Appunti di comunicazione “Tigre di carta”; quando le parole fanno più male delle sanzioni



La reazione emotiva di Peskov e Medvedev alle dichiarazioni di Trump (la Russia come “tigre di carta”) è dovuta al fatto che il tyconn ha toccato un nervo scoperto per la leadership putiniana. “Middle power” in concreto, alle prese con problemi strutturali mai risolti e che la guerra in Ucraina ha ulteriormente evidenziato ed enfatizzato, la Russia gioca infatti su una comunicazione  psicologica (PsyOps) focalizzata sull’ingigantire la percezione della propria forza. Questo, facendo ad esempio leva sul proprio passato,   sul proprio arsenale non-convezionale, sulle proprie dimensioni geografiche e sulla personalità del proprio leader, elementi che attivano nel target occidentali distorsioni interpretative e cognitive complesse e correlate quali l’ “escalation bias”, la “fallacia della deterrenza assoluta”, il “worst case thinking bias”, il  “negativity bias”, l’ “hostile attribution bias” l’ “euristica della disponibilità”, ecc.

Con le sue parole, Trump ha in un certo senso fatto cadere il velo della retorica persuasiva russa; se al contrario si fosse trattato di una esagerazione, e se i russi fossero davvero sicuri dei propri mezzi, la replica sarebbe stata ben più rilassata, se non assente.

“Immagine” e “identità” si fondono, invece, per Mosca. Se cade la prima, cade la seconda. Nota: è bene precisare come non solo il cittadino “comune”, ma pure analisti strutturati, tendano spesso a cadere negli errori interpretativi sopracitati, scoprendo il fianco alla suggestione propagandistica del Kremlino (quando è diretta alle élites, si parla di “treetops propaganda”).

A pungerli sul vivo potrebbe essere anche il fatto che Trump ha rispolverato una metafora che coniò Mao, in riferimento all’Occidente

https://www.agi.it/estero/news/2025-09-23/attacco-trump-onu-discorso-ue-russia-gaza-33309491/?fbclid=IwdGRjcANAwNhjbGNrA0DA1GV4dG4DYWVtAjExAAEe4cXoSZqp23GIUiJOfNwM0CvAxUZNkfc0QvFzEVS5zP1CP7eRbkppt83CWJ0_aem_DZgAaFdHhZdspcBlQXSmvw

Appunti di comunicazione Sconfinamenti, allarmi, terze guerre mondiali e il paradosso del gorilla: perché Mosca non vuole l’escalation e perché l’Occidente lo sa bene



Parlando (già in un romanzo del 2017) di un’ipotetica vittoria russa sulle democrazie occidentali in meno di una settimana, tesi peraltro giudicata non credibile dalla stragrande maggioranza degli analisti, l’ex vice-comandante NATO Richard Shirreff intendeva delineare quello che è potenzialmente il quadro più estremo per noi. Come sempre, tuttavia, i media italiani hanno riportato la notizia in maniera allarmistico-distorsiva, e questo per ragioni politiche, commerciali e per incapacità analitica. Volendo rendere l’idea, io sono un maschio adulto di 190cmx90kg, faccio pesi e pratico sport da combattimento, il che mi dà una chance pari allo 0,000001% di avere la meglio su un gorilla silverback. Seguendo la traiettoria logica di certa stampa, “vincerei” senza problemi sul primate, perché quello dello 0,000001% è, per lui, lo scenario probabilisticamente peggiore. Nella realtà, mi ucciderebbe, con un paio di zampate.

Benché sia innegabile che il revanscismo putiniano abbia fatto un salto di qualità, cosa che rende indispensabile l’ampliamento ed il rinnovamento delle forze armate del blocco atlantico, ad oggi non c’è però alcun elemento concreto che indichi l’imminenza di un attacco russo, la possibilità di un’escalation.

