Renzi il frainteso

Quel fideismo “evergreen” ma mai “cool”

Scienziato, storico, attivista e giurista, il russo Moisei Ostrogorski è tuttavia passato alla storia per la sua produzione come sociologo e politologo, divenendo, insieme a figure come Max Weber, uno dei padri della moderna Sociologia Politica. Estremamente rivoluzionarie per l’epoca e figlie del complesso assetto congiunturale innescato dell’ultima fase zarista, le teorie di Ostrogorski vedevano nelle masse una sentinella di importanza apicale ed imprescindibile per la tutela della democrazia; per questo, secondo Ostrogorski, era fondamentale che il popolo venisse istruito il più possibile, per tutelarsi dalla classe dirigente e per aumentarne, di conseguenza, la qualità ed il valore. Ma non solo: il sociologo russo individuava una corrispondenza tra l’immobilismo monolitico e dogmatico dei partiti, che assimilava a quello delle religioni, e tra il legame fideistico che si fonda tra credente e religione e quello esistente tra partito ed elettore.

Quest’ultimo tassello dell’indagine ostrogorskiana è utile ai fini della comprensione di quanto avvenuto ieri, dopo la gaffe del primo cittadino di Firenze. I suoi “followers” si sono infatti prodotti e profusi in improbabili quanto cervellotiche indagini, geografie, monitorizzazioni e mappature, al millimetro e al dettaglio, della frase pronunciata dal loro leader di riferimento sull’ex viceministro Fassina, analizzandola e sezionandola in base alle traiettorie della semantica, della semiotica, della sociosemiotica e della fonetica. Una vera e propria battaglia all’ultimo fendente, una novella Isso a colpi di accuse di complotti, interpretazioni e speculazioni teoriche sull’intonazione della voce nel momento “incriminato”, sull’uso del tal pronome e sul suo arché intenzionale; tutto, allo scopo di destrutturare le posizioni degli avversari del momento, che sostenevano la tesi, fondata (almeno agli occhi di chiunque possa contare su una sufficiente padronanza degli strumenti della comunicazione) della gaffe (è mancato all’appello soltanto il “masscult” del “è stato frainteso”). Uno scivolone piccolo e di scarso cabotaggio concettuale, seppur evitabile, nato dallo slancio giovanilistico di un uomo consapevolmente in crescita di consensi e successi, ma amplificato dalla strenua operazione di “maquillage” messa in atto dai “supporters” renziani, dimostratisi incapsulati in quell’equivoco concettuale segnalatoci da Ostrogorski ormai un secolo fa, al pari di quei pentastellati o forzisti tanto e troppo spesso canzonati e sottoposti alla pubblica ordalia per la medesima pulsione ultrastico-partigiana.

La “Duplice”

L’imperatore di Germania Guglielmo II e l’erede al trono dell’Impero austro-ungarico Francesco Ferdinando, all’interno di una macchina durante una dimostrazione dell’esercito tedesco (1912). Sullo sfondo, il dirigibile Zeppelin e velivolo Papillon.

Zeppelin

“Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia” – Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff.

