Michail Gorbačëv e i vantaggi di una sconfitta: una chiave di lettura per il futuro?

Riconoscendo l’errore di aver invaso l’Afghanistan e ritirando le truppe, Michail Gorbačëv perse, sì, la guerra e la credibilità davanti al regime collaborazionista del PDPA , ma sull’altro piatto della bilancia ottenne vantaggi ben più importanti e pesanti.

Più nel dettaglio:

-risolse il problema dell’emorragia di uomini (oltre 1 milione), mezzi e denaro derivata dal conflitto (a tal proposito non andrà dimenticata la questione, spinosissima, del mancato o inefficace reinserimento dei reduci, spesso respinti dalla società)

-rilanciò la credibilità internazionale dell’URSS

-fece diminuire la diffidenza dei paesi vicini e del Terzo Mondo, ma più in generale della comunità mondiale, verso Mosca

Un passo non troppo difficile per l’uomo della perestrojka, se si considera che non era stato lui ad iniziare la guerra ma Leonid Brežnev.

Non è quindi irrazionale ipotizzare che un successore di Putin farà altrettanto con l’Ucraina, qualora il confronto militare con Kiev dovesse protrarsi a lungo, impantanando i russi come 40 anni fa.

La ricchezza “ostacolata” dell’URSS gorbacioviana

Nell’ottobre 1989 il Primo Ministro sovietico Nikolaj Ivanovič Ryžkov denunciò che sulle banchine dei porti del Baltico giacevano più di un milione di derrate alimentari e più di 180.000 container per un milione e duecentomila tonnellate di prodotti vari.

Nello stesso mese la “Pravda” segnalò invece che alla stazione di Mosca erano fermi 1387 vagoni carichi di “ogni ben di Dio”, mentre in città e nella provincia venivano razionati lo zucchero, i cibi per i neonati e i beni durevoli.

Prodotti inutilizzati e destinati ad andare a male per le lentezze burocratiche, l’incuria, la corruzione e l’irresponsabilità dei funzionari delle dogane, i problemi di scarico e trasporto.

A minare e pregiudicare il nuovo córso gorbacioviano, condannando di fatto l’URSS a morte, furono anche, come vediamo, le mancanze degli apparati dello Stato (piccoli, medi e grandi), talvolta anche intenzionali, dunque veri e propri sabotaggi per bloccare le riforme.

Prima di Lavrov e Putin: il cinismo “gentile” di Gorbačëv

Un anno dopo la sua elezione, Michail Gorbačëv avviò una politica estera meno rigida e più flessibile, più distensiva ed aperta al confronto. Un approccio che conteneva una certa dose di “cinico” pragmatismo, poiché mirava anche ad “isolare” gli Stati Uniti attraverso un rinnovato dialogo con i Paesi non-allineati ed emergenti e Pechino.

Se con i primi (i Paesi non-allineati ed emergenti) la strategia diede buoni risultati, con la Cina le cose andarono però diversamente.

Ancora tesi in ragione delle antiche dispute di confine e per le questioni afghana e nello scacchiere indocinese, i rapporti con la RPC avrebbero infatti conosciuto una svolta solo nel 1989 (incontro di maggio tra lui e Dèng Xiǎopíng) per poi tornare ad un certo livello di tensione a causa dei fatti di Piazza Tienanmen.

« Non c’è bisogno di gridare, compagno Ligačëv, né di farmi la predica. Non sono un ragazzino e questa è la mia posizione di principio. Devo dirvi, compagni, in tutta sincerità che è difficile lavorare quando invece di un aiuto amichevole concreto ricevi ramanzine o bruschi richiami. A questo proposito, compagni, sono costretto a pregare il Politburo di liberarmi dalla meschina tutela di Raisa Maksimovna [Gorbačëva] , dalle sue telefonae e lavate di testa quasi quotidiane […]. Si parla molto, compagni, ma le cose non procedono bene e per il momento l’uomo della strada da tutti questi discorsi sulla perestrojka non ha ricavato alcun vantaggio […] E’ ora di passare dalle parole ai fatti, di fare uso del potere. E noi il potere lo abbiamo, ci è sta affidato dal popolo e se non lo usiamo per difendere i veri interessi del popolo dagli ingordi, perché ci perdiamo nelle chiacchiere, allora la nostra perestrojka non porterà ad alcun risultato. »

