Il perché della rinascita leghista dopo gli scandali. Partito “etico” e partito “identitario”.

bossi-salvini

La rinascita della Lega Nord ha colto di sorpresa quanti, tra analisti ed osservatori, davano il Carroccio per spacciato dopo i crolli elettorali seguiti agli scandali che avevano interessato la classe dirigente bossiana.

A stupire era essenzialmente come un movimento che ha fatto della questione morale uno dei suoi cavalli di battaglia potesse tornare credibile e competitivo dopo aver tradito in modo tanto clamoroso i principi dell’etica politica. Queste analisi non tenevano conto della reale natura della Lega Nord, ovvero quella di partito “identitario” e non “etico”.

La questione morale è infatti sempre astata accessoria e consequenziale alle vere rivendicazioni del Carroccio , legata precipuamente alla fase localista-antimeridionalista ( a voler dimostrare l’insostenibilità della convivenza con il Sud) per poi ridimensionarsi ulteriormente nella transizione verso l’impianto odierno, nazionalista-xenofobo.

L’affermazione e il lancio mediatico di un personaggio carismatico, appartenente ad una nuova generazione dirigenziale e capace di riprendere con efficacia le tematiche del populismo identitario (lotta ai rom, all’immigrazione, ecc), è dunque stata sufficiente a ridare linfa al partito*.

Ben diverso il destino di un soggetto come l’IdV, partito etico che non seppe per questo reggere l’urto delle inchieste giudiziarie e degli scandali (in qualche caso montature mediatiche) che lo travolsero.

 

*Anche per questo, la Lega sembra resistere ai nuovi scandali.

Presepe. Perché il preside di Bergamo ha sbagliato. Come danneggiare l’integrazione.

Impedendo l’allestimento del Presepe natalizio nella sua scuola, il direttore scolastico della “De Amicis” di Bergamo non soltanto ha commesso un duplice errore dal punto di vista concettuale (1: il Presepe è un simbolo che va al di là della sfera prettamente religiosa. 2: l’ostensione dei riti e dellle tipicità di una cultura non è offensiva nei confronti delle altre) ma “alza la palla” alla risposta dei movimenti a carattere populisitico-idenitario, come la Lega Nord.

Decisori ed establishment non sono nuovi a simili atteggiamenti, che segnano un allontanamento dal comune sentire mettendo così a rischio l’integrazione anziché favorirla.

Il no all’indipendenza di Edimburgo: un trauma nel trauma per la Lega Nord.

La debacle dei separatisti nel referendum scozzese rappresenta un trauma culturale, ancor prima che politico, specialmente per la Lega Nord italiana e la galassia di gruppi e micro-gruppi che animano l’universo antiunitario del nostro Settentrione.

Affamati di simbologie e miti da inserire in un pantheon vuoto, i leghisti italiani avevano infatti adottato come loro punto di riferimento, ideale ed assoluto, gli scozzesi; il mito di Sir William Wallace , la loro origine celtica, la collocazione geografica nel Nord Europa, il passato di eroici guerrieri contro la dominazione inglese, l’equivoco che li vuole tuttora legati a tradizionalismi rurali arcaici tra boschi e montagne, avevano fatto dei connazionali di Sean Connery un richiamo immaginifico irresistibile, eccitando un identitarismo machista e primitivo che ha da sempre ammaliato e contraddistinto il Carroccio ed i suoi emuli.

Il fatto, dunque, che proprio loro abbiano preferito alla mitologica “Europa dei popoli” quella di Strasburgo, all’indipendenza la coabitazione con gli ex invasori, alla tradizione una confederazione multietnica che permette agli omosessuali matrimonio e adozione, è per i “celti “ di casa nostra uno shock collettivo dal quale sarà difficile riprendersi

Braveheart è cambiato: usa Facebook e manda i figli al fare l’Erasmus. E magari ha anche una moglie che viene dal Senegal

Ecco perché Paola Taverna e il M5S vorrebbero mandare Matteo Renzi “a lavurar”

Scrive la senatrice pentastellata Paola Taverna sul suo spazio FB:

“Ma vergognati, non hai mai fatto un c…o nella vita e vieni qui a parlarci di scuola pubblica, di cittadini, di attrarre investimenti e che il paese è al tracollo. Ma te che c…o hai fatto fino ad oggi ed ancora non hai detto che farai. Renzi #mavafffffffffff

Il post, apparentemente uno sfogo “naïf” libero da qualsiasi pretesa politica, è in realtà un piccolo saggio di comunicazione populista e, di conseguenza, uno strumento per la lettura dei codici e dei ritualismi propagandistici di forze quali il M5S.

