Appunti di comunicazione- Perché il M5S non è morto (a meno che…)


Nonostante il trend negativo degli ultimi mesi si confermi, intonare il requiem per il Movimento Cinque Stelle sarebbe un errore di valutazione grossolano.

Anche se il soggetto pentastellato ha da tempo esaurito la sua spinta propulsiva ed imboccato una tendenza declinante, occorre infatti mettere sul tavolo alcune valutazioni: 1) neanche durante i suoi giorni migliori il M5S è stato particolarmente competitivo nelle elezioni di carattere locale e questo perché manca, per ragioni storiche ed “ontologiche”, di un reale radicamento territoriale 2) tra tre anni potrà contare su una fisiologica fase di logoramento e perdita di consenso degli avversari 3) può fare affidamento, in virtù del suo status e di quello dei suoi due leader, su una rilevante esposizione mediatica, che aumenterà a ridosso del voto nazionale 4) Giuseppe Conte gode di buona stampa, soprattutto perché molti “opinion maker” ne hanno apprezzato   le politiche “a-là cinese” di contenimento del Covid 5) se prima il Movimento aveva un’identità definita, l’ha invece paradossalmente oggi, ed è un’identità “localista” strutturata intorno al consenso, al Sud, verso provvedimenti quali il RdC, che molti elettori meridionali sperano di veder riattivati

Si è  anticipato che i “grillini” non torneranno mai al 30%, ma resteranno, almeno nel futuro prossimo, una forza tra le più rilevanti, intorno ad un 9-11% (come peraltro confermano quasi tutti i sondaggi). Questo, a meno che “Giuseppi” non decida di cambiare nome e simbolo, mettendo così in atto un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili.

Appunti di comunicazione – Le troppe “linee rosse” e l’atomica per finta: uno scenario futuribile



Come previsto e prevedibile, l’ennesimo “spauracchio nucleare” ha ceduto il posto a nuove notizie, regredendo nelle prioriotà di pubblico e stampa. L’aver bruciato troppe “linee rosse” potrebbe indurre Putin, qualora si trovasse in una situazione critica (secondo la maggior parte degli analisti, l’esercito russo non riuscirà ad andare oltre il 2025) ad un’azione “di rottura”, eclatante, quale ad esempio la detonazione, a scopo dimostrativo, di un’atomica a bassa potenza.

Va ad ogni modo ricordato che mosse simili, come pure il ricorso alla retorica minacciosa (tratto peraltro distintivo della comunicazione sovietico-russa da sempre) hanno l’obiettivo di influenzare le pubbliche opinioni occidentali (“grassroots propaganda”), ma producono effetti scarsi, se non nulli, sulle loro classi dirigenti, ovvero sulle reali leve del potere “nemico”.

Appunti di comunicazione – Il pizzicotto iraniano, la solita estate 1914 e le responsabilità dell’informazione



Dopo il raid d’inizio mese a Damasco, una reazione iraniana era prevista e prevedibile perché  inevitabile. Conscia della pericolosità di qualsiasi atto ritorsivo che potesse portare ad uno scontro militare su larga scala contro una grande potenza  nucleare (e largamente superiore anche sotto il profilo convenzionale), Teheran ha quindi scelto una risposta dimostrativa, sostanzialmente innocua, addirittura annunciata. Una forma di propaganda “interna”, più nello specifico, rivolta innanzitutto alla propria opinione pubblica ed a quelle della porzione di mondo arabo e musulmano che guardano alla teocrazia del Golfo come ad un (nuovo) punto di riferimento.

Se non è irrazionale che l’uomo “comune”, l’ “everyman”, il quale non sempre padroneggia certe dinamiche della storia, della geopolitica e della comunicazione, si metta in allarme, preoccupato per escalation distruttive prima locali e poi globali (i puntuali ed immancabili riferimenti all’estate 1914), non è invece accettabile che ad alimentare certi timori siano i professionisti dell’informazione, che anche se posizionati ideologicamente e politicamente sono tenuti a seguire ben precisi e rigorosi indirizzi deontologici.



Restando agli agit-prop, fa sorridere (volendo ricorrere ad un’espressione indulgente) un Corradino Mineo, quando annuncia adrenalinico e trionfante il presunto successo bellico iraniano (“ha dimostrato stanotte di poter rispondere”, “ha mandato una pioggia di droni e missili su Israele ma non ha affondato il colpo”) e mette in guardia circa una presunta “rete di solidarietà atomica” composta da Russia e Cina, che a tutto ambiscono fuorché  a scomparire dalle mappe sacrificandosi per gli ayatollah.

