Alla radice delle false percezioni nella questione ucraina: the Kremlin Leaks

Tra il 2016 e il 2017 un gruppo di hacker ucraini fece emergere uno scandalo che sarebbe passato alla storia come The Kremlink Leaks, scoprendo più di 4000 mail che illustravano il piano della Russia per destabilizzare l’Ucraina, soprattutto la zona meridionale.

Il disegno russo si articolava in 6 punti fondamentali:

-inviare nel Donbass forze di guerriglia irregolari

-finanziare gruppi di guerriglia, autoctoni o esterni, operative nel Donbass

-corrompere i politici ucraini per far sposare loro posizioni filo-russe

-far credere all’opinione pubblica ucraina e mondiale che il sentimento separatista e filo-russo e Donbass fosse maggioritario (i russi etnici nell’area sono circa il 38/39%)

-interferire nelle elezioni ucraine

-far credere che le forze neo-naziste ucraine fossero una minaccia concreta

-far credere che l’obiettivo di Mosca fosse riportare la pace nel Donbass e in Ucraina

Un’offensiva che agiva grazie a vari canali di appoggio:

-troll farm

-hacker

-personalità di spicco del mondo politico, intellettuale e religioso

Un perfetto esempio di quella che viene impropriamente definita “dottrina Gerasimov”, una “infowar”, o forse più precisamente una “guerra grigia”, che ha avuto successo (almeno in parte), se si considera l’instabilità dell’Ucraina negli ultimi anni e le dimensioni del movimento d’opninione che sopravvaluta il ruolo e il peso dell’estrema destra nel Paese (Azov, Svoboda, Pravyj Sektor, ecc) e le discriminazioni ai danni della minoranza russa.

Hackeraggi e bufale no-vax: la strategia russa contro la sanità americana

Nell’autunno 2020, ovvero in piena emergenza Covid, un gruppo di hacker russi penetrò nei sistemi informatici di almeno sei ospedali negli stati americani del New Jersey, della Florida, della Georgia, del Texas, dell’Arkansas e del Massachusetts, paralizzando o rallentando per settimane l’attività del personale e costringendolo ad usare i documenti cartacei.

Un esempio da manuale di infowar, ma in questo caso oltremodo odioso perché diretto a colpire, di fatto, malati incolpevoli.

L’offensiva dei russi contro la sanità USA era tuttavia partita già diversi anni prima, almeno nel 2014-2015, con la diffusione di notizie false e allarmistiche sui vaccini tramite troll e bot operativi su social e siti americani. I troll, riconducibili all’IRA di Evgenij Viktorovič Prigožin, agivano su due livelli, cercando di intercettare sia la platea meno scolarizzata (con messaggi semplici e diretti) sia la platea più colta (insistendo ad esempio sui problemi etici derivati dall’obbligo vaccinale).

*Internet Research Agency, in russo Агентство интернет-исследований

Nota: il gruppo hacker che attaccò gli ospedali americani è notto come Wizard Spider o UNC1878

I rossobruni: le mani libere della nuova Russia

Pur non prescindendo mai dalle esigenze della realpolitik e della raison d’état, fino al 1992 Mosca era comunque limitata, nel suo approccio strategico alla politica estera, dalla componente ideologica.

Oggi può invece muoversi in assoluta libertà e con assoluto pragmatismo, avvicinando, sostenendo e finanziando in linea teorica chiunque e qualsiasi tipo di progetto, purché funzionali agli interessi del Paese e del Kremlino.

L’innaturale “alleanza” tra destre e sinistre “radicali”, visibile nella questione ucraina ma non solo , è anche una conseguenza diretta di questo nuovo stato di cose, di questa nuova e aggiornata scelta di indirizzo.

Gerasimov e quella dottrina che non c’è

Balzata al centro dell’attenzione negli ultimi due mesi, la cosiddetta “Dottrina Gerasimov” (una strategia che combina la sfera militare, anche con il ricorso a milizie irregolari esterne, e quella tecnologica, informatica, diplomatica, economica, culturale, ecc) non esiste o meglio non esiste nei modi e nelle forme in cui viene intesa da molti, compresi giornalisti, politici e analisti di vario genere.

Nell’articolo del 2013* indicato come il “manifesto” di questa nuova linea di approccio, il neo-Capo di stato maggiore generale delle Forze armate russe si era infatti semplicemente limitato ad illustrare e ricordare il ruolo e l’importanza degli strumenti delle nuove “info war” e il loro utilizzo contro gli interessi di Mosca.

