Perché Grillo ha rovesciato il tavolo con Renzi.Forza e fragilità della politica del “niet”.

Accusare Grillo di disfattismo, protagonismo, irresponsabilità, scarso costruttivismo o, ancora, di tradimento della volontà della sua base dopo la performance con il Premier incaricato e leader democratico Matteo Renzi, significa non padroneggiare gli strumenti basilari per la comprensione e la codificazione di soggetti politici come il Movimento Cinque Stelle. Forza a trazione populistico-demagogica (nell’accezione storica e non popolare-dispregiativa dei termini), il M5S trova infatti nell’ ”alterità” (reale o presunta) e nella sua ostensione la sua punta di lancia e il catalizzatore primo del suo consenso popolare. Qualsiasi apparentamento o “appeasement” si tradurrebbe di conseguenza nella perdita di tale imprescindibile strumento di seduzione ed autopromozione (per questo l’ex comico ha voluto prendere parte al dibattito, nonostante fosse prevista soltanto la presenza dei due capigruppo pentastellati).

Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio, perché se da un lato è vero che l’isolazionismo garantisce a forze di questo genere la conservazione del loro status verginale, dall’altro le confina nell’immobilismo e nell’inutilità “de facto”, condannandole sul lungo periodo all’estinzione politica. Caso unico di partito antisistema-integrato nel sistema con un’elevata longevità, la Lega Nord riuscì a rimanere agganciata al potere per quasi un 20ennio solo ed esclusivamente in virtù del traino da parte del mercato mediatico berlusconiano e di un generale gradimento da parte dell’informazione (anche di sinistra), sedotta dalla capacità di penetrazione del partito verde nelle realtà locali e dalla sua dimestichezza nel dialogo con la “società civile”.

P.S: da non dimenticare inoltre come il M5S raccolga i suoi voti quasi ugualmente da destra e da sinistra. Legarsi ad uno dei due emisferi della politica significherebbe pertanto andare incontro ad un’emorragia di voti potenzialmente distruttiva.

Uso e abuso della Costituzione ai tempi di renziani e berlusconiani (e grillini).

Quando i padri costituenti (una comunità che spaziava dai marxisti ai monarchici con una netta prevalenza dei centristi moderati) decisero di dotare il nostro Paese di un sistema di tipo inossidabilmente parlamentare, il loro intento era quello di blindare la democrazia con una serie di dispositivi che bilanciassero gli equilibri tra i vari poter dello Stato e della politica. Ancora traumatizzata dall’ esperienza fascista e dal suo strascico bellico, l’Italia voleva intatti scongiurare il pericolo di rimanere imprigionata in un “cul de sac” come quello che aveva prodotto la dittatura tra il 1919 e il 1922.

Chi riferisce di supposte violazioni della democrazia, della libertà e della dignità dei cittadini a proposito della nomina del futuro premier senza il passaggio elettorale, dimostrerà pertanto una scarsa conoscenza della Costituzione “formale” e della storia del nostro percorso repubblicano; in Italia (come nella quasi totalità delle democrazie occidentali) il capo del governo è nominato infatti dal Presidente della Repubblica e il suo esecutivo sottoposto al voto delle Camere. Non esiste elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri o della massima carica da parte del popolo. Non esiste presidenzialismo come non esiste “premierato forte”, in nessuna delle loro declinazioni, variabili ed opzioni. (Giovanni Spadolini giunse nel 1981 a Palazzo Chigi sulla scia dell’improbabile 3% raccolto dal suo partito, il PRI, alle consultazioni del 1979, mentre il grande trionfatore dei referendum del 1993, Mario Segni, si vide poi scalzato da Carlo Azeglio Ciampi ). Improprio anche il riferimento all’attuale legge elettorale come ariete per scardinare la legittimità della nomina di Monti, Letta e Renzi, giacché il “Porcellum” “prevede l’obbligo per ciascuna forza politica di indicare il proprio capo. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.”

Detto questo, non si potrà che evidenziare la capziosa contraddizione di un segmento della sinistra (in questo caso il comparto renziano) tradizionalmente accanita sostenitrice della centralità del cittadino-elettore e del “liquidismo” democratico e impegnata adesso in un duello con la logica e con il portato storico recente , dimenticando e volendo dimenticare come dal 1994 il premier abbia comunque goduto di un’investitura popolare “de facto” e con il placet di tutti, in qualità di leader della colazione uscita vincitrice dalle urne.