Così Boris El’cin il 21 ottobre 1987, al Plenum del Comitato Centrale del PCUS

Sebbene questo intervento fosse costato ad El’cin l’obbligo di una pesante autocritica pubblica al gorkom (comitato cittadino) di Mosca dell’11 novembre e l’espulsione dal Politbjuro (di cui era membro supplente) e dal Presidium del Soviet Supremo, pochi mesi dopo riconquistò la scena, tornando a tuonare contro i “burosauri” del PCUS nel corso di un’intervista alla BBC del giugno 1988 e della XIX Conferenza del PCUS del giugno-luglio dello stesso anno. A metà maggio, inoltre, El’cin era stato difeso pubblicamente dall’amico Mikhail Poltoranin, direttore del prestigioso quotidiano “Moskovskaya Pravda” e in quell’occasione intervistato dal “Corriere della Sera”. Dopo la seduta del 21 ottobre 1987 e prima della sua temporanea defenestrazione, “Corvo bianco” era invece stato nominato “Primo Vice Presidente del Comitato Statale dell’URSS per l’Edilizia col rango di Ministro dell’Unione Sovietica”.

Nonostante il suo “siluramento” avesse preoccupato gli osservatori internazionali, già pronti a paragoni con gli anni ’30, il fatto avesse avuto il coraggio di simili dichiarazioni e la sua rapida “riabilitazione” (va detto che El’cin serviva comunque a Gorbačëv come alleato contro i conservatori del partito e dell’eserecito) attestano un livello di “democrazia” ed un’ “apertura” impensabili nell’ufficialmente democratica Russia odierna, nonostante l’URSS del tempo fosse invece uno stato totalitario.

Nota: El’cin si era scagliato anche contro Eduard Ševardnadze, potentissimo Ministro degli affari esteri dell’URSS e amico di Gorbačëv, accusato di lassismo e inconcludenza in merito alla questione afghana (che secondo il futuro presidente russo andava risolta con l’immediato ritiro delle truppe)

Quell’ultima volta (mancata) a Mosca

Il 14 e il 15 novembre 1990, Michail Gorbačëv, il vice-segretario del PCUS Vladimir Ivaško e i segretari del Comitato centrale Janaev, Kupco e Falin, si incontrarono a Mosca con i rappresentanti degli ex partiti comunisti dell’Est Europa: per la vecchia SED (ora PDS) tedesco-orientale c’erano Gysi, Willering, Mahlow, Eettinger e Modrow, per la Bulgaria Kjučukov e Marinov, per l’Ungheria Thürmer, Koyi, Namikai e Segy, per la Polonia Kwaśniewski, Milller, Iwiński e Olesky (oltre ai dirigenti di altre tre organizzazioni), per la Cecoslovacchia Kanis, Waiss e Ledl e per la Romania un semplice osservatore. Mancavano i rappresentanti dell’unico partito marxista-leninista ancora al potere in Europa a parte il PCUS, ossia il PKSH albanese, e quelli della ex Lega dei Comunisti jugoslava.

Nonostante un ottimistico comunicato della TASS e l’indubbia importanza dell’evento, Gorbačëv sembrò tuttavia dare scarso peso al meeting con i leader dei vecchi partiti “fratelli”. In quella fase storica, occorre ricordarlo, i vertici sovietici erano infatti più che altro impegnati a tessere nuove e più strette relazioni con l’Occidente e a guardare al loro interno.

Aver relegato in secondo piano quanto accadeva ad Est, in quello che era stato il “cortile di casa”, fu una scelta di cui Mosca si sarebbe pentita in futuro (già con El’cin) e i cui effetti si fanno sentire ancora oggi e soprattutto oggi.