Reagan e la fine del comunismo. Storia ed ermeneutica di un malinteso

Se il ruolo di Karol Wojtyła come protagonista nella caduta del comunismo sovietico non trova diritto di cittadinanza nella narrazione storiografica internazionale, quello di Ronald Reagan viene, al contrario, spesso dilatato, dalla pubblicistica divulgativa come dalla saggistica accademica più scientifica e rigorosa. In sostanza, si vuole che il brusco programma di riarmo (“Strategic Defense Initiative”) attuato dall’amministrazione insediatasi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, abbia condotto l’URSS ad una rincorsa esasperata ed esasperante che finì per prosciugarne le già insufficienti risorse economiche (aumento del 45% delle spese belliche) , portandola all’implosione. Si tratta di un’interpretazione scissa dall’elemento fattuale e documentale, risultato di un’elaborazione che trova il suo archè ed il suo snodo nel “quid” più smaccatamente ideologico e partigiano; negli anni ’80 del secolo XXesimo, il Blocco sovietico (sia l’impero “esterno”, ovvero i paesi satellite, che quello “interno”, ovvero l’URSS) aveva infatti assistito all’esaurirsi della fase di relativo benessere che aveva a contrassegnato il decennio precedente ed era piombato in una situazione di grave ed irreversibile crisi e ritardo sotto il punto di vista economico, tecnologico, e sociale, resa ancor più acuta e delicata dal progresso che, in quegli stessi anni, l’Occidente capitalista stava vivendo e sperimentando. Inoltre, i numerosi segmenti etnici che componevano la realtà sovietica stavano facendo sentire sempre di più la loro azione detonante, da est ad ovest, e nel cuore della stessa Russia, dove importanti riviste come “Molodaja guardija” e “Nas Sovremmenik” riscoprivano e rilanciavano il vecchio sciovinismo imperiale, anche come risposta ai disagi provocati dallo sforzo economico che Mosca doveva sostenere per il mantenimento dell’intero apparato. E’ in questo contesto turbolento che si insedia ed inserisce la figura di Michail Sergeevič Gorbačëv , il primo , l’unico ed il solo responsabile di quel processo riformatore che portò alla liquefazione del comunismo in Europa. “Così non si può più vivere, è tutto marcio”, ebbe infatti a dire Gorbačëv a Eduard Shevardnadze, futuro Ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, poco prima della loro ascesa al potere. Eccessiva, intollerabile ed ingestibile la pressione della corruzione, del malessere sociale e del “gap” con il “mondo libero”che stava stritolando quel gigantesco sistema costretto ad una lotta impari, sostenuta e sostenibile soltanto attraverso il sacrificio dei beni diretti alla popolazione in favore di un impianto bellico incaricato di presidiare il regime in ciascuno dei 5 continenti. Ricorda Georgy Arbatov, consigliere per la politica estera di Gorbačëv: “I cambiamenti dell’Unione Sovietica non sono solo maturati ma sono anche nati al suo interno”. Ma la destrutturazione del mito di Reagan carnefice dell’URSS non arriva soltanto dagli ex avversari, ma anche dal”interno degli USA, e per la precisione da un Repubblicano, Gerald. R.Ford, ex inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, che considerava “sopravvalutato” il ruolo dell’ex attore nel crollo del nemico di sempre. A questo proposito, non deve e non dovrà sfuggire alla sosta analitica come i Paesi del Patto di Varsavia fossero rimasti nel più totale immobilismo, durante l’intero primo mandato reaganiano, ovvero prima dell’arrivo dell’uomo della “Perestrojka” e della “Glasnost” .

A “Ronnie” , il merito indubbio e indiscutibile di aver restituito fiducia agli USA e all’Occidente democratico dopo una decade non facile che aveva visto l’affermazione del refrain “il mondo sta andando a sinistra”, offrendo così agli occhi di chi viveva oltre cortina l’idea di un’alternativa allettante. Ma nulla più. Il tricolore russo sventolerebbe sul pennone più alto del Cremlino anche se nel 1984 avesse vinto “Fritz” Mondale o se il tenace Siri avesse scalzato l’ arcivescovo di Cracovia in quel rocambolesco e surreale 1978.

Il progetto secessionista e la sua vulnerabilità.Il caso dei Padani che volevano parlare in Italiano

Il Primo Congresso Nazionale Ordinario della Lega Lombarda (Segrate, 8-10/12/1989) segnò la fine dell’idea bossiana di creare un idioma comune al progetto padano, da utilizzare in via ufficiale anche dal suo movimento, al posto dell’Italiano. Il leader di Cassano Magnago aveva pensato al “Lumbard”, ma la scelta si presentò da subito non priva di interrogativi e complicazioni: sarebbe stata accettata, quale lingua ufficiale, dai militanti delle altre regioni settentrionali e, in caso di secessione, dall’intero Nord ? Ancora: come avrebbero fatto, i “padani” appartenenti alle altre regioni, a comprendere il nuovo codice? E quale “Lombardo”, poi? Milanese? Bergamasco? Cremonese? Bresciano? Mantovano?