Più nel dettaglio:

1) il blocco atlantico ha una schiacciante superiorità sotto il profilo militare, tecnologico, economico, demografico, politico

2) Vladimir Putin ha riconosciuto in più occasioni tale superiorità

3) al di là della durezza retorica e di talune provocazioni (all’ordine del giorno ai tempi della Guerra Fredda), Vladimir Putin è sempre stato attento a non avvicinarsi davvero alle linee rosse dell’avversario

4) una guerra con la NATO, persino senza gli americani*, sarebbe devastante per la Russia, che già non riesce a prevalere nel teatro ucraino, non solo sul versante militare, ma pure su quello economico (le sanzioni diventerebbero totali e spietate) , geopolitico (Mosca si ritroverebbe quasi del tutto isolata) e socio-politico (la mobilitazione totale determinerebbe un malcontento incontrollabile, in primis nelle fasce più avanzate e giovani della popolazione)

5) la Cina punta alla crescita economica e non al suicidio termonucleare. Anche un blitz su Taiwan sarebbe un’incognita inaccettabile, per: a) l’estrema difficoltà logistica rappresentata da un’isola montuosa e con pochi approdi disponibili b) il già citato intervento occidentale (USA più, quasi per certo, Australia e Giappone) c) la potenza militare di Taiwan, ben  equipaggiato con missili anti-nave, mine navali e droni a respingere un attacco come quello cinese d) le conseguenze economiche catastrofiche che  deriverebbero per il Dragone, la cui economia è strettamente dipendente dal commercio e dalla tecnologia globale e) il collasso globale dei semiconduttori, della cui produzione Taiwan è leader che colpirebbe ogni settore e l’economia cinese stessa f) Pechino non è un alleato della Federazione Russa, ma un suo nemico storico ed esistenziale

E allora, per quale motivo lo Zar provoca?

Ci sono molte ragioni a riguardo. Ad esempio:

1) suggestionare e dividere l’opinione pubblica avversaria (propaganda “esterna”, “grassroots propaganda”), oggi soprattutto quella dei paesi confinanti. A tale scopo rispondono anche esercitazioni quali  “Zapad 2025” ed il mostrarsi in tuta mimetica

2) galvanizzare la propria opinione pubblica, mediante azioni “a basso costo” (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”)

3) presentare alla propria opinione pubblica le reazioni occidentali come prove di un odio anti-russo, così da avere argomenti forti per aumentare l’impegno militare in Ucraina e rafforzare la propria immagine (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”, “‘rally ‘round the flag effect”)

ATTENZIONE: non lo fa per testare le difese NATO, come suggerito dal cosiddetto “mainstream” , perché in caso di attacco reale la reazione dell’Alleanza sarebbe immediata, automatica ed automatizzata, bypassando il potere politico

Le provocazioni sono pericolose?

No. La NATO sa bene di cosa si tratta e Putin fa attenzione a non valicare certi limiti inaccettabili. Non è inoltre da escludere che il Kremlino “avvisi” l’Occidente, attraverso alcuni canali militari particolari, appunto per evitare escalation, cosa che succedeva spesso ai tempi della Guerra Fredda. Entrambi mostrano i  muscoli, Mosca con le provocazioni e noi minacciando ritorsioni e abbattimenti, ma avendo ben presenti “regole” e confini.

Esiste un pericolo reale?

-solo se l’economia russa o l’esercito russo collassassero in modo plateale e irreversibile, ma è un’eventualità che gli stessi Alleati non vogliono, sia con Biden che con Trump, preferendo logorare Mosca in una lunga guerra di attrito. Pensare di rilanciare la propria economia attaccando la NATO,  equivarrebbe a voler curare un problema ad un piede amputando la gamba, una scelta semplicemente irrazionale per quanto suggestiva. In teoria andrebbe contemplato lo spettro “groupthink”, tuttavia la catena di comando russa è esperta ed articolata.

Perché in Occidente c’è un clima da apocalisse alle porte?

