Detroit fallisce: ma agli americani ci fanno la morale su L’Aquila

L’amministrazione comunale della metropoli di Detroit, capitale del mercato nazionale dell’automobile (nonché della criminalità urbana), dichiara fallimento. I giornali statunitensi, però, trovano ugualmente modo, tempo e “faccia” per impartire con pedanteria didascalica lezioni agli italiani sul post-sisma aquilano, proponendo e presentando scenari di resa al nemico, nel caso di specie la sorte, di rassegnazione e di irreversibile declino. Di nuovo, entra in scena il “Manifest Destiny”, prodotto del biorazzismo coloniale statunitense, declinazione e cardine primo del loro massificante fascismo culturale. Loro che hanno ancora intere porzioni di New Orleans devastate dell’uragano del 2005. Loro che non offrono nessun contributo a chi perde il proprio alloggio.

Hollande, Snowden, Morales e la grandeur zoppa

L’appiattimento di François Hollande alle direttive di Washington sull’affaire Snowden-Morales (un attacco di pirateria di inaudita gravità perpetrato ai danni di un capo di Stato) dimostra come anche le socialdemocrazie più avanzate non sfuggano e non possano sfuggire alle logiche colonialistiche volute e tessute dal potente alleato d’oltreoceano. Ma c’è di più: la Francia, in quanto potenza vincitrice della II Guerra mondiale (seppur solamente sulla carta) potrebbe, de iure e de facto, disporre di una libertà di manovra negata ad Italia, Germania e Giappone ( a tutti gli effetti Paesi satellite degli USA), ma evidentemente la “Dottrina Breznev” non solo è ancora viva ad ovest dell’Elba, ma si presenta molto più solida e tentacolare di quanto non si creda. Il disastro dell’ottennato Bush, il rafforzamento economico-militare di Mosca e l’acquisto da parte di Pechino del debito pubblico americano, hanno comunque limitato pesantemente la potenza di fuoco degli USA, e stavolta non sarà sufficiente corrompere una truppa di camionisti per rovesciare un governo, quello di Morales (socialdemocratico, bolivariano e guevarista ma non marxista-leninista) voluto dal popolo sovrano.

Morra genovese

Il neo-capogruppo pentastellato al Senato Morra è apparso ieri, su La 7, intervistato da Luca Telese. Morra fa parte di quella ristretta cerchia di “eletti” che l’esperto di marketing Gianroberto Casaleggio (già “spin doctor” di Di Pietro) ha scelto per rappresentare il M5S sulle piattaforme mediatiche. La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di una sorta di creatura mitologica, a metà tra l’impaccio del principiante e la sapienza retorica della vecchia volpe della politica, un centauro rivisitato e riadattato per i nostri tempi, insomma. Morra, difatti, in 40 minuti di trasmissione ha detto tanto, tantissimo, senza però dire nulla. Certo, ha teatralmente srotolato lo striscione che annunciava la restituzione di (parte) della diaria (le rimanenze), ha accusato di illegittimità Mediaset (quando lo facevano altri, Grillo era ancora un berlusconiano dichiarato), ma niente di più. La sua formazione filosofica (è docente della materia) gli ha consentito di districarsi negli scambi dialettici meno ardui, di alzare e lanciare un po’ di polvere, ma nessun lavoro di scavo, nessuna proposta, nessuna analisi economica e finanziaria di peso e densità concettuale. Il tutto, incorniciato dal quell’odioso complesso di superiorità morale che nemmeno la sinistra più snob della “Terza Via” e dell’ “esempio Emilia” riuscì mai a mettere in campo.

Senno del poi,senno del mai…

Il fondo commerciale di un amico presenta alcune carenze strutturali. Grattacapo apparentemente ostico e complesso, ma in realtà risolvibile nell’arco di un paio di mesi, con alcune misurazioni, la “chiusura” di qualche finestra e altri lavoretti di modesto cabotaggio. Basta, sarebbe bastato, davvero poco..