“Ma che lingua vuole che si parli, nella Repubblica del Nord? Naturalmente l’Italiano”, confidò Bossi ad un inviato. “Su questa storia dei dialetti abbiamo riflettuto. E siamo giunti alla conclusione che è meglio soprassedere. La Padania non ha prodotto una lingua comune, come la Catalogna. E allora non resta che l’Italiano, che non è poi da buttar via come lingua comune”.

Questa, la pietra tombale sui sogni e le speranze del popolo verde di fregiarsi di un marchio comunicativo che segnasse e segnalasse l’identità nordista e l’alterità leghista rispetto ai segmenti politici tradizionali (quest’ultimo, “must” e carburante primo delle forze a vocazione populistico-demagogica).

Perché un progetto separatista abbia fortuna, l’unità che secede deve poter contare su un’omogeneità, un’ organicità ed una solidità ad ampio raggio, dal punto di vista linguistico, culturale, etnico , sociale e storico, altrimenti il nuovo soggetto non sarà che una riproposizione, in scala ridotta, del precedente, con tutte le sue problematiche e le sue contraddizioni. Sicuramente imperfetto e perfettibile, lo stato unitario presidia e garantisce tuttavia un ecumenismo inclusivo ed asettico che le singole porzioni territoriali spesso non possono e non potrebbero assicurare, e l’esempio, a noi prossimo e vicino, del Regno delle Due Sicilie, ne è la conferma. Dilaniato da spinte centrifughe costanti e continue, il suo disomogeneo fascio di comparti locali non accettava (tra le altre cose) il dominio e la rappresentanza della corona di Napoli, senza tema di smentita meno universalizzante del progetto unitario e dell’ombrello storico romano, pur con tutto il suo corteo di errori, anomalie e fragilità..

Il “popolo stanco” e la rivoluzione. Esegesi di una mitologia.

Il 1989 e il caso romeno.

Il 18 dicembre del 1989, il noto settimanale romeno “ Scanteia Tineretului” pubblicò un articolo alquanto strano ed anomalo, dal titolo: “Qualche consiglio per chi in questi giorni è al mare”. Strano ed anomalo, perché la stagione era quella invernale, e il clima particolarmente rigido della Romania in quella fase dell’anno non era e non è sicuramente tale da consigliare escursioni tra le onde e le spiagge. Si trattava in realtà di un messaggio in codice, diretto a coloro i quali, di lì a pochi giorni, avrebbero posto in atto la “rivoluzione” nel Paese Socialista. Ecco la il testo del trafiletto e la sua decodificazione:

ARTICOLO

-Evitate l’esposizione continua e prolungata al sole. E’ preferibile iniziare con sedute di 10-15 minuti , prima da una parte e poi dall’altra . In questo modo vi assicurerete una bella e uniforme abbronzatura su tutto il corpo

-Non andate troppo al largo e , in caso di pericolo, non urlate. E’ inutile. La possibilità che qualcuno arrivi in vostro aiuto è minima

-Approfittate del frutto benefico dei raggi ultravioletti. Com’è noto, essi sono più efficaci tra le 5.30 e le 7.30. Lo raccomandiamo soprattutto alle persone più deboli.

-Se avete una natura sentimentale e amate i tramonti, le librerie sul lungomare vi offrono un vasto assortimento di cartoline che ritraggono questi spettacoli

-E ancora: se questi consigli vi lasciano perplessi, e siete esitanti, e quindi pensate sia meglio andare in montagna, significa che non amate la bellezza del mare.

DECODIFICAZIONE

-Evitate il contatto prolungato con le forze dell’ordine. All’inizio agite da soli e a brevi riprese di 10-15 minuti, ora in una zona ora nell’altra, per aumentare il panico e la confusione. In questo modo , la riuscita è garantita.

-Non agite troppo in massa. E comunque, in caso di pericolo, non urlate. Siete da soli. Nessuno accorrerà in vostro soccorso.