Anche ispirato dai colleghi più anziani Sergej Čekinov, Sergej. A. Bogdanov e dal suo predecessore Nikolaj Ogarkov, Valerij Gerasimov ha comunque sempre dimostrato grandissimo interesse per l’ “information space”, le guerre asimmetriche, i loro meccanismi di funzionamento e i loro mezzi peculiari, favorendo un grande rafforzamento delle capacità russe in tal senso (ad esempio con la creazione di un’unità “ad hoc” alle dipendenze delle sole forze armate). Questo vale pure per il Ministro della difesa Sergej Šojgu, altra figura-chiave del “cerchio magico” del leader del Kremlino.

*”Cennost’ nauki v predvidenii”, su Voenno-Promyshlennyi Kurier (febbraio 2013)

La “zona grigia” tra Russia e Ucraina

Divenuto ormai famoso e di uso comune, il concetto di “guerra ibrida” (hybrid warfare) viene spesso confuso con quello di “guerra grigia” (grey zone warfare). Linee di approccio nuove, che vedono l’impiego congiunto di elementi militari, pressioni diplomatiche ed economiche, hackeraggi, ecc, la “guerra grigia” fa tuttavia più ricorso di quella “ibrida” ai sistemi meno convenzionali e tradizionali, è più ambigua e indecifrabile. Altra sua caratteristica peculiare è la negazione dell’evidenza, anche davanti a prove inoppugnabili.

Entrambe rientrano, dalla prospettiva russa, nelle “info war”; il termine “informazione” (info war – info security) è a sua volta un escamotage propagandistico, poiché ingloba pure le azioni volte a destasbilizzare e colpire bersagli interni ed esterni.

L’URSS e il nodo-NATO dopo la fine della Guerra Fredda

Quella telefonata di 32 anni fa

“Secondo punto: l’adesione alla NATO della Germania. Il minimo su cui occorre insistere è la non partecipazione della Germania a un’organizzazione militare, come per esempio non vi prende parte la Francia. Il minimo del minimo è almeno il non stanziamento di armi nucleari su tutto il territorio tedesco. Secondo i sondaggi, l’84 percento dei tedeschi è per la denuclearizzazione del Paese”

Così Valentin Mikhailovich Falin, consulente del Kremlino per la questione tedesca, nel luglio 1990 durante una telefonata con Michail Gorbačëv (gli altri due punti riguardavano questioni di natura legale, burocratica ed economica). Il segretario del PCUS concluse tuttavia la conversazione dicendo: “Farò tutto il possibile, ma temo che ormai abbiamo perso il treno.”

Le parole di Falin dimostrano come l’URSS avesse effettivamente pensato ad una serie di richieste per contenere l’ampliamento della NATO e l’influenza atlantica oltre i perimetri tracciati nel 1943/1945, mentre l’atteggiamento di Gorbačëv sembrerebbe confermare la tesi secondo cui tra l’Occidente e l’Unione Sovietica non vi sia mai stato alcun accordo in merito (sebbene lo stesso padre della perestrojka e diversi ex leader d’oltrecortina ne abbiano parlato in diverse occasioni).

E’ da notare come nel febbraio dello stesso anno anche Walter Momper, allora sindaco di Berlino Ovest, avesse elaborato una proposta in nove punti sulla riunificazione tedesca che prevedeva la smilitarizzazione completa della vecchia DDR.

La sinistra che difende Putin, tra coerenza e contraddizioni

La sinistra che sostiene Mosca non è obsoleta e anti-storica per la sua opposizione alla NATO e agli USA. Al contrario, è sotto tale aspetto coerente, razionale e scientifica. Questo perché NATO e USA sono due realtà oggettive e presenti, che oggettivamente perseguno linee proiettive ed espansionistiche. Lo diventa tuttavia nel momento in cui vuol vedere nella Russia odierna la continuazione dell’URSS, defunta da 30 anni (URSS trasformatasi peraltro in “revisionista” già dopo Lenin).

Soprattutto, sostenendo Mosca in opposizione alla NATO e agli USA cade in un cortocircuito sistemico, giunge ad una frattura ontologica, ad un marchiano paradosso politico, poiché per combattere un imperialismo ne difende un altro, forse peggiore. L’offensiva contro il blocco atlantico, si faccia attenzione, non è infatti un principio ideologico, non ha “vita propria” ma discende direttamente dal marxismo, dal rifiuto dottrinale dell’imperialismo, dunque così facendo l’effetto soverchia la causa, il “figlio” uccide il “padre”. Si ha un ribaltamento valoriale, completo, che sabota la bussola. Una contraddizione che non a caso non si evidenzia nei segmenti più “ortodossi” della sinistra “radicale” italiana, ad esempio il PCL, il PMLI o AC.

