L’ “addomesticamento” di Tsipras: un destino inevitabile anche per “Podemos”.

Finance ministers meeting“Rispetteremo i nostri obblighi sul prestito verso la BCE e il FMI”, queste le parole del primo Ministro greco Alexīs Tsipras, due giorni fa.

Una turning point prevedibile per il giovane leader di Syriza, consapevole di non avere le coperture e il peso contrattuale per un braccio di ferro con l’attuale governance europea né per la realizzazione del suo programma ispirato al newdelismo rooseveltiano.

Un destino che attenderebbe anche lo spagnolo “Podemeos” (movimento di sinistra nato sul modello del M5S italiano) qualora dovesse accedere a Palazzo della Moncloa, data la precarietà dei conti del Paese e la debolezza di Madrid nei consessi internazionali.

La crescita e l’affermazione di soggetti apertamente ostili all’attuale, miope, politica di rigore, sarà senza dubbio destinata ad imprimere un cambiamento nelle linee di indirizzo di Bruxelles/Strasburgo e Francoforte, ma senza “shift” decisivi, sostanziali e traumatici a vantaggio di progettualità di segno socialista.

Perché il Patto del Nazareno non finirà in archivio.

berlusconi mattarella renziIl “patto” del Nazareno non naufragherà dopo la collisione contro l’iceberg Mattarella, perché troppo utile ad entrambi i “contraenti”.

Nel caso di Renzi, perché i voti di FI costituiscono una stampella necessaria per chi ha alle spalle un partito diviso (il PD) e regge un esecutivo insieme ad una forza piccola e collocata nell’emisfero ideologico opposto (il NcD). Inoltre, il Premier potrebbe temere ( a ragion veduta) la macchina editoriale berlusconiana, fino ad oggi mai utilizzata a pieno regime contro l’ enfant prodige della politica nazionale ma capace, in passato, di spezzare le gambe a qualsiasi rivale del tycoon meneghino.

Nel caso di Berlusconi, l’ex Cavaliere sa invece di non poter più contare su una vittoria elettorale (o quantomeno su un suo ingresso a Palazzo Chigi oppure al Quirinale), dunque mira e mirerà a giocarsi sul tavolo del compromesso le poche fiches rimaste , alla ricerca di un “do ut des” che, ad esempio, lo faccia uscire il più possibile indenne dalla tagliola giudiziaria.

All’orizzonte, dunque, nessuno “shift” del “balance of power” attuale.

Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.

In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.

Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).

Quando l’erba greca è sempre la più rossa.

Da un assist: per una certa sinistra, dal Patto Molotov-Ribbentrop in avanti sono esecrabili soltanto le alleanze degli altri.

Giusto, responsabile e legittimo che Tsipras cerchi con ogni mezzo la governabilità in una fase tanto delicata per il suo Paese, ma è del tutto fuori luogo e puerile tentare di nascondere la componente xenofobo-populistica di ANEL dietro a bizantinismi retorico-concettuali ed attribuire alle grandi intese greche una dignità maggiore rispetto a quelle italiane

Adesso sono tutti greci. Ieri erano francesi (i miracoli di Hollande), l’altro ieri americani (Yes, we can), una settimana fa spagnoli (Viva Zapatero). Passano sopra in scioltezza anche all’assenza di donne, nell’esecutivo greco. Loro, i “paladini” delle quote rosa. Sono un fenomeno di costume, più che politico, folkloristico e divertente, se presi senza impegno.

Tsipras e la Grecia tra rischi ed opportunità.

Quello che arriva dalle urne greche è un segnale, preciso e senza dubbio importante, rivolto sia all’attuale governace europea che ai movimenti d’opinione ostili a Francoforte e Bruxelles.

Nel primo caso, perché per la prima volta dallo scoppio della crisi (2008-2009) un Paese dell’Eurozona vede il trionfo di una forza dichiaratamente refrattaria all’attuale indirizzo rigorista, nel secondo perché la comunità maggiormente colpita dalla recessione ha scelto di affidarsi ad un partito che è, si, di rottura, ma europeista, lasciando ai margini le proposte di segno più estremistico (Alba Dorata e KKE).

Nel futuro prossimo di Alexīs Tsipras c’è tuttavia una sfida che si presenta come difficile, difficilissima, non soltanto per lo stato dei conti pubblici greci (che non consente l’attuazione delle promesse elettorali newdiliste di SYRIZA ) ma anche per la scarso peso di Atene nei consessi internazionali, fattore che impedisce al Paese di avere una forza contrattuale reale e vincolante (a differenza di Italia, Francia e Spagna).

Sembrano dunque esserci tutte le condizioni per fare del giovane ingegnere ateniese una “lame duck”, salvo il ricorso a coup de théâtre inattesi; uno di questi, potrebbe essere una sterzata strategica verso Oriente, con la vendita di quote del debito greco a Pechino (come fece il Portogallo nel 2010), una strada vantaggiosa anche per la Cina che ha la necessità vitale di uno sbocco sul Mediterraneo e che già dispone di una presenza massiccia sul Pireo.

Quello che 60 milioni di esperti di terrorismo, politica internazionale, traffico d’armi e giornalismo d’inchiesta devono sapere.