Si tratta, di nuovo, innanzitutto di forme di propaganda “grassroots” , elaborate per convincere l’opinione pubblica della bontà delle politiche di riarmo (in questo giocano un ruolo massiccio anche motivi di natura economica, si pensi alla Germania). Ancora, PsyOps per dimostrare ai russi di essere in stato di prontezza. Il resto lo fa un sistema mediatico/informativo che, soprattutto in Italia, vira sull’allarmismo per le ragioni già citate. Un copione già visto nel 2020-2022, seppur con contorni differenti.

*le teorie sull’inazione di Trump davanti ad un attacco russo non hanno, ad oggi, alcun riscontro affidabile

Appunti di comunicazioneKatharina l’incoerente: un paradigma “indipendentista”



Katharina Zeller ha ovviamente il diritto di sposare posizioni indipendentiste, ma non dovrebbe, nel caso, ricoprire cariche istituzionali, rappresentando quindi lo Stato italiano, giurando fedeltà ad esso e ricevendo, da esso, compensi in denaro ed altra forma.

La scusa addotta è invece una grave mancanza di rispetto alle donne, che strumentalizza (“mi sono opposta a un gesto provocatorio, teso a presentarmi come una bambina infantile obbligata ad ubbidire a un esperto uomo maturo” ), ed  alla stessa causa secessionista, che rinnega, di fatto, nascondendosi appunto dietro ad un escamotage.

Nota: l’Alto Adige fa geograficamente parte della regione fisica italiana e fu abitato, in origine e per lunghissimo tempo, da popolazioni italiche (la “germanizzazione” è successiva). Si tratta comunque di uno dei modelli più riusciti di convivenza tra culture ed etnie diverse, indicato come possibile esempio anche nella disputa ucraino-russa.

Appunti di comunicazione – Meloni l’italiana: molto più di una passerella



L’Italia si è sempre contraddistinta (e questo già prima del 1860) per la qualità della sua diplomazia, elemento andato rafforzandosi dopo il 1945 allorché  i limiti, formali ed informali, imposti dalla sconfitta, hanno indebolito l’ “hard power” di Roma in maniera significativa.

La visita di Giorgia Meloni a Washington andrà pertanto letta all’interno di tale quadro storico-politico; scegliere la linea “dura” contro un alleato così importante, oltretutto in una fase così delicata per l’intero blocco occidentale/atlantico e tenendo conto della psicologia di Donald Trump, sarebbe un errore dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche e irreversibili e la PdC ne è consapevole. Preferibile sarà dunque cercare il dialogo, laddove possibile e fin quando possibile, memori del fatto che in ogni caso la Casa Bianca cambierà inquilino tra tre anni. Chiedere un approccio oltranzista e muscolare, simmetrico, sull’onda dell’ avversione ideologica per “The Donald” (e per Meloni stessa), è invece un approccio ideologico, emotivo, tarato sul breve/brevissimo periodo, su una presunta contingenza del momento o, peggio, su interessi particolari.

Non va inoltre dimenticato come Meloni abbia “tenuto il punto” di fronte a Trump, dando prova di carattere e ribadendo, al contrario o meglio di altri, concetti e valori fondamentali per il mondo democratico, non in ultimo riguardo la questione ucraina. Molto più, insomma e volendo concludere, di un’inutile od autoreferenziale passerella.

“La vera diplomazia mira a coltivare un terreno fertile per la cooperazione duratura, indipendentemente dal giardiniere di turno.”

Appunti di comunicazione – Cosa manca davvero nel kit di “sopravvivenza”



Quello dell’improbabile Hadja Lahbib è molto più di un pittoresco siparietto, ma risponde ad una precisa strategia politico-comunicativa (non a caso è stato diffuso dai canali YouTube della Commissione).  Sebbene sia difficile individuarne con certezza gli obiettivi, è possibile delineare, con un certo margine di ragionevolezza, alcune ipotesi:

1) un “ballon d’essai”, con cui sondare i sentimenti dell’opinione pubblica

2) un tentativo di “alleggerire il clima”, in una fase percepita come critica

3) preparare psicologicamente il cittadino a quelli che si ritengono scenari futuribili