-Agite preferibilmente tra 5:50 e le 7.30. Le forze dell’ordine sono meno presenti, in queste ore. Si raccomanda di adescare le persone più ingenue, vi sarà più facile coinvolgerle nell’azione contro Ceauşescu.

-Di sera, col buio, spaccate le vetrine dei negozi. Le autorità entreranno nel panico e la gente riprenderà coraggio

-Se avete paura, è meglio che rinunciate, altrimenti mettere in pericolo gli altri, i quali sono invece decisi a mettere in atto azioni di commando in città.

Non si tratta di un singulto astorico e dietrologico; Bush e Gorbačëv avevano infatti deciso la fine del regime di Ceauşescu quello stesso dicembre, durante il loro summit di Malta , e il leader della Perestrojka dispose l’opzione del colpo di stato mascherato da insurrezione popolare. La storiografia e la pubblicistica divulgativa hanno consegnato il “middle must” della rivoluzione messa in atto da un popolo stanco e vessato da quasi un 50ennio di soprusi, ma non è e non fu così. Se è vero che i Romeni maltolleravano il regime, è tuttavia altrettanto vero che non ci fu nessuna rivolta di massa, almeno nella capitale e almeno così come la si è voluta e la si vuole presentare (a tutt’oggi, non è stato possibile risalire ai colpevoli che spararono sulla folla a Bucarest ). Fu invece un “golpe” in piena regola, organizzato meticolosamente, prima ( il vademecum pubblicato da “Scanteia Tineretului” ne è una delle prove) , con la compiacenza degli stessi fedelissimi del dittatore (Stanculescu, Milea, Vlad, Dascalescu ed altri) ed il supporto dei servizi segreti britannici, francesi, statunitensi, italiani e, ovviamente, sovietici (in quel 1989, l’afflusso dei cittadini sovietici in Romania con visto turistico, in realtà agenti del KGB, subì un vertiginosa impennata, arrivando ad una crescita del ben 118% rispetto agli anni precedenti).

Per avere successo ed affermarsi sul lungo periodo, una rivoluzione non può mai prescindere dal consenso del popolo (quantomeno di una sua porzione numericamente solida e significativa) ma non si tratta e non si è mai trattato di un gesto integramente spontaneo, come un certo romanticismo mitologico ed etereo vorrebbe bisbigliare ai pori ricezionali dei meno avveduti. C’è sempre una direzione criptica e criptata, una fascio di leve che agiscono in ottemperanza s schematismi ponderati ben definiti e definibili, non di rado addomesticati verso il tornaconto di qualcuno o di qualcosa.

“E io pago”. Le insidie del ventalismo.

L’importanza del finanziamento pubblico a stampa e partiti.

Presente, accettato e consolidato nella maggior parte degli stati, il finanziamento pubblico ai partiti è deve essere considerato un presidio democratico di irrinunciabile importanza e di insuperabile efficacia. Suo scopo è, infatti, quello di garantire l’aspetto ed il ruolo inclusivo e partecipativo della politica, impedendo che la dialettica e la prassi gestionale diventino terreno di caccia e patrimonio esclusivo di “lobbies” e potentati economici, così come avveniva fino al secolo XIXesimo e, in parte, fino alla prima metà del secolo XXesimo. Il dispositivo sta tuttavia diventando il catalizzatore di un un malessere generale e trasversale che parte da altrove, ovvero dall’arroganza miope di una classe politica abbarbicata su anacronistici privilegi da “Ancien Régime ” francese e decisa a non cedere posizioni e ad elargire concessioni sul piano del buongusto e della responsabilità istituzionale. Sta, ancora una volta, alle forze più equipaggiate sul piano della maturità civile, evitare che soggetti meno avveduti manipolino e plasmino il disappunto popolare, facendone un “ must” e un “middle must” da orientare e addomesticare verso soluzioni che danneggerebbero in modo definitivo la partecipazione corale e collettiva.