Appunti di comunicazione- La Prima Repubblica, gli USA e quel “fuoco amico” contro l’immagine dell’Italia



Nel febbraio 1970, l’esponente democristiano, nonché vice-presidente di Alitalia, Vaccari, compì un viaggio negli USA (“missione Nita”), incontrandosi, tra gli altri, con l’allora segretario ai Trasporti americano John Volpe e con l’allora assistente presidenziale e addetto ai rapporti con i media Herbert Klein.

Nel corso della missione, Vaccari invocò l’aiuto di Washington a favore della DC, per arrivare ad elezioni anticipate così da liquidare la formula del centro-sinistra e per il contenimento del PCI. Stando alle sue parole, in ragione del suo “carattere latino” il popolo italiano era sovente “motivato non dalla logica, ma dalla psicologia” e l’Italia era “un Paese dove la democrazia è giovane. In alcune sue zone (storicamente sottosviluppate) lo stesso concetto di democrazia rappresentativa è difficile da far comprendere e quindi applicare”.

Oltre a confermare quella che era la tendenza ad ingigantire i problemi della Penisola in modo da ottenere il sostegno degli alleati, prassi tipica del conservatorismo italiano del tempo (il riferimento non è alla sola DC), l’episodio dimostra come per raggiungere l’obiettivo certi esponenti di spicco della politica nostrana non esitassero a far leva sui peggiori stereotipi degli anglosassoni sui popoli latini e mediterranei (L. Guana).

Nota: in quella come in altre occasioni, l’aiuto americano non sarebbe arrivato, almeno nelle forme e nelle modalità richieste. Il “mito” dell’ingerenza dell’alleato d’oltreoceano nella politica italiana è in parte da sottoporre a revisione

Il mondo filo-russo, il Kosovo, il Donbas e le catene del passato

E’ interessante notare come il movimento d’opinione filo-russo invochi l’indipendenza per il Donbas (dove i russi sono circa il 39% e non si verificarono mai tensioni etniche fino all’arrivo di Putin) ma non per il Kosovo (dove la popolazione albanese arriva al 93%, è presente dal XIV Secolo e l’Islam ingloba il 96% dei fedeli) e condanni le ingiustizie, vere o presunte, di Kyïv verso la minoranza russa ma taccia di fronte a quelle, ben note e documentate, dei serbi ai danni di albanesi, bosgnacchi e musulmani (anch’essi tuttavia non immuni da colpe, anzi).

Un approccio senza dubbio ideologico, basato di nuovo su schemi tipicamente novecenteschi e quindi in gran parte superati, anche volendo considerare che la Serbia di oggi un Paese integrato nei sistemi occidentali, candidato per l’adesione all’Unione Europea.

E’ interessante notare come il movimento d’opinione filo-russo invochi l’indipendenza per il Donbas (dove i russi sono circa il 39% e non si verificarono mai tensioni etniche fino all’arrivo di Putin) ma non per il Kosovo (dove la popolazione albanese arriva al 93%, è presente dal XIV Secolo e l’Islam ingloba il 96% dei fedeli) e condanni le ingiustizie, vere o presunte, di Kyïv verso la minoranza russa ma taccia di fronte a quelle, ben note e documentate, dei serbi ai danni di albanesi, bosgnacchi e musulmani (anch’essi tuttavia non immuni da colpe, anzi).

Un approccio senza dubbio ideologico, basato di nuovo su schemi tipicamente novecenteschi e quindi in gran parte superati, anche volendo considerare che la Serbia di oggi un Paese integrato nei sistemi occidentali, candidato per l’adesione all’Unione Europea.

Appunti di storia : La “profezia” di Reagan

Già negli anni ’60, Ronald Reagan fu uno dei pochi a predire che l’URSS avrebbe vissuto uno scontro tra i politici e i militari, da un lato, e i cittadini-consumarori (frustrati) dall’altro. Oltre a non permettere a Mosca di inseguire un eventuale riarmo americano e occidentale su ampia scala, questo conflitto avrebbe portato al crollo del regime sovietico.

La Storia validerà la tesi di Reagan, il quale riuscì a trascinare nelle secche l’avversario proprio con una politica di massiccio riarmo (che ebbe anche lo scopo di ridare fiducia agli americani ed agli alleati).

Nota: numerosi “addetti ai lavori”, come ad esempio gli analisti dei servizi segreti occidentali, avevano comunque previsto già allora il crollo del blocco orientale entro breve tempo

Appunti di comunicazione : La sinistra, il linguaggio di genere e il cittadino “idiota”

Debitrice dell’austero pedagogismo marxiano e di realtà come la Scuola di Francoforte, una parte della sinistra ha un’opinione fondamentalmente negativa delle masse, viste appunto come soggetti da emancipare, da elevare (funzione didascalica e “civilizzatrice” che assegna a sé stessa). Ciò a maggior ragione ed ancor di più in Italia, dove la sinistra comunista, post-comunista ed i suoi alleati non sono quasi mai stati premiati dagli elettori a livello nazionale, elemento che ha contribuito ad aumentare il loro distacco e la loro diffidenza dall’ “uomo della strada”, dall’ “everyman”.

