La reazione emotiva di Peskov e Medvedev alle dichiarazioni di Trump (la Russia come “tigre di carta”) è dovuta al fatto che il tyconn ha toccato un nervo scoperto per la leadership putiniana. “Middle power” in concreto, alle prese con problemi strutturali mai risolti e che la guerra in Ucraina ha ulteriormente evidenziato ed enfatizzato, la Russia gioca infatti su una comunicazione psicologica (PsyOps) focalizzata sull’ingigantire la percezione della propria forza. Questo, facendo ad esempio leva sul proprio passato, sul proprio arsenale non-convezionale, sulle proprie dimensioni geografiche e sulla personalità del proprio leader, elementi che attivano nel target occidentali distorsioni interpretative e cognitive complesse e correlate quali l’ “escalation bias”, la “fallacia della deterrenza assoluta”, il “worst case thinking bias”, il “negativity bias”, l’ “hostile attribution bias” l’ “euristica della disponibilità”, ecc.
Con le sue parole, Trump ha in un certo senso fatto cadere il velo della retorica persuasiva russa; se al contrario si fosse trattato di una esagerazione, e se i russi fossero davvero sicuri dei propri mezzi, la replica sarebbe stata ben più rilassata, se non assente.
“Immagine” e “identità” si fondono, invece, per Mosca. Se cade la prima, cade la seconda. Nota: è bene precisare come non solo il cittadino “comune”, ma pure analisti strutturati, tendano spesso a cadere negli errori interpretativi sopracitati, scoprendo il fianco alla suggestione propagandistica del Kremlino (quando è diretta alle élites, si parla di “treetops propaganda”).
A pungerli sul vivo potrebbe essere anche il fatto che Trump ha rispolverato una metafora che coniò Mao, in riferimento all’Occidente




