Perché non si stava mai meglio quando si stava peggio. La Libia e la necessità (anche geopoltica) delle Primavere Arabe.

gheddafi_2Tradizionalmente ed inevitabilmente complesse e delicate, le fasi di passaggio dal totalitarismo alla democrazia presentano un bagaglio di criticità ancor più impegnativo quando il Paese in questione è di fatto sprovvisto di un bagaglio storico legato alla prassi liberale, come nel caso degli stati che hanno vissuto l’esperienza delle Primavere Arabe.

E’ dunque così anche per la Libia, che nonostante la conquista democratica subisce oggi la pressione di alcune frange estremistiche, di segno religioso come politico.

Il dato, tuttavia, non dovrà consentire alla semplificazione di rimuovere gli indubbi e straordinari risultati ottenuti a partire dal 2010 non soltanto dalle popolazioni locali, oggi non più compresse nelle loro libertà da regimi dispotici ed illegittimi, ma anche dall’Occidente; la partnership con una democrazia ossequiosa del diritto internazionale è, infatti, sempre preferibile a quella con una dittatura, spesso irrazionale ed anticonvenzionale nelle sue mosse. Questo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche economico.

Ricordiamo che fu proprio Muʿammar Muḥammad Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī a lanciare missili contro il nostro Paese, il 15 aprile del 1986,e ad allontanare gli italiani dalla Libia una volta preso il potere.

Il prevedibile semi-flop di Minsk.

ucraina minsk dombass“Accordo non risolutivo”.

Così Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri UE, ha commentato il cessate il fuoco stabilito a Minsk. Intanto, nella notte, una cinquantina di carri armati russi avrebbero oltrepassato la frontiera ucraina.

La scarsa concretezza di quanto ottenuto nel vertice era eventualità prevista e prevedibile; potenze minori, Parigi e Berlino non hanno, infatti, la forza negoziale per concedere assicurazioni definite e sul lungo periodo, né possono contare su uno status paritetico nel confronto con Mosca (Berlino non ha nemmeno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) .

L’unico risultato tangibile della due giorni potrebbe invece essere l’indebolimento dell’asse occidentale, con l’esclusione degli alleati più importanti ( e di Bruxelles) dall’incontro.

Una decisione strategicamente immatura, dunque, quella delle due cancellerie, forse più attente alle esigenze di un sorpassato autoreferenzialismo sciovinista che non alla risoluzione della crisi.

Perché sul vitalizio Mario Capanna ha ragione anche se ha torto. Il (troppo) facile populismo di Giletti.

capanna gilettiL’offensiva mediatica nei confronti di Mario Capanna muove sulle coordinate di una semplificazione concettualmente rozza ma per questo formidabilmente penetrante ed efficace.

.L’immagine del marxista (od ex tale) che tiene stretti in privilegi di “casta” ribellandosi alla decurtazione di un 10% del suo vitalizio rappresenta, infatti, un cliché troppo respingente per non suscitare l’indignazione comune e per non venire utilizzato come catalizzatore di audience e come ariete di sfondamento nella contesa politica. Un lavoro di scavo più razionale, libero dall’elemento ideologico come dall’opportunità contingente, ci permetterà tuttavia di osservare la vicenda da una prospettiva più razionale e, per questo, più proficua ed obiettiva.

Non dovrà, infatti, essere Capanna a finire sotto accusa, ma quel sistema normativo e decisionale che consente ad un politico il godimento di vantaggi tanto iniqui quanto arbitrari; questo, vale e dovrà valere anche per il trattamento pensionistico di Giuliano Amato o la protezione armata a Bindi, Finocchiaro, La Russa, Gasparri, ecc o, ancora, per la concessione del vitalizio a Silvio Berlusconi, indipendentemente dal suo elevatissimo reddito ( e dalla condanna in sede penale), in ragione degli incarichi istituzionali ricoperti.

La performance di Giletti dinanzi all’ex leader di DP dovrà quindi venire bollata come una sortita da tele-tribuno, populistica e demagogica nella forma come nella sostanza.

Perché il Re di Giordania vestito da soldato piace alla gente. Le folle ed il maschio alpha, da Benito Mussolini a Vladimir Putin

giordania_re_abdallahPer meglio comprendere e leggere l’ondata di popolarità che ha investito il Re di Giordania dopo la diffusione di una sua foto in divisa militare, dovremmo, ancora una volta, rifarci alle teorie sulla psicologia delle folle e sui meccanismi del consenso di Gustave Le Bon (1841-1931) e Jürgen Habermas (1929-).

Grossolane ed immature nelle loro sensibilità percettive (indipendentemente dalla qualità culturale ed intellettuale dei singoli componenti), le folle sono dunque particolarmente sensibili al “capo” ed ai richiami a quel muscolarismo ancestrale ed essenziale di cui una divisa, nel caso di specie, potrà essere rappresentazione.

In un processo basato sulla semplificazione e da esso scaturito (un capo di Stato non va mai in prima linea né decide in modo esclusivamente autonomo la politica estera), la folla ha quindi identificato in ʿAbd Allāh II vestito da soldato, da “guerriero”, dopo la barbara uccisione di un suo militare, l’uomo forte, il “maschio alpha” che proteggerà il “branco” da chi ne minaccia la sopravvivenza.

Lo stesso meccanismo scatterà ed è scattato dinanzi alle fotografie di quasi tutti i leader dittatoriali (non a caso quasi sempre in tenuta militare, a sottolinearne la “potenza” e l’autorità) e dinanzi a quelle di Vladimir Vladimirovič Putin con in mano un fucile da caccia ed a petto nudo; qui, l’immagine del capo-combattente si salda e si coniuga alla memoria del virilismo termonucleare e kappagibbista sovietico.