Taverna pone l’accento sul fatto che Renzi (come del resto Grillo) non provenga dal mondo del lavoro, e lo fa in modo forte, diretto, usando il linguaggio dell’ “everyman” (uomo della strada) mediante il ricorso alla parolaccia e ad uno stile informale e scomposto. Popolare, per l’appunto. Il risultato cui mira (consapevolmente) Taverna è e sarà pertanto duplice: da un lato, confezionare un’immagine respingente del nuovo Premier, cercando di farlo apparire come un parassita della politica, un privilegiato che impone ad altri scelte e sacrifici che lui non ha mai dovuto subire, dall’altro, la senatrice a cinque stelle cerca la connessione e l’aggancio con il ventre dell’elettorato, seguendo le stesse liturgie comportamentali dell’uomo qualunque.

Strategia utilizzata nella storia più recente da Berlusconi e dalla Lega Nord e, prima ancora, da qualsiasi forza a carattere populistico-demagogico (PNF, UQ, Partito dei Contadini d’Italia , IDV, ecc), si conferma come un “evergreen” dell’ autopromozione.

Il “terrorista” Mandela e l’insipienza prevedibile del razzismo biologico

Il Paese che Frederik Willem de Klerk , uomo coraggioso e politico illuminato, lasciò nelle mani di Nelson Mandela, si presentava come un immenso giardino, nel quale ad una piccola parte degli occupanti era data la possibilità di consumare la quasi totalità dei frutti, facendoli però raccogliere ai veri proprietari, nutriti con le bucce e con i semi di quei frutti, se e quando non cadevano dall’ albero, morendo per coglierli.
Ecco come si snodava la quotidianità, in quel giardino:

“I neri vivono o ai margini delle grandi città (in miniere e fabbriche), o nelle grandi fattorie degli afrikaaners (ognuno dei quali ha dagli 8 ai 16.000 ha): questi operai non percepiscono un salario, ma possono coltivare un pezzo di terra e avere del bestiame per poter vivere. Infine ci sono quelli che vivono nelle riserve.

I neri non possono scegliere il luogo dove vivere, dove lavorare, il tipo di educazione da dare ai figli. Sono soggetti a trasferimenti forzati ogni volta che il governo scopre che nel loro sottosuolo vi sono minerali preziosi (è successo ad es. di recente con il rame). Non hanno diritti e la legge non punisce polizia e militari che commettono reati contro di loro.

La spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri.

La pensione media mensile è di 94 $ per un bianco e 41 $ per un nero.
L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca.

Gli africani vivono in riserve che rappresentano meno del 13% della superficie sudafricana.

Il lavoratore nero abbassa lo sguardo in segno di inferiorità quando incontra un bianco, il quale non vuole sentirsi osservato.

C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero.

I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione.

Nessun genitore può entrare nelle scuole senza il permesso della polizia.

Uno studente che passeggia per strada durante l’orario scolastico può essere imprigionato per due settimane.

Qualsiasi alunno o persona colpevole di gettare sassi, appiccare fuochi o usare altre forme di violenza può essere immediatamente arrestato o ucciso dalla polizia.

Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi.

Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale. Ancora oggi le scuole si attengono al Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente.

L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione (ed è un’istruzione bantu, cioè molto povera, in quanto riservata ai neri.

Più volte il governo ha cercato d’imporre come lingua d’insegnamento l’afrikaans e non l’inglese). Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”.

A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare.

La divisa scolastica dei neri è giacca e pantaloni scuri senza cravatta. Le ragazze portano una gonna blu e una camicia bianca abbottonata fin sotto il mento.

Sui banchi c’è un vocabolario di inglese/afrikaans (lingua dei boeri): la parola “baas”, che in afrikaans significa “padrone”, viene tradotta con “uomo bianco, eroe e uomo intelligente”.

Un tribunale bianco, per mandare a morte 14 persone nere, ha usato come formula il “common purpose”, ovvero la “comune volontà” di aver ucciso un poliziotto collaborazionista nero durante una manifestazione politica (è la cd. “responsabilità indiretta”, che oggi viene invocata dal governo USA per giustiziare coloro che provocano, anche indirettamente, la morte per overdose).

Una donna vedova o abbandonata dal marito o che rifiuta un lavoro sgradito può essere trasferita in un altro posto, anche molto lontano. La legge vieta i matrimoni misti.

Dal 1985 vige lo stato di emergenza.

Non è possibile distinguere tra l’uccisione di una persona per reati “comuni” e per reati “politici”, perché il Sudafrica non riconosce questa seconda categoria.