4) convincere, mediante un richiamo velatamente terroristico, il cittadino della bontà dei programmi di riarmo (che, è bene ricordare, sono a scopo di deterrenza e distraggono una cifra irrisoria rispetto al PIL della UE)

5) inviare un messaggio a Putin (“attenzione, siamo pronti”)

Ad esclusione dei punti 2 (due) e 5 (cinque) saremmo, di nuovo, di fronte a PsyOps mosse dal presupposto che i cittadini siano “stupidi”, incapaci cioè di elaborare spiegazioni più articolate e mature. Verrebbe insomma “rispolverato” lo stesso approccio, opaco, odioso e paternalistico, usato nel biennio “pandemico”, dimenticando quanto esso abbia contribuito a minare la credibilità delle istituzioni. Se tuttavia poteva risultare facile allarmare l’ “uomo della strada” agitando la minaccia, comunque concreta (almeno per una parte della popolazione) di un virus, ben più difficile sarebbe convincerlo, e con questi mezzi,  della concretezza e credibilità dell’ipotesi di un’invasione su larga scala messa in atto da un Paese lontano (almeno per l’Europa occidentale), oltretutto in gravi difficoltà sul piano economico-militare.

Le stesse considerazioni varranno per il governo italiano: quando ad esempio Crosetto dice che l’Italia non sarebbe in grado di resistere ad un blitz simile a quello subito da Israele nell’ottobre 2023, cosa intende? Forse che la Russia (perché il riferimento era quello) potrebbe invadere lo Stivale? E come? Per “corrispondenza”? Oppure, c’è altro?

Aumentare subdolamente il carico di stress emotivo e tensioni, non avrà altro esito che quello opposto, inducendo la gente a sganciarsi da qualsiasi progetto contrappositivo rispetto a Mosca e Miensk.

Se le leadership continentali vogliono ricomporre lo strappo con un segmento consistente dell’opinione pubblica, anche in modo da elaborare soluzioni di contrasto alle minacce esterne ed interne di qualsiasi natura, dovranno come prima cosa adottare una postura il più possibile trasparente ed onesta. Quella va messa nel kit e per molto più di 72 ore.

Appunti di comunicazione – Trump tra bastoni, cannoni e idiozie inopportune: una possibile spiegazione


E’ bene augurarsi che le uscite di Donald Trump su Groenlandia, Canada, Danimarca, Canale di Suez e di Panama, rientrino soltanto in una strategia comunicativa volta a “compensare” il proprio elettorato in vista dell’adeguamento ad un profilo più basso ed istituzionale, nella forma e nella sostanza.

Un ritorno alla “diplomazia delle cannoniere” e alla “dottrina del “lungo bastone”, se non proprio a blitz neo-imperiali, sarebbe infatti inaccettabile e gli costerebbe probabilmente (non essendo, gli USA, la Russia), la destituzione e l’arresto.

Derubricarle a semplici ed innocue “battute”, è, in ultima analisi, puerile e fuori luogo, considerando che ha già fatto simili esternazioni in campagna elettorale ed alla luce dell’importanza della sua posizione, della “particolarità” del suo background nonché della complessità dall’attuale momento storico.

Nota: data l’età del presidente-eletto, non si può escludere a priori nemmeno una degenerazione delle sue facoltà cognitive

Jimmy Carter: il dovere del tributo (e di alcune puntualizzazioni)



Uomo del Sud rurale, devoto, imprenditore e lontano dai vertici del Partito Democratico, Jimmy Carter riuscì ad accreditarsi come la nemesi di quel modello di potere entrato in affanno con gli scandali che avevano travolto la presidenza e la vice-presidenza degli Stati Uniti (Nixon e Agnew), con la sconfitta vietnamita e la crisi economica del 1973-1975. 

