Il New Deal internazionale e l’importanza di ONU, NATO e UE Perché la “politica di potenza” è una seducente catastrofe

Nelle fasi conclusive della Guerra Fredda, molti analisti* si domandarono se la fine dell’equilibrio bipolare che aveva contraddistinto la politica mondiale per cinquant’anni non avrebbe riprodotto uno scenario simile se non identico a quello precedente il 1945, ovvero con il ritorno all’unilateralismo ed alla “raison d’etat” come bussola delle cancellerie più importanti.

La preoccupazione degli osservatori era quella di una reintroduzione delle “shifting alliances”, instabili e pericolose, in sostituzione di quella “ragion di blocco” basata sul solidarismo d’emergenza che aveva assicurato la pace su larga scala a partire dalla sconfitta dell’Asse. Il rischio non si concretizzò, perché l’ONU seppe dimostrare tutta la sua tenuta, sebbene tra non poche storture ed ambiguità, realizzando il sogno, prima wilsoniano e poi rooseveltiano (“international new deal”), di una concertazione paritetica che fosse in grado di allontanare lo spettro di una deflagrazione tra le grandi nazioni (complice, anche la deterrenza nucleare e il principio della “mutua distruzione assicurata”).

Allo stesso modo, l’UE rappresentò e rappresenta il primo esperimento nella storia di partnership organizzata su base stabile, paritetica e collegiale tra attori una volta e per secoli in contrapposizione violenta, sul piano militare come su quelli strategico ed economico. Stesso discorso, sebbene con alcune differenze di fondo, per la NATO, che nel suo “strategic concept” come nel suo “fonding act” illustra la sua fisionomia di garante del diritto internazionale, braccio ed espressione di quell’ “international policy power” voluto da F.D Roosevelt ma mai realizzato pienamente dalle Nazioni Unite (all’ONU mancano, in buona sostanza, quei “denti” di cui parlava Hull**).

Se ne deduce dunque come la fine di questi importanti e consolidati nuclei di ordine democratico avrebbe conseguenze devastanti ed imprevedibili, come l’esposizione dei paesi minori alle mire egemoniche di quelli maggiori e il ritorno alla politica di potenza per le “middle” e le “regional power”, trovatesi senza copertura e quindi costrette ad un aumento delle spese militari e ad una corsa all’opzione atomica, con una pericolosa e diffusa escalation verso la proliferazione nucleare. Alla linea d’indirizzo collegiale interstatuale si sostituirebbe un nuovo ordine basato sull’unilateralismo e la divisione, dove i paesi maggiori vedrebbero una crescita irrazionale del loro potere e del loro margine di manovra consegnando gli altri alla vulnerabilità, all’instabilità e al declino economico (tra le vittime di questo stato di cose, i paesi europei, non più in grado di rivaleggiare con i nuovi protagonisti della globalizzazione).

*Di notevole interesse i contributi di John Mearsheimer (“Back to the Future”) e Gregory Treverton (“Finding an analogy for tomorrow”)

**Cordell Hull (Olympus, 2 ottobre 1871 – Bethesda, 23 luglio 1955), 47° Segretario di Stato americano, Premio Nobel per la pace nel 1945. Tra i padri delle Nazioni Unite.

Le regioni italiane senza Roma e senza la NATO: tutti i rischi di un futuro da colonie.

Tra le istanze principali dei movimenti d’opinione secessionisti italiani (in ogni caso delle vocal minorities ), l’uscita, una volta ottenuta l’indipendenza, dalle principali assemblee internazionali, continentali ed extra-continentali. Tra queste, la NATO.

L’elemento, se da un lato ci rivela una delle cause principali dell’insofferenza alla base del secessionismo (l’ingerenza o presunta tale negli affari interni delle varie entità territoriali), dall’altro rappresenta la cartina di tornasole per cogliere e comprendere tutta la sprovvedutezza delle formazioni che mirano all’ autogestione. Il loro impianto politico-ideologico, infatti, poggia e si snoda su una “wishful thinking”, ovvero la convinzione dell’immutabilità dell’attuale status quo, basato, almeno in Occidente, sulla, democrazia ed il rispetto del diritto internazionale. Non è così, e per realtà quali il Veneto, il Friuli o la Sicilia, collocate in zone geostrategiche particolarmente delicate ed a ridosso di vicini spesso più forti, sicuramente più instabili e con i quali esistono ancora delle gravi pendenze storiche, l’assenza di una tutela sovranazionale potrebbe risultare fatale (non a caso, noteremo come tutti i paesi usciti dal blocco sovietico mirino oggi all’ingresso nella UE o nella NATO).