Ad oggi, nessun elemento può indurci ad affermare con sicurezza che:

A) Marzullo e Ramelli siano state rapite da nuclei terroristici e non da criminali comuni in cerca di un ingiusto profitto

B) Sia stato pagato un riscatto per il loro rilascio

C) L’eventuale riscatto ammonti a12 milioni di euro

D) L’eventuale riscatto servirà all’acquisto di armamenti.

Si tratta, gioverà ricordarlo, di elementi gestiti dall’intelligence, dunque coperti dal segreto ed impermeabili all’irruzione mediatica.

Perchè le cooperanti non sono come Moro e come le vittime dell’anonima sequestri. Anatomia di una semplificazione.

Tra le polemiche che, puntualmente, accompagnano la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio nelle zone di guerra, il pagamento di un riscatto come contropartita e l’accostamento con l’ “affaire” Moro, nel quale lo Stato scelse, al contrario, la linea della fermezza.

Si tratta ad ogni modo di una semplificazione, di un paragone concettualmente approssimativo e scollato dall’analisi storica, destinato al ridimensionamento quando messo al vaglio di un lavoro di scavo sufficientemente approfondito.

Se, infatti, in casi come quello Marzullo-Ramelli ad agire è ed è stato un fenomeno criminale-terroristico “esterno” e lontano, pericoloso per un numero assolutamente ristretto di connazionali, nel caso Moro l’Italia si trovava invece ad affrontare un terrorismo di tipo “endogeno”, nato nel Paese, diffuso nel Paese, in tutto il Paese, su larga scala e con potenti ancoraggi nel tessuto sociale.

Cedere alle pressioni delle BR non soltanto avrebbe dato l’idea di una debolezza delle istituzioni, incoraggiando così i terroristi (la fermezza dimostrata fu, al contrario, uno degli elementi decisivi per la sconfitta dell’eversione politica) ma avrebbe potenzialmente esposto ogni cittadino italiano al rischio di un sequestro; le BR avrebbero potuto infatti prendere in ostaggio chiunque ed in ogni momento, chiedendo la liberazione di questo o quel compagno, e lo Stato si sarebbe trovato nell’obbligo di trattare, non valendo certamente la vita del “signor Rossi” meno di quella del signor Moro.

Uno scenario dunque apocalittico, una strategia adottabile in linea teorica e pratica da qualsiasi altra organizzazione a delinquere, che avrebbe reso vani gli sforzi e l’impegno delle procure come delle forze dell’ordine, installando virtualmente i tornelli nella carceri italiane.

A rendere differenti e non sovrapponibili i due scenari, anche il ruolo di attori esterni al brigatismo nella fasi del blitz e ad esso successive, e le loro pressioni contro la liberazione dello statista democristiano, percepito (erroneamente) dal blocco atlantico-atlantista come un pericoloso ariete di sfondamento degli equilibri yaltiani.

La stessa traiettoria logica andrà applicata alla misura del congelamento dei beni in caso di rapimento, disposta dalla Legge 82 del 1991. Anche qui, si era e si è in presenza di un fenomeno criminale “endogeno”, antico, esistente e comune fin dall’epoca del brigantaggio, e consentire il pagamento di riscatti avrebbe significato esporre ogni famiglia italiana benestante o mediamente benestante al rischio di subire un’estorsione.

Parigi – Perché è sbagliato chiamarla “marcia repubblicana”.

La scelta di definire la marcia di Parigi una marcia “repubblicana” , stride e contrasta con lo spirito, ecumenizzante ed includente, annunciato come cardine e base dell’iniziativa.

L’etichetta dimostra, infatti, come intenzione dei promotori fosse quella di ribadire l’aderenza tra l’evento e i valori istituzionali francesi, appunto repubblicani, quando la kermesse ha visto la partecipazione anche di teste coronate (si pensi ai reali di Giordania) e quando l’Europa democratica include numerosi Paesi retti dalla forma istituzionale monarchica, alleati ed amici dello Stato francese.

Un errore di forma, che diventa di sostanza se sottoposto al vaglio dell’approfondimento razionale, mosso, forse, da quel sentimento bastiglista già dimostratosi pericoloso e fallimentare

Quella crepa sull’unità francese.

La facile suggestione dell’evento parigino non dovrà far dimenticare l’assenza dei rappresentanti di quello che, ad oggi, è il primo partito francese, ovvero il Front National lepenista (primo alle recenti Europee e primo nei sondaggi).

Un’assenza importante e fondamentale, non sfuggita agli analisti, che ridimensiona l’èpos mediatico dell’unità ritrovata, ponendo sul piatto più di un problema per l’Eliseo e, di conseguenza, per l’Europa

Io sono “Charlie” se rispetto chi non la pensa come “Charlie”

Essere “Charlie” significa accettare e rispettare chi ha un’idea di informazione distante da quella di “Charlie”.

Essere “Charlie” significa comprendere le ragioni di chi, come il NYT, ha deciso di non pubblicare le vignette “motivo” del massacro, le vignette di “Charlie”.

Essere “Charlie” significa guardare a chi fa satira con sensibilità e percezioni diverse come ad un arricchimento e non come ad un vigliacco, oppure ad un bigotto, o ancora ad entrambe le cose.

Altrimenti non sarete “Charlie”, ma Said, Cherif, Amedy e Hayat.

Soltanto in modo diverso.