Per molto meno, altri sono stati messi all’indice ed alla pubblica ordalia come tiranni e sabotatori della libertà e delle garanzie costituzionali.

Il web e gli anticorpi della democrazia. “Bufalari” e “Debunkers”

Il giovane spin doctor e giornalista Samuel Graham-Felsen è forse stato il più valido alleato di Barack Obama durante le presidenziali del 2008. Profondo conoscitore della rete, dei suoi meccanismi e delle sue inesauribili potenzialità, questo “chief blogger” fu in grado di mobilitare eserciti di simpatizzanti in tutto il Paese grazie alle piattaforme virtuali, raccogliendo ben 500 milioni di dollari (dei 700 totali) per la campagna del candidato democratico. Intervistato in occasione del Festival del Giornalismo di Perugia, così rispondeva a chi si domandava se il web non stesse rischiando di trasformarsi in un megafono per gli estremismi, ideologici come non ideologici: “Nel lungo termine, le persone impareranno ad usare meglio la rete, a sfruttarne gli strumenti per informarsi, per capire cosa accade loro intorno e per formarsi un’opinione più equilibrata che consenta di partecipare alla conversazione politica in modo sempre più civile e costruttivo”.

Benché materia ancora molto “grezza” , la rete sta infatti via via acquisendo le coordinate e gli strumenti necessari per orientarsi e far orientare nell’oceano di informe anarchia che prima la caratterizzava; prendendo ad esempio il fenomeno delle “misperceptions” (“false percezioni” o “bufale”), vera e propria piaga del virtuale, potremo notare come il loro tasso di sopravvivenza si stia sempre più riducendo. Ciò è possibile perché a coloro i quali manomettono e cercano di manomettere (consapevolmente o non consapevolmente ) la notizia, si stanno affiancando i “debunkers”, soggetti che mettono in dubbio, smascherandole, le affermazioni false, esagerate o pretenziose. “Bufale” come quella sull’abolizione dell’insegnamento della Storia dell’Arte dalle scuole italiane o, ancora, quella recentissima sull’ “arresto” (si trattava di un controllo) di Vladimir Luxuria a Sochi, hanno trovato l’immediato fuoco di sbarramento dei “debunkers”, venendo disinnescate e svuotare del loro potenziale infestante. Questo favorirà lo sviluppo e la maturazione di una coscienza critica negli internauti-cittadini, impedendo la sedimentazione e l’ossidazione del falso. La rete non consegnerà alla storia “masscult” dell’ inganno come l’ Italia “espressione geografica” di metternichiana attaribuzione e tanti altri.

La severità coerente della storiografia scientifica e la schizofrenia etica degli ideologismi

Ridimensionando, relativizzando o, addirittura, negando la tragedia italiana in Istria, Dalmazia e nella Venezia Giulia (le Foibe e l’esodo forzato dei nostri connazionali) in nome del fideismo ideologico radicale, il mistificatore (nel caso di specie quasi sempre collocato e collocabile nella sinistra massimalista) non soltanto pone in essere una falsificazione del contributo documentale ma cade, inconsapevolmente, nell’incongruenza dottrinale più evidente. Questo perché il comunismo nazionalista, identitario e imperialista promosso da leader quali Tito, Ceaușescu, Hoxha, Castro, Tôn Đức Thắng, ecc, si pone come formula altra ed antitetica rispetto ai principi dell’internazionalismo, dell’antistato e dell’inclusione sviluppati da Marx e da Lenin, rimodellando l’idea di comunità in senso più reazionario ed esclusivistico.

Proprio per aggirare questa inconciliabilità di fondo, l’ultrasciovinista Corea del Nord della dinastia dei Kim ha dato vita a partire dal 1955 allo Juche, una forma di comunismo “autarchico” e depurato dall’elemento internazionale ed ecumenico classico.

Ernesto Guevara de la Serna fu un autentico socialista (ed internazionalista), infatti Cuba e l’URSS decisero di sbarazzarsene, abbandonandolo al suo destino in terra boliviana.