La sua sobrietà e il suo rigorismo etico di memoria jeffersoniana e jacksoniana si rilevarono però, sul lungo periodo, delle armi  doppio taglio, imbrigliandone spesso l’azione e facendolo apparire come un pessimista incapace di risollevare le sorti del Paese, secondo un cliché sfruttato abilmente da Ronald Reagan (suo rivale nelle presidenziali del 1980).

Fu comunque un buon presidente (non solo un ottimo ex presidente) ed un uomo perbene, cui la Storia riconosce oggi i meriti e la statura, non più sottovalutato come un Andrew Jackson od un Chester Arthur.

* emblematico  a riguardo il cosiddetto “malaise speech”, un discorso alla nazione del 1979 per il quale Carter fu accusato di pessimismo e rassegnazione. Anche il ripensamento del “linkage” nixoniano (politica del “bastone e della carota” con l’URSS), che Carter giudicava un inaccettabile compromesso sulla difesa dei diritti umani oltrecortina, fu visto da molti come il motivo della nuova fase di tensione con Mosca

La Crisi degli ostaggi del 1979, tra Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora  Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di  una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto  sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.  Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.  Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciònonostante, è possibile constatare  come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come  da programma, probabilmente i pur  abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan,  si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del  governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh,  da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma  il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché  i repubblicani erano riusciti  ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Le dimensioni della lezione siriana e perché (forse) non sarà ascoltata


Con la Siria, Mosca perde un alleato storico, di primaria importanza non solo per la garanzia delle basi sul Mediterraneo. Soltanto gli agit-prop del Kremlino, o quel segmento meno obiettivo del movimento d’opinione filo-russo, possono di conseguenza credere e sostenere che Putin abbia abbandonato Assad al proprio destino perché poco interessato alla questione siriana. La verità è che, non essendo una potenza globale ma regionale, la Russia  odierna non ha la capacità di coprire in modo adeguato più fronti, il che dovrebbe suggerire allo “Zar” di accettare l’ipotesi di un progetto trumpiano sul solco del 1953, così’ da concentrarsi sulla ricostruzione economia (ottenendo, non in ultimo, l’eventuale fine delle sanzioni) e sulla difesa degli interessi nel resto del mondo, ad esempio in Africa ed Asia.

E’ tuttavia probabile che Putin non accetterà. Personaggio formatosi in un’epoca completamente diversa da quella attuale, per lui l’Ucraina ricopre un’importanza irrinunciabile, soprattutto per ragioni storiche (a tal proposito, è bene ricordare come non sia l’Ucraina a “derivare” dalla Russia” bensì il contrario). L’assenza di un autentico dibattito interno, della possibilità di un confronto aperto con il suo staff, lo imprigiona inoltre in una sorta di “caverna di Platone”, impedendogli l’elaborazione di un quadro lucido e realistico della realtà; nella sua visione delle cose, l’Occidente si stancherà, consegnando l’Ucraina alla Russia la quale, nel volgere di poco tempo, potrà edificare il sogno della Novorossija, magari allargata a Miensk.

In quel caso, Trump non rafforzerà, almeno da subito, il sostegno militare e finanziario a Kyïv (anche per non “rimangiarsi” le promesse elettorali), ma ricorrerà alla leva economica, si pensi all’intensificarsi delle sanzioni ed all’abbattimento del prezzo del petrolio (“a-là Reagan”), ma tutto dipenderà dal Kremlino. Qualora l’ “Orso” dovesse inasprire ulteriormente le relazioni con Washington e/o aumentare l’impegno bellico, allora la Casa Bianca metterà in atto risposte simmetriche, che potrebbero tradursi persino in un confronto diretto. Un’azione rivolta agli oligarchi e ai loro interessi, dovrebbe ad ogni modo essere sufficiente per l’avvio di un “regime change” nella Federazione Russa. Chi scrive sarebbe sorpreso se, a queste condizioni, il potere di Vladimir Putin  dovesse durare oltre il prossimo biennio.