“Titolacci e titolini” con la paura altrui

Nel suo numero di oggi, un noto quotidiano regionale (regione Toscana) sulla prima pagina dedicata alla provincia di Massa Carrara, ci dice: “PAURA SENZA FINE”, in riferimento allo sciame (o sequenza?) che sta interessando la zona apuo-lunigianese da qualche giorno a questa parte. Ecco che ci troviamo dinanzi ad una sterzata concettuale particolarmente significativa ed importante, non solo per la lettura e l’esegesi dei codici propri dell’informazione; il cronista valica ed abbandona il proprio perimetro di competenza professionale per indossare i panni dell’uomo di marketing, e lo fa con un titolo “civetta”, un titolo “muscolare” e a grandi caratteri (di importante impatto visivo), evocante sentimenti forti (la paura) legati ad un evento potenzialmente carico di pathos (il terremoto). Questa procedura sortisce senza tema di smentita un incremento dell’interesse verso il pezzo e la testata, ma, nel caso di specie, delinea un’azione di grande irresponsabilità civile e fragilità deontologica. Perché “paura senza fine”? Paura di chi? Paura perché? Quando? Sopra, però, il cronista ci ha detto: “Specialisti a consulto”. Ah, ecco. Ecco perché. Ecco dov’è l’ ἀρχή di questa “paura senza fine”. La mente “profana ” è così condotta per mano a ritenere che gli addetti ai lavori (giornalisti e sismologi) siano a parte di qualche arcano gravido di apocalittica predizione, e qui sta il vero panico, qui si ha il generatore di tensione e sospetto, ancor più che nel sussulto tellurico. Questa è l’azione di grande irresponsabilità civile e fragilità deontologica. Da sottolineare, inoltre, come quanto illustrato rientri nella cosiddetta “propaganda commerciale”, e ricorra ad alcuni bastioni della propaganda classica quali l’ “enfatizzazione della paura”, le “frasi allusive” e la “semplificazione”, scintille scatenanti ciò che Sigmund Freud Freud definiva sublimazione: il lettore , dinanzi all’esposizione di un evento cruento, placa, trasferisce ed appaga le sue pulsioni violente ancestrali. Di qui, l’attrazione per tutto ciò che riporta a fatti o interpretazioni di particolare crudezza.

Il trono sulla finestra:Grillo e l’equivoco populista degli F-35

L’acquisto dei cacciabombardieri F-35, rientra in un piano di ammodernamento degli apparati militari NATO, alleanza di cui l’Italia fa inossidabilmente parte da oltre sei decadi (nata come “barriera” al blocco socialista che mai, rammentiamolo, si era spinto oltre il perimetro jaltiano, e divenuta dopo il 1992 braccio armato dell’imperialismo economico occidentale). Grillo si è potuto permettere il gesto ad “effetto” di votare contro la misura, solo ed esclusivamente perché nell’attuale segmento temporale si trova collocato all’opposizione; qualora fosse stato il M5S a governare, non avrebbe potuto dire no ai piani dell’alleanza, e questo per ragioni politiche, strategiche ed economiche ben definite e, in primis, predefinite. Ricordiamo, inoltre, che l’ex comico è un atlantista dichiarato e convinto, e che nel suo ideale “pantheon” politico collocò Tony Blair, ovvero la quinta colonna dell’imperialismo e della reazione targati GOP e Likud.

P.s. la prima uscita “istituzionale” dei capigruppo pentastellati, fu proprio all’ ambasciata statunitense.

Il grande bluff: la storia la fanno gli storici,non i vincitori

Tra i bastioni di una certa mitologia banalizzante la storia e la storiografia, se ne segnala uno in particolare, per inconsistenza logica e capziosità ideologica. Si tratta di un refrain tradizionalmente in uso (e in abuso) in via prevalente presso quelle comunità che hanno perduto una scommessa con le dinamiche materialistiche, un martellamento mantrico tanto chiassoso quanto fragile, contraddittoria e complessa è la posizione cui deve ergersi a difesa. Questa formula, un ibrido tra la provocazione e l’alibi, è la seguente: “la storia è scritta dai vincitori”. Ho parlato di inconsistenza logica per due motivi: 1) tutti possono scrivere e pubblicare un testo storiografico, anche attraverso canali importanti. Prendiamo Pansa o i revisionisti risorgimentali; costoro lamentano (o rivendicano?) il ruolo dei vessilliferi dei vinti (se non dei vinti stessi), con tutto il carico di marginalizzazione che questo “status” dovrebbe comportare, però trovano ampio spazio nei più importanti canali editoriali, sui media, sui giornali, ecc. 2) La storia è un insieme di fatti realmente accaduti e per questo immutabili, e la storiografia si pone, secondo la traccia tucididea, come loro ricerca, catalogazione ed analisi dinamica. Lo storico può offrire la propria lettura dell’evento, ma non può occultarlo o sabotarlo. In caso contrario, ci troveremo dinanzi al propagandismo, bianco, nero o grigio che sia, ma che è e rimane cosa ben diversa dal rigore scientifico del vaglio storiografico. Ancora un esempio: la saggistica accademica ci offre un vasto e variegato ventaglio sulle cause dello sfaldamento del cosiddetto “Impero Sovietico”; chi lo imputa (pochi osservatori e prevalentemente di nazionalità italiana o polacca) al ruolo di Giovanni Paolo II e del Vaticano, chi all’azione riformatrice di Michail Gorbačëv e del gruppo degli economisti yeltsiniani, chi, ancora, al gioco al rialzo di Ronald Reagan sugli armamenti, che avrebbe costretto l’URSS a depauperare le sue già fragili casse per non perdere terreno rispetto agli USA, chi alla balcanizzazione etnica dell’URSS e di alcuni Paesi d’oltre cortina, l’ “Impero esterno” (balcanizzazione che avrebbe svolto un ruolo centrifugo e disgregante), chi alla scarsità dei beni di consumo rispetto al comparto capitalistico (i piani quinquennali predilessero sempre lo sviluppo dell’industria pesante) e così via. Ognuna di queste teorie trova spazio nella piattaforma interpretativa di studiosi di provato credito quali Aganbedjain, Dibb, Gaddis, Brzezinski, Guerra, Skidelskty, ecc. Ci sono, però, una serie di dati incontrovertibili, cui nessun lavoro di scavo, sincronico o diacronico, può sfuggire:

1: Il Blocco non era retto da formule istituzionali democratiche

2: Il “gap” economico con l’occidente

3: Le spinte centrifughe delle comunità nazionali sovietiche e delle democrazie popolari europee.