Il Sudafrica (se si esclude l’Iran su cui non si hanno dati certi) detiene il record del più alto numero di condanne a morte e di esecuzioni del mondo (negli anni 70 in media 79 all’anno; negli anni 80, 119). Oltre a ciò andrebbero conteggiati i decessi che si verificano nelle carceri prima della sentenza”

A questo corteo di abomini morali, vanno aggiunti i massacri, gli strupri e le umiliazioni giornaliere che la maggioranza nera fu costretta a subire, nella più completa impotenza, per quasi 4 secoli.

Questi, i cardini e i perimetri di quel sistema che vede il suo atomo tra il 1652 e il 1657, quando l’olandese Jan van Riebeeck fondò la colonia del Capo, e concretizzatosi in un agghiacciante rivestimento istituzionale dal 1948 al 1993.

Questo, l’irrazionale sistema che la minoranza bianca (9%-10%) aveva imposto, prima per convenienza economica e dopo per paura, agli autoctoni, ovvero al restante 75% della popolazione.

L’ iconoclastismo ideologico (quando non egocentrico) di chi cerca di destrutturare l’immagine comunemente accettata e condivisa di Nelson Mandela, non potrà che apparire quindi immaturo, fragile vulnerabile. Ma ecco perché ed ecco di che cosa si tratta:

-Mandela viene accusato di essere stato un “terrorista”, di aver cioè fatto parte del braccio armato del l’ ANC. E’ vero (o meglio, lo fu per una parte della sua vita), ma la lotta armata, specialmente se e quando volta all’annientamento di un sistema irricevibile come quello imposto dalla comunità anglo-boera in Sud Africa, non è di per sé esecrabile e, spesso, emerge come l’unica strategia possibile ed ipotizzabile verso il raggiungimento di uno status quo formulato sull’emancipazione e la consapevolezza (ampie porzioni di Santa Romana Chiesa ammettono la lotta armata e lo stesso Mahatma Gandhi acconsentì a dotare il suo Paese di un imponente arsenale bellico)

-Mandela avrebbe beneficiato di finanziamenti dalle potenze straniere, USA, GB ed Israele in testa. Premesso come, anche in questo caso, ricevere appoggi o finanziamenti da soggetti altri, esterni e diversi, non sia di per sé condannabile (UQ, PLI, DC, MSI, FI,Lega Nord hanno giovato per anni di iniezioni economiche e di appoggi politici da parte di USA, stato ebraico e Vaticano), le potenze occidentali hanno, invero, sempre favorito e foraggiato il Sud Africa bianco, perché visto come un contraltare all’intraprendenza castrista nel continente africano-

-Mandela sarebbe il responsabile primo del caos e delle divisioni etniche che ammorbano e sconvolgono in Sud Africa, nonché del “genocidio bianco” (fenomeno reale e preoccupante) in atto dal 1994. In realtà, è stata la minoranza bianca, attraverso una gestione nefanda sul piano morale e folle su quello strategico-politico, a creare le condizioni, mattone dopo mattone , per la situazione che sta sperimentando nel suo quotidiano, dal dopo de Klerk ad oggi. Sebbene inaccettabile sotto il profilo etico, il razzismo cosiddetto di “reazione” è una risposta “fisiologica” alla prevaricazione ed alle violenze che una comunità è stata costretta a subire (in storiografia si chiama “Legge del pendolo”)

Una minoritaria (ma rumorosa) porzione del conservatorismo internazionale, si dimostra ancora una volta indefessamente legata ai frame del razzismo classico-biologico, ammanettata ad un passato che non conosce e ad un presente che non riesce a codificare. Per alcuni, è ancora l’elemento biologico a fare l’uomo. Per costoro, autoghettizzatisi al di là della Colored Lines, la “Doccia salutare”, il “Brusca e striglia” e il “Saettino puro sangue meneghino”sono e rimangono il baricentro cognitivo e il sentiero ideologico d’elezione.

Telecom e il populismo..telefonato.

Compito di un’azienda privata non è farsi portatrice dei colori nazionali; per quello c’è la squadra olimpica di scherma. Compito di un’azienda privata è, se vogliamo fare capolino nel terreno della semplificazione, quello di “funzionare”. Questo si traduce in competitività, qualità del prodotto, buoni dividendi per il comparto azionario e, per ciò che interessa agli italiani nel caso Telecom, salvaguardia dell’occupazione del personale dipendente. Coloro i quali adesso si stracciano le vesti dinanzi alla vendita a Telecinco parlando di orgoglio nazionale ferito, sono, in buona parte, gli stessi che per anni hanno protestato contro gli aiuti di stato resisi necessari per evitare il tracollo o la svendita agli stranieri della FIAT (salvo poi sostenere chi ha buttato al vento miliardi di euro nella boutade propagandistica a tutela, temporanea, dell’italianità di Alitalia). Ma soprattutto, sono, in buona parte, gli stessi che hanno consentito ad una forza politica dichiaratamente secessionista e i cui leader proclamavano ( e proclamano) con orgoglio il proposito di volersi mondare l’orifizio anale con il vessillo nazionale, di occupare i vertici dello stato, portando avanti un’opera, subdola e costante, di erosione della cultura e della coscienza collettiva. Questo è offendere la dignità del proprio Paese.