Soltanto un “hard power” adeguato (una “force de frappe” nucleare) potrebbe garantire la piena indipendenza ed autonomia, almento sul piano politico, ma si tratta di un’opzione della quale nessun soggetto separatista potrebbe mai dotarsi.

Da segnalare inoltre come, nell’immediato, la mancanza di un sostegno estero renderebbe impossibile per soggetti come la Sicilia la gestione dei flussi migratori dall’Africa.

La forza della democrazia

La pubblicistica divulgativa e la saggistica accademica hanno relegato il cosiddetto “Golpe Borghese” ai margini della ricostruzione documentale e del fraseggio politico, incapsulandolo nei contorni di un bislacco rigurgito squadristico presto sfaldatosi per l’insipienza dei suoi organizzatori.

Ma non è così.

Ideato da un militare esperto e privo di scrupoli (l’ufficiale di Marina Junio Valerio Borghese), il “golpe” si presentava estremamente elaborato e ponderato, in ogni dettaglio e sfumatura (era già pronto il discorso che Borghese avrebbe dovuto tenere alla Nazione) e poteva contare sul placet ed il supporto degli Stati Uniti D’America, desiderosi di sbarazzarsi della testa di ponte filo-sovietica in Italia ( tra i punti cardine del piano c’era la messa al bando di qualsiasi partito o movimento di ispirazione comunista). La presenza nel Mediterraneo di alcune unità navali di Mosca, mandò tuttavia a monte la manovra dell’ex ufficiale repubblichino; l’URSS non avrebbe infatti mai tollerato che un Paese importante come l’Italia potesse cadere sotto i tentacoli di un regime dittatoriale di tipo reazionario e totalmente sbilanciato verso Washington, perché questo avrebbe comportato una violazione ed una manomissione degli equilibri nati con gli accordi del 1943. Nixon si vide pertanto costretto a ritirate l’appoggio statunitense al progetto, che si arenò.

Oggi non ci sono più ICBM sovietici pronti a partire dai silos siberiani per “difendere” posizioni, dinamiche e baricentri che (fortunatamente ) appartengono al passato, ma la coscienza democratica, sicuramente più forte ed evoluta rispetto ad allora, la maggiore forza politica della UE e, soprattutto, l’apparato militare della NATO, stroncherebbero qualsiasi tentativo di sabotaggio messo in atto contro la nostra democrazia, anche se l’esperimento golpistico dovesse vedere l’adesione di settori delle forze dell’ordine, dell’Esercito o delle istituzioni politiche.

Bнимание, Mr.Obama. Beware

Nel 1999, ai tempi dell’iniziativa militare NATO nella ex Jugoslavia (senza autorizzazione ONU ma con un poderoso bombardamento mediatico delle PR “Ruder & Finn” e “Hill & Knowlton”), un contingente di 200 soldati russi decise di occupare l’aeroporto militare di Pristina, a seguito di un malinteso diplomatico con gli occidentali. Il comandante statunitense NATO Wesley Clark e il segretario generale dell’alleanza Javier Solana, ordinarono a quel punto di trasferire di prepotenza le loro truppe nella zona. La missione fu affidata alla futura rockstar britannica James Blunt, all’epoca ufficiale di leva, che però rifiutò la prova di forza con i russi, che nel frattempo avevano spianato carri armati e cannoni sulla pista di atterraggio. Il provvido gesto evitò un confronto termonucleare tra noi e Mosca, la quale, se attaccata a viso aperto e sotto agli occhi del mondo ( e del suo popolo), non avrebbe potuto esimersi da una risposta severa e decisa. Washington ed alleati avevano dato il via ai bombardamenti sulla Serbia perché confidanti nella debolezza di una Russia ancora frastornata dal crollo dell’impero sovietico, dipendente dalle iniezioni finanziarie degli ex rivali e capitanata da un personaggio a loro tradizionalmente vicino e contiguo (almeno dal 1987), ma ciò nonostante, l’imprevisto, l’inaspettato, il caso, avrebbero potuto stravolgere, repentinamente e fatalmente, le cose. Oggi come allora, il pericolo di un terzo conflitto mondiale viene da troppi preso sottogamba e minimizzato; se, infatti, è lapalissiano che l’olocausto termonucleare non rientra nelle convenienze di nessuno, è altresì vero (come l’ “Incidente di Pristina” sta a dimostrare), che frequentemente è l’equivoco a giocare e poter giocare un ruolo capitale e decisivo.