P.S: L’assunto è trasferibile e sovrapponibile anche sul tema del finanziamento alle testate giornalistiche; se è vero che l’irruzione di internet ha allargato le maglie della comunicazione, consentendo la nascita e lo sviluppo di realtà come il “citizen journalism” e di figure quali i “presumers” , è altrettanto vero che un buon servizio di informazione non potrà, mai ed in nessun caso, prescindere dalla voce economica. Una testata in carenza di fondi non sarà difatti in grado di essere pienamente operativa e funzionale, e questo ne manometterà e limiterà la funzione civica, sociale e culturale propria del giornalismo.

La forza della democrazia

La pubblicistica divulgativa e la saggistica accademica hanno relegato il cosiddetto “Golpe Borghese” ai margini della ricostruzione documentale e del fraseggio politico, incapsulandolo nei contorni di un bislacco rigurgito squadristico presto sfaldatosi per l’insipienza dei suoi organizzatori.

Ma non è così.

Ideato da un militare esperto e privo di scrupoli (l’ufficiale di Marina Junio Valerio Borghese), il “golpe” si presentava estremamente elaborato e ponderato, in ogni dettaglio e sfumatura (era già pronto il discorso che Borghese avrebbe dovuto tenere alla Nazione) e poteva contare sul placet ed il supporto degli Stati Uniti D’America, desiderosi di sbarazzarsi della testa di ponte filo-sovietica in Italia ( tra i punti cardine del piano c’era la messa al bando di qualsiasi partito o movimento di ispirazione comunista). La presenza nel Mediterraneo di alcune unità navali di Mosca, mandò tuttavia a monte la manovra dell’ex ufficiale repubblichino; l’URSS non avrebbe infatti mai tollerato che un Paese importante come l’Italia potesse cadere sotto i tentacoli di un regime dittatoriale di tipo reazionario e totalmente sbilanciato verso Washington, perché questo avrebbe comportato una violazione ed una manomissione degli equilibri nati con gli accordi del 1943. Nixon si vide pertanto costretto a ritirate l’appoggio statunitense al progetto, che si arenò.

Oggi non ci sono più ICBM sovietici pronti a partire dai silos siberiani per “difendere” posizioni, dinamiche e baricentri che (fortunatamente ) appartengono al passato, ma la coscienza democratica, sicuramente più forte ed evoluta rispetto ad allora, la maggiore forza politica della UE e, soprattutto, l’apparato militare della NATO, stroncherebbero qualsiasi tentativo di sabotaggio messo in atto contro la nostra democrazia, anche se l’esperimento golpistico dovesse vedere l’adesione di settori delle forze dell’ordine, dell’Esercito o delle istituzioni politiche.

Jimmy Carter e la Crisi degli ostaggi del 1979.Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.

Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.

Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciò nonostante, è possibile constatare come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come da programma, probabilmente i pur abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan, si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh, da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché i repubblicani erano riusciti ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Il “terrorista” Mandela e l’insipienza prevedibile del razzismo biologico

Il Paese che Frederik Willem de Klerk , uomo coraggioso e politico illuminato, lasciò nelle mani di Nelson Mandela, si presentava come un immenso giardino, nel quale ad una piccola parte degli occupanti era data la possibilità di consumare la quasi totalità dei frutti, facendoli però raccogliere ai veri proprietari, nutriti con le bucce e con i semi di quei frutti, se e quando non cadevano dall’ albero, morendo per coglierli.
Ecco come si snodava la quotidianità, in quel giardino:

“I neri vivono o ai margini delle grandi città (in miniere e fabbriche), o nelle grandi fattorie degli afrikaaners (ognuno dei quali ha dagli 8 ai 16.000 ha): questi operai non percepiscono un salario, ma possono coltivare un pezzo di terra e avere del bestiame per poter vivere. Infine ci sono quelli che vivono nelle riserve.

I neri non possono scegliere il luogo dove vivere, dove lavorare, il tipo di educazione da dare ai figli. Sono soggetti a trasferimenti forzati ogni volta che il governo scopre che nel loro sottosuolo vi sono minerali preziosi (è successo ad es. di recente con il rame). Non hanno diritti e la legge non punisce polizia e militari che commettono reati contro di loro.

La spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri.

La pensione media mensile è di 94 $ per un bianco e 41 $ per un nero.
L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca.

Gli africani vivono in riserve che rappresentano meno del 13% della superficie sudafricana.

Il lavoratore nero abbassa lo sguardo in segno di inferiorità quando incontra un bianco, il quale non vuole sentirsi osservato.

C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero.

I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione.

Nessun genitore può entrare nelle scuole senza il permesso della polizia.

Uno studente che passeggia per strada durante l’orario scolastico può essere imprigionato per due settimane.

Qualsiasi alunno o persona colpevole di gettare sassi, appiccare fuochi o usare altre forme di violenza può essere immediatamente arrestato o ucciso dalla polizia.

Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi.

Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale. Ancora oggi le scuole si attengono al Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente.

L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione (ed è un’istruzione bantu, cioè molto povera, in quanto riservata ai neri.

Più volte il governo ha cercato d’imporre come lingua d’insegnamento l’afrikaans e non l’inglese). Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”.

A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare.

La divisa scolastica dei neri è giacca e pantaloni scuri senza cravatta. Le ragazze portano una gonna blu e una camicia bianca abbottonata fin sotto il mento.

Sui banchi c’è un vocabolario di inglese/afrikaans (lingua dei boeri): la parola “baas”, che in afrikaans significa “padrone”, viene tradotta con “uomo bianco, eroe e uomo intelligente”.

Un tribunale bianco, per mandare a morte 14 persone nere, ha usato come formula il “common purpose”, ovvero la “comune volontà” di aver ucciso un poliziotto collaborazionista nero durante una manifestazione politica (è la cd. “responsabilità indiretta”, che oggi viene invocata dal governo USA per giustiziare coloro che provocano, anche indirettamente, la morte per overdose).

Una donna vedova o abbandonata dal marito o che rifiuta un lavoro sgradito può essere trasferita in un altro posto, anche molto lontano. La legge vieta i matrimoni misti.

Dal 1985 vige lo stato di emergenza.

Non è possibile distinguere tra l’uccisione di una persona per reati “comuni” e per reati “politici”, perché il Sudafrica non riconosce questa seconda categoria.

Il Sudafrica (se si esclude l’Iran su cui non si hanno dati certi) detiene il record del più alto numero di condanne a morte e di esecuzioni del mondo (negli anni 70 in media 79 all’anno; negli anni 80, 119). Oltre a ciò andrebbero conteggiati i decessi che si verificano nelle carceri prima della sentenza”

A questo corteo di abomini morali, vanno aggiunti i massacri, gli strupri e le umiliazioni giornaliere che la maggioranza nera fu costretta a subire, nella più completa impotenza, per quasi 4 secoli.

Questi, i cardini e i perimetri di quel sistema che vede il suo atomo tra il 1652 e il 1657, quando l’olandese Jan van Riebeeck fondò la colonia del Capo, e concretizzatosi in un agghiacciante rivestimento istituzionale dal 1948 al 1993.

Questo, l’irrazionale sistema che la minoranza bianca (9%-10%) aveva imposto, prima per convenienza economica e dopo per paura, agli autoctoni, ovvero al restante 75% della popolazione.

L’ iconoclastismo ideologico (quando non egocentrico) di chi cerca di destrutturare l’immagine comunemente accettata e condivisa di Nelson Mandela, non potrà che apparire quindi immaturo, fragile vulnerabile. Ma ecco perché ed ecco di che cosa si tratta:

-Mandela viene accusato di essere stato un “terrorista”, di aver cioè fatto parte del braccio armato del l’ ANC. E’ vero (o meglio, lo fu per una parte della sua vita), ma la lotta armata, specialmente se e quando volta all’annientamento di un sistema irricevibile come quello imposto dalla comunità anglo-boera in Sud Africa, non è di per sé esecrabile e, spesso, emerge come l’unica strategia possibile ed ipotizzabile verso il raggiungimento di uno status quo formulato sull’emancipazione e la consapevolezza (ampie porzioni di Santa Romana Chiesa ammettono la lotta armata e lo stesso Mahatma Gandhi acconsentì a dotare il suo Paese di un imponente arsenale bellico)