“Prohibition ends at last”

Nei 18 case circondariali toscane sono detenute (dato risalente al dicembre 2013) 3.859 persone, a fronte di una capienza di 3.278 posti. Il tasso di sovraffollamento nella nostra regione è quindi pari al 117,7%. I detenuti per violazione dell’art. 73 (Legge Fini-Giovanardi) ammontano a ben il 41,4% del totale della popolazione carceraria regionale. Spostandoci sul dato nazionale,invece, noteremo come ben 26.000 detenuti su 65.000, ovvero 2 su 5, si trovino in cella per violazione della sopracitata legge. Il tasso di sovraffollamento arriva in questo caso al 152%.

Dispositivo retrivamente proibizionistico ed intransigente oltre ogni logica (il più severo in materia di tutto il mondo occidentale), la Fini-Giovanardi non rappresentava soltanto una spina nel fianco della nostra cultura democratica ma anche un’emergenza dal punto di vista economico, gestionale e sociale.

Dal falso rapporto dell’ Ispettorato per l’immigrazione USA alla “bufala” del referendum svizzero per escludere gli italiani.Quando la propaganda migrazionista e quella razzista si danno la mano.

“Isola felice” nel cuore del Vecchio Continente in ragione della sua plurisecolare tradizione di neutralità, stabilità politica, continuità democratica e rispetto delle diversità etniche e culturali (pur tra numerose ombre e contraddizioni), la Confederazione Elvetica ha attirato ed attira tuttora un poderoso flusso migratorio da ogni angolo d’Europa, sia che si tratti di lavoratori “stanziali” che di “frontalieri”. Trattandosi di un Paese dalle limitatissime dimensioni territoriali, le sue capacità ricettive risultano ad ogni modo limitate, di qui l’esigenza di elaborare una soglia all’ingresso di manodopera estera, innanzitutto per quel che concerne i frontalieri, vera e propria spina nel fianco dell’economia di Berna e fonte di tensione politica e sociale nel paese. Analizzando nel dettaglio la mappatura dei lavoratori immigrati in terra svizzera, potremo notare come la maggior parte dei frontalieri provengano dalla Francia (74.000), la quale esporta a sua volta un totale di ben 179.000 pendolari, seguita dall’Italia con 40.000 unità, (circa 1/4 dei frontalieri totali dei “cugini” francesi ) e dalla “ricca” Germania, con 31.000 frontalieri (poco meno dell’Italia).

Il rigorismo imparziale del dato statistico ridimensiona quindi il “masscult” del referendum concepito per “colpire” la manodopera italiana, e il “refrain” dell’Italia “sud del nord”, benché innescante un certo impatto emotivo, risulterà svuotato di qualsiasi credibilità concettuale perché privo dell’aggancio all’elemento fattuale e documentale. La propaganda “migrazionista” ricorre in questo caso allo stratagemma della “semplificazione” per veicolare un messaggio inclusivo mirante alla demolizione dei contenuti più rozzamente identitari e razzisti attraverso il metodo della “somiglianza” e della “sovrapposizione” (gli italiani sarebbero visti come gli albanesi o i romeni della Svizzera).

Non è la prima volta che i supporters dell’accoglienza fanno uso della manomissione della notizia per puntellare le loro ragioni ; celebre, a questo proposito, il caso del rapporto (fasullo) dell’ Ispettorato per l’immigrazione USA , che voleva i nostri connazionali presentati come piccoli, puzzolenti ladri, violenti, ecc. In questo e per questo, non vi è differenza con i portabandiera del razzismo più truculento, con le loro “bufale” sul Ministro Cécile Kyenge.

Le Foibe, l’ Olocausto e il relativismo della memoria.

La schizofrenia etica come baricentro dell’analisi politica e storica.