Chi ha paura dello shock economico?

Il fatto che il capo di una potente PR alluda, in modo sibillinamente vaticinatorio, alla Teoria dello Shock Economico, è motivo di un ampio e variegato ventaglio di inquietanti interrogativi.

; il potere di manipolazione e coercizione mentale delle PR. La Ruder Finn e la Hill e Knowlton furono tra i più grandi catalizzatori di consenso verso le iniziative politico militari statunitensi in Irak, Afghanistan, Serbia e, più in generale, ogni opzione bellica di Washington è sempre stata affiancata, da Woodrow Wilson in poi, da un corposo e robusto lavoro di preparazione da parte di questo tipo di agenzie.

; il personaggio in questione è un imprenditore, quindi legato alle leve di comando dell’economia di mercato

; il personaggio in questione è legato, politicamente ed economicamente, ad un altro imprenditore, dichiaratamente atlantista

; il soggetto politico di cui il personaggio in questione è cofondatore ha incontrato, da subito, il sostegno delle autorità statunitensi (l’ambasciatore Spogli) e la prima performance pubblica dei portavoce della suddetta compagine politica è stata un’audizione proprio all’ambasciata statunitense

; la Teoria dello Shock Economico è stata l’ apripista ed il grimaldello per l’estensione dell’influenza USA-NATO in vaste aree del pianeta (in particolare Sud America ed Est Europa)

Quanto sviluppato da Stanley Milgram potrebbe offrire una chiave di decodificazione importante a tal proposito, benché l’esegesi della grammatica politica alla base di una simile sortita non sia cosa facile ed agevole. Almeno al momento.

Il trono sulla finestra:Grillo e l’equivoco populista degli F-35

L’acquisto dei cacciabombardieri F-35, rientra in un piano di ammodernamento degli apparati militari NATO, alleanza di cui l’Italia fa inossidabilmente parte da oltre sei decadi (nata come “barriera” al blocco socialista che mai, rammentiamolo, si era spinto oltre il perimetro jaltiano, e divenuta dopo il 1992 braccio armato dell’imperialismo economico occidentale). Grillo si è potuto permettere il gesto ad “effetto” di votare contro la misura, solo ed esclusivamente perché nell’attuale segmento temporale si trova collocato all’opposizione; qualora fosse stato il M5S a governare, non avrebbe potuto dire no ai piani dell’alleanza, e questo per ragioni politiche, strategiche ed economiche ben definite e, in primis, predefinite. Ricordiamo, inoltre, che l’ex comico è un atlantista dichiarato e convinto, e che nel suo ideale “pantheon” politico collocò Tony Blair, ovvero la quinta colonna dell’imperialismo e della reazione targati GOP e Likud.

P.s. la prima uscita “istituzionale” dei capigruppo pentastellati, fu proprio all’ ambasciata statunitense.

Attenzione alla parola “terrorista”

L’ elasticità restringente del termine/concetto “terrorismo”/”terrorista” è uno dei bastioni della propaganda politica di guerra e segna allo stesso tempo una tappa assolutamente nuova in questo senso (almeno dal 1917 in poi, quando il Presidente americano Woodrow Wilson gettò le fondamenta della propaganda moderna tramite la costituzione del “Committee on Public Information”). Questo perché tali formule (“terrorismo” e “terrorista”) traggono la loro forza e spinta propulsiva da uno dei cardini dell’impianto propagandistico classico: la semplificazione. Dalle campagne USA-NATO in Iraq e Afghanistan, i due vocaboli hanno assunto una valenza identificativa dell’autoctono che combatte lo straniero (le truppe occidentali) in “casa propria” e, e bene rammentarlo, con mezzi nettamente inferiori, dal punto di vista qualitativo come quantitativo. Ecco che il concetto di “terrorismo” si fa restringente e banalizzante, semplificante. Viceversa, diventa elastico quando la propaganda occidentale o di matrice revisionista fa riferimento agli stessi combattenti quando erano schierati contro le milizie Sovietiche (guerra afghana del 1979-1989) o, ad esempio, quando al centro dell’indagine e della speculazione storica, giornalistica o politica ci sono i soldati di Salò (anch’essi schierati a difesa di un regime dittatoriale contro gli Anglo-Americani, ma in questo caso presentati come soldati regolari e depositari di una dignità ideologica). Il meccanismo è strettamente legato e consequenziale ad alcuni passaggi che il sociologo Ragnedda inquadra all’interno di tre terzine:

A) Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1) demonizzazione del nemico
2) Uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3) Guerra in risposta al nemico e non come attacco

B) Bontà delle nostre guerre
1) Soccorrere una nazione o un popolo
2) Giusta causa
3) Estendere la democrazia

C) Sostegno alla giusta causa
1) Sostegno dal di fuori: internazionale
2) Sostegno dall’interno. intellettuali ed artisti
3) Sostegno dall’alto: divino

Islam e violenza: dove sbaglia la sinistra

Tra le (molte) cause del declino (temporaneo?) della porzione più radicale della sinistra nazionale, figura senza dubbio la brusca “sterzata” a favore delle teocrazie islamiche. Questo atteggiamento è frutto di una strategia che, per quanto stolida, antistorica e sucida, risponde ad un criterio molto preciso e definito: nell’attuale segmento temporale, i regimi della Mezzaluna vivono infatti una forte contrapposizione con l’Occidente, gli USA e la NATO (dopo la contiguità con il Nazi-Fascismo nella prima parte del secolo scorso), di conseguenza vengono percepiti come alleati in una causa comune, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un simile , sconclusionato “modus cogitandi atque operandi”, ha lasciato e lascia preda dello smarrimento e della costernazione i marxisti più ortodossi ( e non solo); nelle teocrazie di stampo islamico, infatti e ad esempio, i partiti comunisti sono vietati, i comunisti perseguitati e l’ architettura ideologica, sociale, culturale ed istituzionale di quei paesi contrasta in modo stridente con i principi base dell’ideologo di Treviri (in questo caso il materialismo storico) e con il portato del movimento comunista internazionale 900esco (in questo caso la parità di genere). Nella DDR (il Paese socialista che forse più di ogni altro seppe avvicinarsi al Comunismo, almeno dal 1924), venivano incoraggiati il nudismo, i rapporti prematrimoniali, quelli adolescenziali e l’aborto non aveva vincoli di alcun genere, proprio nel tentativo di far crollare i tabu arcaici e borghesi che ingabbiavano la figura femminile, impedendone la totale e piena emancipazione (si legga il sociologo tedesco-orientale Kurt Starke e lo si confronti con il sovietico T.S. Atarov). Cose ben lontane da burka, frustate ed infibulazione. “Ogni cuoca deve imparare a governare lo stato” – Vladimir Il’ič Ul’janov.

Fu vera (contro)informazione?

Tra i tanti miti sull’informazione, spopola e prospera quello che vorrebbe la (contro)informazione e le sue varianti come oasi di onestà deontologica, libero scambio di idee e proposte e volano per l’estro speculativo più genuino. Nulla di più falso e ingannevole. Sarà infatti sufficiente assumere a paradigma alcune delle bufale cui i social network stanno facendo da cassa di risonanza negli ultimi anni, per rendersene conto. Prendiamo la panzana della Grecia in balìa di scontri e violenze e con i supermercati assaltati; in questo caso, la controinformazione fa ricorso ad alcuni degli strumenti tipici dell’informazione “ufficiale”, generalmente bollata e snobbata come asservita. Eccone alcuni: propaganda di tipo “grigio”. Si parte da una verità di fondo (la crisi economica greca e gli scontri del 2010) per ricamare una facile trama ad uso e consumo delle menti più pigre e suggestionabili. Il motivo? Creare un grimaldello per scardinare la credibilità dell’UE e di Paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e l’Italia. Ecco allora che si passa alla fruizione del “capro espiatorio” (le grandi potenze e l’eurozona), del “senso comune” (linguaggio familiare per esprimere concetti familiari, in modo da far credere allo spettatore-lettore che le posizioni del propagandista siano le stesse dell’uomo comune e del comune sentire), e dell’enfatizzazione della paura (precipitare nell’anarchia e nella violenza a causa dei sopracitati capri espiatori). Come si può facilmente osservare, i virtuosi dell’informazione “libera” non sono differenti, nella sostanza e nella morale, dalle agenzie di comunicazione assunte dalla NATO durante le operazioni di guerra o dagli “embedded”, i cronisti “incastonati”, inquadrati nei conflitti per dire quello che l’occidente e le multinazionali petrolifere di turno desiderano.