Da qui, anche da qui, ha origine lo sdegnato e stizzito rifiuto di abbandonare o sospendere polemiche come quella sul “linguaggio di genere” (tematica che ha comunque una sua dignità e importanza), così da non allontanarsi da un cittadino che, almeno nell’attuale momento storico, le ritiene secondarie o strumentali, e forse non a torto.

Il cittadino, l’ italiano “medio”, è insomma, dalla prospettiva di costoro, un ingenuo ed un rozzo, inconsapevole di quel che dice e dei suoi reali bisogni.

La Russia e il falso mito del generale passato

Cosa ben nota, il movimento d’opinione filo-russo utilizza frequentemente il richiamo alle vittorie su Hitler e Napoleone come prova della capacità militare della Russia odierna.

Oltre a risultare omissiva, poiché vengono dimenticate e ignorate le moltissime sconfitte e difficoltà degli eserciti russi nel passato, anche contro avversari modesti (si pensi a Polonia e Finlandia*) e a basarsi su evidenti manomissioni storiche, intenzionali o non volute che siano (1: quella su Napoleone non fu propriamente una vittoria sul campo di battaglia 2: nel 1941-1945 la Russia era parte di uno Stato diverso e molto più vasto e potente, l’URSS, impegnato su un unico fronte a differenza degli avversari e che poté contare sul sostegno decisivo degli alleati occidentali), una simile scelta comunicativa è, soprattutto, irrazionale, dal momento in cui è imperniata sul mito di vicende troppo lontane dalla nostra, svoltesi in epoche troppo diverse dalla nostra.

Quest’ultimo punto rivela tutta la “romantica” e disperata distanza dalla realtà di una parte dei sostenitori del Kremlino e/o dei loro target, legati ad un’idea della Russia superata dai tempi e dagli eventi, ad un cliché di grande o super-potenza che non ha riscontri pratici e fattuali, come dimostrano, tra gli altri, i problemi in Ucraina, gli indicatori economico-sociali del Paese ed i rapporti con Pechino.

Nonostante le sue enormi potenzialità e l’innegabile crescita degli ultimi anni, l’odierna Federazione Russa è infatti una “regional power”, un Paese del Secondo Mondo che basa il proprio prestigio muscolare su un arsenale nucleare che non può usare e le cui reali condizioni destano più di una perplessità. Non capirlo, od ostinarsi a non volerlo capire, porta al disorientamento davanti agli smacchi contro l’esercito di Kyïv, a previsioni “a-là” Orsini destinate con inesorabile puntualità a fallire.

*gli agit-prop filo-russi ricorrono in questo caso alla tecnica (fallacia logica) del “Cherry Picking”

Natalia Ginzburg e gli italiani

Natalia Ginzburg – Levi era una comunista (parlamentare del PCI), quindi anche per questo, o forse innanzitutto per questo, non apprezzava l’Italia e gli italiani, tracimando in banalizzazioni come quella che molti stanno riciclando sui social nelle ultime ore. Il disappunto verso un popolo che non premiava il suo partito e l’anti-italianismo come rifiuto di qualsiasi afflato identitario in nome di un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano e per effetto del tabù dell’esperienza fascista.

Quei manager dallo stile sovietico

In data 30 giugno 1987 il Soviet Supremo promulgò la legge sull’ “Impresa di Stato”, tre capitoli, venticinque articoli ed un preambolo contenenti la nuova organizzazione dell’economia sovietica.

Concorrenza, competizione, autodeterminazione, valorizzazione del merito, liquidazione delle impese improduttive e distribuzione dei profitti in base al merito erano i passaggi-chiave della riforma, per mettere l’economia sovietica al passo con i tempi e con l’Occidente e superare quella penuria e quella scarsa qualità dei beni di consumo da sempre tra le grandi debolezze del gigante euro-asiatico.

Si muoveva in questo senso pure il progetto di legge sul “Sistema Cooperativo in URSS”, pubblicato pochi mesi dopo (6 marzo 1988).

Benché vincolata ai pani quinquennali e annuali, al principio del “centralismo democratico” e ai dettami fondativi del Socialismo, la riforma poggiava su ambizioni e obiettivi sotto certi aspetti impensabili anche in taluni paesi occidentali, ieri come oggi.