Un nuovo Patto di Varsavia ed una nuova NATO: il progetto (l’utopia?) di Gorbačëv nel 1989

“La transizione verso un periodo di pace della storia europea richiede garanzie attendibili di mutua sicurezza. Il lavoro fatto a Vienna è un passo in questa direzione. Questo solleva inevitabilmente anche il problema del nuovo ruolo del Patto di Varsavia e della NATO. Per quanto riguarda l’immediato futuro, siamo a favore di una loro trasformazione in organizzazioni di difesa politica, finalizzate alla creazione sia di contatti a breve termine sia di relazioni continuative e reciprocamente vantaggiose, nonché all’istituzionalizzazione della cooperazione tra i due blocchi. Ciò può fornire un nuovo e significativo contributo al rafforzamento della sicurezza in Europa e potrebbe portare a un livello di fiducia che ci consentirebbe di prendere in considerazione lo scioglimento di entrambe le alleanze”.

Così il sesto ed ultimo punto del documento (mai pubblicato fino al 1998) che Michail Gorbačëv inviò il 24 novembre 1989 ai dirigenti della SED, il partito comunista della Germania Est, in preparazione ad un incontro con loro.

Dal passaggio si può intravedere la volontà, da parte di Mosca, di un superamento del ruolo e delle funzioni delle due alleanze militari, e quindi anche della NATO, per arrivare alla definizione di una nuova fase storica, improntata alla cooperazione.

Un progetto, com’è noto, rimasto incompiuto o inattuato. A questo proposito è utile ricordare che dopo il 1991 anche la Russia si sarebbe dotata di una nuova alleanza militare, ovvero la CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, Organizatsiya Dogovora o kollektivnoy bezopasnosti).

Gorbačëv e le “amnesie” di Putin

Quando Putin accusa Gorbačëv di aver posto fine alla potenza russa, dimentica che il sistema sovietico era già al collasso prima del 1985. Non a caso lui stesso brindò insieme ai commilitoni (si trovava di stanza a Dresda) all’annuncio della morte di Černenko, convinto che questa avrebbe significato la fine dell’URSS. E dimentica come Jurij Andropov, suo capo al KGB e mentore, sia stato il vero “padre” della perestrojka e della glasnost’, avviando un piano di riforme ed una critica interna mai viste dal 1956. Dimentica infine che proprio Andropov segnalò Gorbačëv come suo successore alla guida del Paese.

Il Kremlino e quella seconda Rivoluzione d’Ottobre, a metà

Il discorso di Michail Gorbačëv davanti al Soviet Supremo in occasione del 70esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (7 novembre 1987) deluse in parte i molti che, specialmente al di là della cortina, si aspettavano un altro 1956, l’emersione di linee dirompenti e straordinarie.

Forse proprio perché memore della sorte toccata a Chruščëv, Gorbačëv difese infatti le sue riforme ma restò ad esempio fermo nella critica a Trockij ed al trotskismo, esaltò il primato del partito mentre di Stalin denunciò, sì, i crimini, ma ne elogiò i programmi economici, di riorganizzazione dello Stato e la sua condotta durante la II Guerra Mondiale.

Un vero elemento di novità arrivò tuttavia dalla riabilitazione, giuridica o politica, di alcune vittime illustri delle “purghe” staliniane (1936-1938), tra le quali gli ex ministri e collaboratori di Lenin Viktor Michajlovič Černov e Arkady Pavlovich Rosengolts, l’ex Commissario per gli Affari Interni Aleksej Ivanovič Rykov e, soprattutto, Nikolaj Ivanovič Bucharin, Segretario generale del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista dal 1926 al 1929, editore capo della Pravda dal 1918 al 1929 e tra le figure più influenti e importanti della prima storia sovietica.

Occorre tuttavia precisare come secondo molti analisti e osservatori la riabilitazione di Bucharin, sostenitore di Stalin in campo politico ma contrario, sulla scia delle indicazioni dell’ultimo Lenin, alle ricette economiche del dittatore georgiano (in particolare la rapida industrializzazione e la collettivizzazione forzata), fosse in realtà funzionale alla nuova dirgenza gorbacioviana per legittimare sé stessa e la Perestrojka.

Nota: il processo di riabilitazione di Bucharin era già iniziato nel 1956, per poi arenarsi. Sostenuto in primis, almeno per un certo periodo, dalla vedova e dal figlio, nel 1962 aveva portato alla caduta delle accuse di terrorismo e spionaggio, ovvero quelle che gli erano costate la condanna a morte. Ripreso nel 1985 con l’arrivo di Gorbačëv al Kremlino, ebbe un impulso decisivo in quel 1987 per poi concludersi un anno dopo.