Nessuno, quindi, può negare o espellere dal proprio ragionamento una serie di parametri fattuali tanto definiti e lineari, pena la trasformazione della storiografia in propaganda di tipo “politico”. P.S: Chi scrive è un estimatore delle democrazie popolari e della loro esperienza, ma ciò non mi ha impedito di imbastire una tesi sfrondata dai miei condizionamenti ideologici e personali.

La minaccia (televisiva) sovietica

Pensare che Berlusconi e la destra siano riusciti e riescano a catalizzare buona parte del proprio consenso politico-elettorale brandendo la minaccia comunista, la dice lunga sull’immaturità di una porzione dell’elettorato italiano e sulla capacità di manipolazione, sociale e mentale, del dispositivo mediatico-televisivo. Già nei momenti più bui dello stalinismo e della prima Guerra Fredda, il “pericolo” di una presa del potere nel nostro Paese da parte del PCI era infatti assolutamente fuori discussione, e per ordine proprio del Cremlino; dopo gli accordi di Jalta, Stalin, proverbialmente ossessionato dalla tutela della sicurezza sovietica (secondo alcuni storici, il cosiddetto “impero esterno”, ovvero i paesi del blocco orientale, non sarebbe stato il frutto di una strategia espansionistica quanto di contenimento) convocò sia Togliatti che Thorez (leader del Partito Comunista Francese, altro totem del comunismo occidentale) per comunicare loro che mai l’URSS avrebbe appoggiato un tentativo di colpo di stato marxista, perché questo avrebbe condotto ad un’alterazione degli equilibri con gli USA, allora unica potenza nucleare. Ancora nel 1990, l’allora capo del KGB Vladimir A.Krjuckov ebbe a dire al capo del SISMI italiano Fulvio Martini, in visita a Mosca: “Noi sovietici siamo i più ligi e scrupolosi nell’applicare gli accordi del 1943. Ci ha fatto comodo un PCI forte, ma entro una certa misura. Non avremmo potuto tollerare che il PCI, anche con mezzi democratici, si fosse avvicinato troppo al potere. Gli Americani avrebbero potuto accusarci di non rispettare i patti, decidendo così di intervenire maggiormente nella nostra fascia di sicurezza”. D’altro canto, la Svolta di Salerno e i governi di solidarietà nazionale con le forze liberali costituiscono la prova materiale e provante di questa traiettoria strategica. Lo stesso Che Guevara ebbe molti problemi con Mosca negli anni ’60, proprio a causa dei suoi tentativi di dare vita alla “rivoluzione permanente” estendendola al di fuori dell’assetto perimetrale jaltiano. Il boicottaggio delle sue spedizioni in Congo e Bolivia da parte dei sovietici ne sono la dimostrazione (il Primo Ministro sovietico Aleksej Kosgyin minacciò Castro di ridurre drasticamente le forniture di petrolio a Cuba, se lui e Guevara non avessero abortito le loro velleità rivoluzionarie in America Latina). Tali acquisizioni contribuiscono a consegnarci una lettura ben diversa degli anni della Guerra Fredda e delle dinamiche dualistiche che la caratterizzarono, conducendo l’osservatore ad un ripensamento sul ruolo sovietico e ad un’analisi più equilibrata del fenomeno e dell’epifenomeno, sfrondata dagli irriducibili pregiudizi ideologici antisocialisti. La contrapposizione “buono” contro “cattivo” non ha diritto di cittadinanza nell’analisi storiografica…

Perchè piace l’urlatore. Già..perchè?

E’ interessante notare come nei paesi slavi e latini (le patrie del populismo classico), il linguaggio politico anticonvenzionale ed urlato, gli stilemi, la gestualità e l’ estetica della rutilanza più triviale e chiassosa riescano a comunicare al popolo sincerità, alterità, onestà ed intraprendenza.

Il Qualunquismo Quotidiano

Da Il Fatto Quotidiano:

“Ici non pagata 4 anni, palestra abusiva. Josefa Idem, ministro tedesco all’italiana?”.

La formula “ministro tedesco all’italiana” dimostra e palesa (al di là della scarsa professionalità giornalistica), tutto il background farcito di pressapochismo culturale, sciatto qualunquismo, demagogia a buon mercato e razzismo (italofobo) tipici dell’informazione politica e politizzata meno affidabile, quella alla perenne ricerca del consenso facile, della frasetta ad effetto, della pancia del popolino urlante sulla quale adagiare il proprio orecchio e la propria bocca per vendere qualche copia in più e portare acqua al padrone di turno. Ieri veniva da Pontida, oggi da Ivrea. Franza o Spagna..