-Mandela avrebbe beneficiato di finanziamenti dalle potenze straniere, USA, GB ed Israele in testa. Premesso come, anche in questo caso, ricevere appoggi o finanziamenti da soggetti altri, esterni e diversi, non sia di per sé condannabile (UQ, PLI, DC, MSI, FI,Lega Nord hanno giovato per anni di iniezioni economiche e di appoggi politici da parte di USA, stato ebraico e Vaticano), le potenze occidentali hanno, invero, sempre favorito e foraggiato il Sud Africa bianco, perché visto come un contraltare all’intraprendenza castrista nel continente africano-

-Mandela sarebbe il responsabile primo del caos e delle divisioni etniche che ammorbano e sconvolgono in Sud Africa, nonché del “genocidio bianco” (fenomeno reale e preoccupante) in atto dal 1994. In realtà, è stata la minoranza bianca, attraverso una gestione nefanda sul piano morale e folle su quello strategico-politico, a creare le condizioni, mattone dopo mattone , per la situazione che sta sperimentando nel suo quotidiano, dal dopo de Klerk ad oggi. Sebbene inaccettabile sotto il profilo etico, il razzismo cosiddetto di “reazione” è una risposta “fisiologica” alla prevaricazione ed alle violenze che una comunità è stata costretta a subire (in storiografia si chiama “Legge del pendolo”)

Una minoritaria (ma rumorosa) porzione del conservatorismo internazionale, si dimostra ancora una volta indefessamente legata ai frame del razzismo classico-biologico, ammanettata ad un passato che non conosce e ad un presente che non riesce a codificare. Per alcuni, è ancora l’elemento biologico a fare l’uomo. Per costoro, autoghettizzatisi al di là della Colored Lines, la “Doccia salutare”, il “Brusca e striglia” e il “Saettino puro sangue meneghino”sono e rimangono il baricentro cognitivo e il sentiero ideologico d’elezione.

Berlusconi e la “via giudiziaria” della persuasione. Dalle Crociate a Sallusti: anatomia della-di una “menzogna”

Individuo esecrabile sotto il profilo morale e criminale seriale, Joseph Goebbels era e si dimostrò tuttavia un abilissimo comunicatore, tra i primi ad intuire l’importanza della reiterazione e della sloganizzazione della menzogna nell’impianto propagandistico moderno (le prime forme di propaganda organizzata si hanno già in epoca romana, con gli “Acta Diurna” , e il ricorso alla falsificazione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa). Se ripetuta, la menzogna tende infatti a sedimentarsi nei tessuti cognitivi, culturali ed emotivi più profondi del bersaglio, fino ad impregnarli ed orientarli.

Dalla condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi, stiamo assistendo alla riproposizione di un refrain, martellante ed uniformante, che vorrebbe l’ex Premier eliminato per “via giudiziaria” e non per via politica, in modo quindi anticonvenzionale e illiberale. Molti esponenti della stessa sinistra si dolgono e rammaricano di quella che , anche ai loro occhi, appare quasi come una sorta di scorciatoia, come se la magistratura italiana fosse in realtà un “gavroche” che ha scippato la democrazia di uno dei suoi fondamenti e non un organismo autonomo che agisce in base ai principi del diritto e dell’equità.

Ecco l’ingresso della “menzogna” nei meccanismi della persuasione, di una menzogna sloganizzata e reiterata, appunto, fino a farsi “verità”. La decisione da parte delle camere di far decadere il Cavaliere, rientra infatti in quella che è la nostra intelaiatura giuridica e normativa; nessun abuso, nessun scorciatoia, nessuna soluzione punitiva “ad personam”, come in tanti altri casi, come per tanti altri casi.