Anni fa ebbi modo di confrontarmi con un profugo istriano (era originario di Capodistria), il quale, a proposito della tragedia delle Foibe e del conseguente esodo dei nostri connazionali, raccontava come il suo disappunto fosse indirizzato non già a quella porzione della sinistra negazionista che non ricordava e non voleva ricordare, quanto a quella destra che ricordava e voleva ricordare. Secondo l’uomo (un centrista conservatore), la destra offendeva il ricordo degli infoibati e dei profughi istriani, dalmati e giuliani, più di quanto non facessero i neotitini, facendo un uso del tutto strumentale dell’eccidio, adoperato come contrappeso morale alla barbarie nazifascista e brandito come vessillo politico e ideologico. La memoria, secondo l’anziano, veniva quindi svuotata di qualsiasi elemento morale , per diventare il punto d’entrata di un’iniziativa di tipo squisitamente tattico e strategico. Il portato fattuale e documentale avvalora, a parere di chi scrive, la tesi in questione, perché se da un lato le destre ricordano l’agonia degli italiani in quelle terre del nostro Est (già severamente provate dall’occupazione austriaca) scagliandosi contro i contenuti del negazionismo più improbabile perché più ideologico , dall’altro vi è la tendenza a minimizzare, se non proprio a giustificare, i molti orrori commessi in Italia da chi invece combatteva sotto le insegne del Nazismo e del Fascismo. Ecco che la rimozione, il “benaltrismo” ed il revisionismo, anche in questo caso astorico, occupano la scena , spazzando via quelle coordinate etiche apparentemente tanto salde nell’analisi e nella narrazione della tragedia istriana (la recente indignazione per il trattamento riservato alla salma di Erich Priebke , uccisore di centinaia di civili italiani inermi, si staglia quale esempio paradigmatico di questa schizofrenia critica). Già terreno di scontro diplomatico e politico (gli Usa imposero all’Italia democristiana il silenzio sulle Foibe per non urtare i rapporti con il “dissidente” Tito, all’epoca visto come un possibile grimaldello per scardinare il blocco socialista), il dramma dei nostri connazionali uccisi al confine jugoslavo si è trasformato anche in un terreno di confronto e di scontro ideologico, nel quale la doppia morale si posiziona, ancora una volta, come l’atomo primo della speculazione teorica e come chiave di lettura delle incongruenze dello storicismo partigiano. Di nuovo, in poli più antitetici dell’universo politico si dimostrano accomunati dalla propensione al fideismo ideologico irrazionale, sovrapposti e sovrapponibili nella loro insatbilità etica e critica come teroizzato dal sociologo e politologo Moisey Ostrogorsky.

“Io non scordo”. Dipende

Quando l’ingenuo diventa “debunker”.Chi crede alle “bufale”, chi non ci crede e perché

Ai tempi della Seconda guerra del Golfo (2003), un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere.

Facendo una piccola ricognizione tra i contatti presenti sulle varie piattaforme di “social networking” che gestisco o co-gestisco, ho avuto modo di notare una certa instabilità nel criterio di valutazione delle informazioni che arrivano all’utenza; chi apparentemente si dimostra vulnerabile all’inquinamento del fatto e dell’elemento documentale, palesa ed attiva invece, in altre circostanze, dispositivi di filtraggio e di “debunking ” estremamente perfezionati ed efficaci. Utilizzando come esempio le “bufale” più recenti, come l’ “abolizione” della Storia dell’Arte dalle scuole italiane o , ancora, il presunto regalo di 7,5 miliardi di euro alle banche, esse hanno trovato libero ed immediato accesso ed accoglimento sugli spazi di chi, in modo trasversale (con una certa preponderanza di pentastellati ed elelettori di destra), è ostile all’esecutivo Letta, ma gli stessi condivisori si sono rivelati poi sorprendentemente razionali nell’analisi di altri “midcult“, come quello che vedeva il leader dei Forconi Danilo Calvani nell’occhio del ciclone perché “accusato” di possedere una Jaguar. In tale circostanza, i “calvaniani” (nella mia personale indagine posizionati tra l’estrema destra e il Movimento Cinque Stelle), hanno sottoposto la notizia ad un vero e proprio sezionamento, andando alla ricerca della proprietà dell’automobile, della sua data di immatricolazione, ecc.

Simili studi ed esperienze sembrano avvalorare una tesi comune, nella sociologia della comunicazione e nel giornalismo, che vede i media e la propaganda non come costruttori del consenso ma come semplici emanazioni, megafoni e puntellatori dello stesso. La propaganda mediatica attecchisce quindi più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Beppe Grillo, Laura Boldrini e il ruolo della provocazione.


