non maggiorenne) del partner in caso di morte dello stesso.

Un’opzione equilibrata e razionale, dunque, che permetterebbe ad un minore di continuare a vivere nello stesso ambiente in cui è nato e cresciuto, evitando così l’orfanotrofio oppure l’affido ad una coppia, si eterosessuale, ma a lui del tutto estranea.

Incentrando la campagna anti-Cirinnà sul diritto dei bambini ad avere “un padre ed una madre” e contro l’”adozione gay” tout court, gli avversari del dispositivo scelgono quindi la semplificazione come strategia offensiva, cercando di intercettare il “ventre” dell’uomo comune tramite la scorciatoia dell’emotività e della suggestione. La stessa cosa si potrà dire a proposito della supposta minaccia alla famiglia “tradizionale”, con la quale la legge in esame non interferisce né potrebbe interferire in alcun modo

L’esigenza di trovare un escamotage per delegittimare il DDL, evitando di combatterlo “frontalmente”, dimostra, ad ogni modo, tutta l’endemica debolezza della cultura che si oppone al riconoscimento delle unioni di fatto, oggi entrate a far parte delle logiche sociali e da esse accettate ed integrate.

Quella strana destra che rivaluta l’Unione Sovietica.

Atlantista e filo-americana nella sua quasi totalità e per oltre mezzo secolo (anche al di là di una certa retorica di facciata), la destra italiana sembra vivere oggi un ripensamento delle sue linee tradizionali. Origine e causa di questo “turning point”, una reazione epidermica alla presenza di Barack Obama, democratico e afroamericano, alla Casa Bianca.

Questa migrazione ideologica, che ha trovato nell’uomo forte del Kremlino la sua destinazione ideale, si traduce però anche in un altro fenomeno, ugualmente sorprendete ma forse ancor più suggestivo e stravagante, ossia la rivalutazione e la (ri)scoperta, da parte delle destre italiane, del passato sovietico della Russia; consapevoli del legame, umano e politico, tra Putin e l’URSS, i conservatori di casa nostra sanno infatti di non poter scindere il loro beniamino dal suo humus storico, né la nuova Russia dalla vecchia.

Una “mutazione” soltanto apparente, tuttavia, destinata a rientrare quando al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un esponente (bianco) della destra americana.

Affaire Litvinenko

“Ci saranno gravi conseguenze”; questa, la risposta (propagandistica) del governo russo alle accuse britanniche in merito ad un possibile coinvolgimento di Mosca nella morte di Aleksandr Val’terovič Litvinenko.

Al di là di ogni valutazione sul caso (Litvinenko fu comunque un personaggio discusso e discutibile), ad emergere sono ancora una volta l’immaturità e l’insicurezza di un Paese, la Federazione Russa, incapace di lasciarsi alle spalle quella retorica di stampo gangsteristico non compatibile con le sue ambizioni di potenza mondiale.

Attentati Non solo religione: i perché dell’odio anti-francese

“Vendetta contro la Francia”; questa, la rivendicazione da parte del ramo nordafricano di Al Qaeda dopo l’assalto all’hotel degli occidentali nella capitale del Burkina Faso. La rivendicazione contiene altre minacce a Parigi: “Combatteremo fino all’ultima goccia del nostro sangue”.

I fatti di Ouagadougou, come quelli di Parigi del 2015, dimostrano come il fondamentalismo islamico sia dunque soltanto il vettore di un sentimento anti-francese diffuso nelle comunità africane a causa della plurisecolare oppressione coloniale e delle politiche di stampo neo-coloniale adottate da Parigi nel Continente Nero. Anche nell’ex Alto Volta, l’Eliseo continua infatti a mantenere contingenti militari a tutela dei propri interessi, mentre i killer del gennaio-novembre 2015 erano quasi tutti francesi di origine maghrebina.

Una soluzione alla nuova ondata di terrore che sta colpendo l’Occidente non potrà di conseguenza che ispirarsi ad una rilettura dell’approccio con il Terzo Mondo, rigettando la tentazione, semplicistica quanto dannosa, di un confronto bipolare con la Mezzaluna.

Gli esodi verso l’Europa: una “novità che ha quasi 30 anni. L’Occidente e quell’eterno dopo Guerra Fredda.

L’entusiasmo venuto a crearsi con i grandi sommovimenti che tra il 1989 e il 1992 rivoluzionarono in senso democratico il mondo, indusse l’opinione pubblica europea e occidentale a cullarsi nell’idea di “un’inerzia positiva che annullasse le distanze e le differenze tra Stati nazionali, popoli, religioni” (C.Jean).

La guerra civile nella ex Yugoslavia socialista rappresentò tuttavia il brusco risveglio da questa trama onirica irrazionale, l’incontro-scontro con una realtà ben diversa da quanto immaginato sull’onda delle primavere dell’Est e dell’utopia gorbacioviana.

La bomba legata all’immigrazione di massa non è, dunque, che una delle molteplici conseguenze di quel “new order” in cui l’Europa occidentale è stata proiettata dopo la fine della Guerra Fredda; a stupire, invece, l’approccio ancora maldestro delle masse e dei governi a questo (ultraventennale) stato di cose.

La Russia e il gas dalla parte della lama.La (scontata) rivincita ucraina.

Come previsto dalla maggior parte degli analisti (e da chi scrive, nel suo piccolo infinitesimale), l’arma del gas si sta ritorcendo contro la Russia.

Incapace di trovare mercati alternativi a quelli tradizionali, bypassabile da altri fornitori, con un’economia incentrata quasi esclusivamente sugli idrocarburi e indebolita dalle sanzioni, la Federazione non può più permettersi prove di forza con i suoi clienti, dipendente da loro molto più di quanto loro siano dipendenti da lei.

Dopo l’ostentazione muscolare in Crimea, ecco dunque Putin tornare sui propri passi, offrendo a Kiev il gas a prezzi scontatissimi.

La pacificazione delle zone russofone poste (in origine) sotto il controllo ucraino si fa di conseguenza sempre più urgente per Mosca, oggi più che mai bisognosa di buone relazioni con l’Occidente e con la comunità internazionale.

 

http://www.panorama.it/economia/ucraina-contro-russia-la-guerra-del-gas/