L’ “addomesticamento” di Tsipras: un destino inevitabile anche per “Podemos”.

Finance ministers meeting“Rispetteremo i nostri obblighi sul prestito verso la BCE e il FMI”, queste le parole del primo Ministro greco Alexīs Tsipras, due giorni fa.

Una turning point prevedibile per il giovane leader di Syriza, consapevole di non avere le coperture e il peso contrattuale per un braccio di ferro con l’attuale governance europea né per la realizzazione del suo programma ispirato al newdelismo rooseveltiano.

Un destino che attenderebbe anche lo spagnolo “Podemeos” (movimento di sinistra nato sul modello del M5S italiano) qualora dovesse accedere a Palazzo della Moncloa, data la precarietà dei conti del Paese e la debolezza di Madrid nei consessi internazionali.

La crescita e l’affermazione di soggetti apertamente ostili all’attuale, miope, politica di rigore, sarà senza dubbio destinata ad imprimere un cambiamento nelle linee di indirizzo di Bruxelles/Strasburgo e Francoforte, ma senza “shift” decisivi, sostanziali e traumatici a vantaggio di progettualità di segno socialista.

Perché il Patto del Nazareno non finirà in archivio.

berlusconi mattarella renziIl “patto” del Nazareno non naufragherà dopo la collisione contro l’iceberg Mattarella, perché troppo utile ad entrambi i “contraenti”.

Nel caso di Renzi, perché i voti di FI costituiscono una stampella necessaria per chi ha alle spalle un partito diviso (il PD) e regge un esecutivo insieme ad una forza piccola e collocata nell’emisfero ideologico opposto (il NcD). Inoltre, il Premier potrebbe temere ( a ragion veduta) la macchina editoriale berlusconiana, fino ad oggi mai utilizzata a pieno regime contro l’ enfant prodige della politica nazionale ma capace, in passato, di spezzare le gambe a qualsiasi rivale del tycoon meneghino.

Nel caso di Berlusconi, l’ex Cavaliere sa invece di non poter più contare su una vittoria elettorale (o quantomeno su un suo ingresso a Palazzo Chigi oppure al Quirinale), dunque mira e mirerà a giocarsi sul tavolo del compromesso le poche fiches rimaste , alla ricerca di un “do ut des” che, ad esempio, lo faccia uscire il più possibile indenne dalla tagliola giudiziaria.

All’orizzonte, dunque, nessuno “shift” del “balance of power” attuale.

Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.

In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.

Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).

Quando l’erba greca è sempre la più rossa.

Da un assist: per una certa sinistra, dal Patto Molotov-Ribbentrop in avanti sono esecrabili soltanto le alleanze degli altri.

Giusto, responsabile e legittimo che Tsipras cerchi con ogni mezzo la governabilità in una fase tanto delicata per il suo Paese, ma è del tutto fuori luogo e puerile tentare di nascondere la componente xenofobo-populistica di ANEL dietro a bizantinismi retorico-concettuali ed attribuire alle grandi intese greche una dignità maggiore rispetto a quelle italiane

Adesso sono tutti greci. Ieri erano francesi (i miracoli di Hollande), l’altro ieri americani (Yes, we can), una settimana fa spagnoli (Viva Zapatero). Passano sopra in scioltezza anche all’assenza di donne, nell’esecutivo greco. Loro, i “paladini” delle quote rosa. Sono un fenomeno di costume, più che politico, folkloristico e divertente, se presi senza impegno.

Tsipras e la Grecia tra rischi ed opportunità.

Quello che arriva dalle urne greche è un segnale, preciso e senza dubbio importante, rivolto sia all’attuale governace europea che ai movimenti d’opinione ostili a Francoforte e Bruxelles.

Nel primo caso, perché per la prima volta dallo scoppio della crisi (2008-2009) un Paese dell’Eurozona vede il trionfo di una forza dichiaratamente refrattaria all’attuale indirizzo rigorista, nel secondo perché la comunità maggiormente colpita dalla recessione ha scelto di affidarsi ad un partito che è, si, di rottura, ma europeista, lasciando ai margini le proposte di segno più estremistico (Alba Dorata e KKE).

Nel futuro prossimo di Alexīs Tsipras c’è tuttavia una sfida che si presenta come difficile, difficilissima, non soltanto per lo stato dei conti pubblici greci (che non consente l’attuazione delle promesse elettorali newdiliste di SYRIZA ) ma anche per la scarso peso di Atene nei consessi internazionali, fattore che impedisce al Paese di avere una forza contrattuale reale e vincolante (a differenza di Italia, Francia e Spagna).

Sembrano dunque esserci tutte le condizioni per fare del giovane ingegnere ateniese una “lame duck”, salvo il ricorso a coup de théâtre inattesi; uno di questi, potrebbe essere una sterzata strategica verso Oriente, con la vendita di quote del debito greco a Pechino (come fece il Portogallo nel 2010), una strada vantaggiosa anche per la Cina che ha la necessità vitale di uno sbocco sul Mediterraneo e che già dispone di una presenza massiccia sul Pireo.

Quello che 60 milioni di esperti di terrorismo, politica internazionale, traffico d’armi e giornalismo d’inchiesta devono sapere.

Ad oggi, nessun elemento può indurci ad affermare con sicurezza che:

A) Marzullo e Ramelli siano state rapite da nuclei terroristici e non da criminali comuni in cerca di un ingiusto profitto

B) Sia stato pagato un riscatto per il loro rilascio

C) L’eventuale riscatto ammonti a12 milioni di euro

D) L’eventuale riscatto servirà all’acquisto di armamenti.

Si tratta, gioverà ricordarlo, di elementi gestiti dall’intelligence, dunque coperti dal segreto ed impermeabili all’irruzione mediatica.