Quando il più grande imprenditore televisivo non dispone di una televisione

Strumento orizzontale, libero ed interattivo, il web non ha tuttavia ancora spodestato la televisione dal suo ruolo di “opinion maker” egemone e preferenziale, e quasi certamente non ci riuscirà mai, data l’irruzione di nuovi soggetti come le “i-Tv”, già diffusissime e popolari oltreoceano. Il gap tra web e tv si rende ancora più forte, percepito e percepibile in un Paese come il nostro, terzo in Europa a dotarsi di una connessione (grazie all’Università di Pisa) ma ancora ancora indietro rispetto alla media europea nelle statistiche sull’utilizzo e la diffusione degli strumenti dell’interazione virtuale. Scrive il blogger , giornalista e politologo Filippo Sensi a proposito del ruolo dei media durante l’ultima campagna elettorale: “Ci aspettavamo una campagna virale, creativa, come era stato per le amministrative di Milano, con la vittoria di Pisapia. Non è che non ci siano stati spunti e che la Rete non abbia giocato un ruolo crescente. Ma l’impressione complessiva, anche alla luce dei risultati del voto, è che non si sia giocata online la partita elettorale”.

Abilissimo comunicatore e profondo conoscitore delle dinamiche alla base del consenso, Beppe Grillo si rende conto che la sua sopravvivenza pubblica e politica non sarebbe possibile, senza un’esposizione televisiva adeguata; per questo, la provocazione, la forzatura e il pirotecnicismo dialettico sono gli strumenti mediante i quali il leader pentastellato ottiene non soltanto la visibilità sul grande schermo, ma un ruolo assolutamente dominante nell’universo catodico. L’avvitamento del dibattito televisivo sulla recente polemica con la Presidente della Camera dei Deputati, è la prova e l’esempio paradigmatico dell’efficacia di questo indirizzo tattico e politico.

Ecco perché Beppe Grillo “odia” Laura Boldrini

Da Spengler ad Evola, oltre la misoginia, oltre la tattica

Corrente politica interconfessionale sviluppatasi dal Fascismo e in via minoritaria dal Socialismo e dall’anarchismo classico, il Nazional-Anarchismo (o Anarco-Nazionalismo o Anarco-Fascismo), ha nella sua istologia dottrinale e nel suo indirizzo programmatico la lotta al mondialismo, al liberalcapitalismo, all’ inclusivismo-fusionismo etnico e culturale, alle organizzazioni internazionali (quali ONU o UE) per sostenere il mutualismo, il distributismo, il mutualismo , l’ etnonazionalismo il ruralismo, il luddismo e la permacultura. Precursori del Nazional-Anarchismo sono e possono essere individuati in Celine, Evola, Mishima, D’Annunzio, Topfer, Jünger, Spengler, Yockey, ecc. E’ attraverso una ricognizione sull’ideologia nazional-anarchista che si potrà trovare la chiave di lettura del pensiero politico grilliano, della sua grande capacità di attrazione presso segmenti del tutto diversi ed antitetici tra di loro e delle sue direttrici comunicative, come, ad esempio, il martellamento nei confronti della Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini. Se la componente misogina o strategica (la ricerca dell’attenzione mediatica in vista delle consultazioni europee) possono essere alcune delle cause di questo indirizzo politico, proporle come uniche e sole spiegazioni non è infatti che un atteggiamento limitato e limitante. L’aver fatto parte di un organismo internazionale, nato come espressione degli assetti sviluppatisi dopo la II Guerra Mondiale come l’ONU, per di più in veste di “missionaria” in aiuto alle popolazioni africane e, ancora, il suo “politically correct” ecumenizzante, liquido e trasversale, fanno di Laura Boldrini l’esemplificazione di quello che, per un anarco-nazionalista (o anarco-fascista) qual è il leader pentastellato, è l’ atomo primo di ogni deriva etica e di ogni pericolo sociale. Beppe Grillo non odia Laura Boldrini perché donna, ma perché donna in carriera, di sinistra, ed espressione di quel sistema liberal-democratico sorto dopo il 1945 che forza e valica i confini della sua etica politica e della sua formazione culturale ed antropologica improntata al tradizionalismo rivoluzionario.