Quell’ultima volta (mancata) a Mosca

Il 14 e il 15 novembre 1990, Michail Gorbačëv, il vice-segretario del PCUS Vladimir Ivaško e i segretari del Comitato centrale Janaev, Kupco e Falin, si incontrarono a Mosca con i rappresentanti degli ex partiti comunisti dell’Est Europa: per la vecchia SED (ora PDS) tedesco-orientale c’erano Gysi, Willering, Mahlow, Eettinger e Modrow, per la Bulgaria Kjučukov e Marinov, per l’Ungheria Thürmer, Koyi, Namikai e Segy, per la Polonia Kwaśniewski, Milller, Iwiński e Olesky (oltre ai dirigenti di altre tre organizzazioni), per la Cecoslovacchia Kanis, Waiss e Ledl e per la Romania un semplice osservatore. Mancavano i rappresentanti dell’unico partito marxista-leninista ancora al potere in Europa a parte il PCUS, ossia il PKSH albanese, e quelli della ex Lega dei Comunisti jugoslava.

Nonostante un ottimistico comunicato della TASS e l’indubbia importanza dell’evento, Gorbačëv sembrò tuttavia dare scarso peso al meeting con i leader dei vecchi partiti “fratelli”. In quella fase storica, occorre ricordarlo, i vertici sovietici erano infatti più che altro impegnati a tessere nuove e più strette relazioni con l’Occidente e a guardare al loro interno.

Aver relegato in secondo piano quanto accadeva ad Est, in quello che era stato il “cortile di casa”, fu una scelta di cui Mosca si sarebbe pentita in futuro (già con El’cin) e i cui effetti si fanno sentire ancora oggi e soprattutto oggi.

Perché su La Stampa ha ragione l’ambasciatore Razov (anche se può non piacere)

Denunciando La Stampa per l’articolo (discusso e forse anche discutibile) di Domenico Quirico, l’ambasciatore russo in Italia ha esercitato un diritto riconosciutogli da un sistema civile e democratico. Per questo certe rimostranze e certe polemiche, come ad esempio tirare in ballo gli abusi del regime di Putin, sono decentrate, sbagliate nella forma e nella sostanza, nel merito e nel metodo. Una querela non è un’aggressione.

Dall’Afghanistan all’Ucraina: differenze e parallelismi

“Mettiamo assolutamente in chiaro la nostra posizione: un tentativo da parte di qualsiasi forza esterna di assumere il controllo della regione del Golfo Persico sarà considerato come un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America, e un simile attacco verrà respinto con l’impiego di qualsiasi mezzo necessario, inclusa la forza militare”; così Jimmy Carter, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 1980.

Non si trattava di semplice retorica, e Carter lo dimostrò predisponendo una forza di 100mila uomini, la Rapid Deployment Force, da stanziare nella regione.

Anche allora Mosca aveva pensato che l’Occidente fosse troppo debole* per rispondere in modo efficace (in quel caso all’invasione dell’Afghanistan), ma come oggi la reazione atlantica fu invece pronta e decisa. Gli USA e buona parte degli alleati boicottarono infatti i Giochi Olimpici di Mosca del 1980 e, soprattutto, la Casa Bianca ritirò il trattato Salt II (i negoziati per la limitazione delle armi strategiche) dal Senato e impose un embargo sulle esportazioni agricole americane in URSS, pur rischiando di infliggere un danno pesante alla sua stessa economia.

A differenza di quanto sta accadendo oggi, la coesione fu però meno accentuata. Le potenze dell’Europa occidentale si mostrarono ad esempio meno disposte a subire contraccolpi economici da un nuovo rilancio della Guerra Fredda e ad affrontare i rischi di un’escalation militare. Emblematiche a riguardo furono le parole del cancelliere tedesco-occidentale Helmut Schmidt: “Non permetteremo che dieci anni di distensione e di polititica di difesa vengano distrutti.”

La “Dottrina Carter”, insomma, non ebbe lo stesso sostegno della “Dottrina Truman” (il paragone tra i due approcci è stato fatto da molti storici e analisti), anche perché elaborata in e per un contesto sotto certi aspetti radicalmente diverso.

*Lo smacco del Vietnam, gli shock petroliferi del 1973/1979, il Watergate, l’ondata terroristica di matrice politico-rivoluzionaria, la perdita dell’Iran/Persia e il fallimento della missione “Eagle Claw”, avevano convinto il Kremlino e un importante segmento della pubblica opinione mondiale che l’Occidente avesse imboccato la fase discendente della sua parabola storica e che sarebbe stata l’URSS a vincere la prova di forza della Guerra Fredda con Washington e i suoi alleati