Appunti di comunicazione -Lapsus Lavroviano (di nuovo)



“La Russia è pronta a usare ogni mezzo per evitare che l’Occidente le infligga una sconfitta strategica”; così il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, in un’intervista al giornalista americano Tucker Carlson. In parallelo, le consuete minacce apocalittiche, stavolta basate sull’inesistente “arma segreta” (il missile “Oreshnik”).

Non è la prima volta che Lavrov cade in “lapsus” di tal genere. “Lapsus” perché ha fatto riferimento all’eventualità di una “sconfitta strategica”, concetto  che non dovrebbe trovare spazio nella retorica russa, così come viene impostata dal Kremlino.

Ancora, Lavrov può lanciare in questo modo un “frame” capace di insinuare il dubbio nell’opinione pubblica del suo Paese, forse già meno compatta di quel che vorrebbe far credere il regime.

La (prevista e prevedibile) parabola del M5S


Già oltre dieci anni fa previdi, in alcuni articoli realizzati per testate di settore e proiezioni per i clienti, la parabola del M5S, ciò che oggi sta vivendo. Non che il sottoscritto possieda chissà quali abilità analitiche o divinatorie, ma era sufficiente una conoscenza, anche basica, della politica italiana, della sua storia e di certe dinamiche della psicologia sociale, per giungere alla stessa conclusione.

Questi soggetti hanno infatti nel loro punto di forza, cioè l’ostensione dell “alterità” e della trasversalità, la loro stessa debolezza; solo con l’isolamento potranno conservarle, tuttavia esso porterà, alla lunga, all’inazione più inutile ed al conseguente abbandono da parte del cittadino. Entrare invece nella “stanza dei bottoni” farà smarrire loro la “verginità”, piegandoli a quegli obblighi e compromessi derivanti dall’arte del governare (vincoli di bilancio e normativi, alleanze internazionali, “deep state”, ecc). A ciò si aggiungeranno la ricattabilità e la scarsa affidabilità di una classe dirigente composta in buona parte da deputati e senatori di fatto “presi dalla strada” (condizione di per sé non disdicevole), i quali ben difficilmente saranno pronti a rinunciare ad uno status ottenuto quasi all’improvviso ed in modo inaspettato.

Il paragone con la Lega e il futuro del Movimento

L’accostamento con la Lega Nord potrebbe essere fuorviante, perché per il Carroccio l’antipolitica non era un elemento centrale bensì subordinato ad un discorso di tipo localistico-identitario (cosa che gli assicurava e gli assicura un radicamento nei territori, che ai grillini, di nuovo, manca). E’ vero che il M5S non si esauriva, neanche nei giorni migliori, nella progettualità del “vaffa”, tuttavia “sklills” come il pragmatismo liquido hanno sempre avuto un peso relativo, almeno nella percezione dell’elettorato. La creazione di Grillo e G.Casaleggio era forse più simile all’UQ gianniniano (anch’esso paragonato spesso alla Lega*), forza estintasi nel volgere di pochi anni. Se poi Salvini è riuscito a ridare linfa al suo partito trasformandolo da forza “localista” a nazionalista”, andando con naturale facilità a riempire spazi liberati dalla scomparsa di protagonisti quali AN, il futuro dei cinque stelle appare incerto e da definire e definirsi, non in ultimo pensando alla difficoltà di inserirsi come alternativa di sinistra ad un PD targato Schlein. I “lumbàrd” potevano inoltre contare, volendo concludere, su una serie di dirigenti esperti e rodati, opportunità di cui il M5S non dispone anche a causa del vincolo dei due mandati e dell’autoritarismo dei fondatori; è, questo, un “vulnus” che li ha costretti a cercare un leader altrove, un Giuseppe Conte estraneo alla loro tradizione e che, infatti, li sta portando non solo a collezionare sconfitte su sconfitte ma pure a snaturarsi.

*a riguardo mi permetto di consigliare il saggio “La Lega qualunque”, di A. Sarubbi. Pur non condividendone l’impianto di base (il paragone tra Carroccio e “torchietto”), trovo offra spunti di un certo interesse