La destra, la Lega e i valori (s)venduti. ne valeva la pena?

La saldatura del coperchio della bara che queste elezioni amministrative hanno rappresentato per la Lega Nord, non può che indurmi a rivolgere alcune domande agli ex MSI-AN (ma non solo): valeva la pena violentare, tradire, offendere, rigettare, insozzare, sabotare un passato di lotte a difesa del sentimento patrio, dei valori unitari, del portato risorgimentale, per blandire una micro-fazione grottescamente balcanizzata, priva di identità storica e, per questo, destinata a sfaldarsi nel volgere di una manciata di anni? (come poi è accaduto). Valeva la pena imbastire improbabili revisionismi storiografici (l’800 europeo è maledettamente complesso), cedere terreno su valori per i quali tanti ragazzi del FUAN dettero la vita, nelle piazze, in segno di sottomissione verso teppaglia urlante povera di qualsiasi nozione sull’eredità dei loro, dei nostri padri? Valeva la pena prestare il fianco, con un imbarazzato silenzio imposto da un plutocrate intenzionato soltanto alla difesa del proprio interesse particolare, agli insulti a buon mercato verso la capitale del Paese, verso il midollo spinale e la bussola del nostro cammino pentamillenario? Valeva la pena mettere sulla bilancia della propria dignità un piatto di lenticchie e una forchettata di matriciana da infilare nel gargarozzo macilento di un finto medico improvvisatosi politico e ideologo? Valeva la pena negoziare la propria essenza prima, barattarla per la spinta(rella) propulsiva di quella manciata di voti proveniente da un gruppuscolo di borghi al di là del Po? Valeva la pena vendere i ragazzi del ’99 ad una cricca di bifolchi addobbati da vichinghi? Io non credo.

Caso Maro’: elogio controcorrente del governo

Quali che fossero i termini che articolavano il “secret deal” tra Italia e India in merito all’ affaire Marò, il lavoro del nostro Governo si era dimostrato, ancora una volta, eccellente. L’obiettivo di riportare a casa i due militari era stato pienamente centrato, mentre sulla sponda opposta, il premier indiano non aveva fatto i conti con la propria opposizione interna (socialdemocrat­ica ma non antinazionale, a differenza dei nostri “liberal” cresciuti alle Feste dell’Unità) e con la virulenta pressione della stampa. Una svista non di poco conto, tanto da costringere Nuova Dehli ad una brusca inversione di rotta tradottasi nel ricatto di far saltare affari e commesse a ben 400 aziende italiane. Il Governo Monti si è quindi trovato a dover scegliere tra l’interesse di migliaia di nostri imprenditori e lavoratori (e su entrate per miliardi di euro) ed un principio che si presentava con il volto del nazionalismo più puerile, obsoleto e pancista. Come buonsenso detta, ha optato per la prima soluzione. Solo un osservatore molto ingenuo o del tutto contaminato dal furor ideologicus potrebbe ignorare l’esistenza di un nuovo “patto” tra noi e gli Indiani, in modo da rendere salva la vita (e la libertà) ai due fucilieri non appena placatasi la tempesta e da permettere a Nuova Dehli di salvare, com’è giusto che sia, la faccia. Molti si chiedono che cosa avrebbe fatto Berlusconi, qualora si fosse trovato al posto di Terzi e di Monti; la stessa cosa, giacché altro non era possibile né sensato fare. Una postilla: chi blatera di dignità nazionale violata ed offesa, dov’era quando la Lega Nord per l’indipendenza della Padania diceva di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore? Faceva spallucce e minimizzava, e questo per squallido calcolo elettorale. Nazionalismo a targhe alterne? No, grazie. P.s: Chico Forti è ancora rinchiuso in un carcere federale della Florida. In questo momento sta contando le ore in un buco di 2 metri per due.

Populismo latino e Unione Europea

Se si osserva la storia dei paesi latini, dal Centro-Sud America alla Romania, noteremo come ad unirne i percorsi vi sia un comune denominatore, una costante distintiva: il populismo. Assumiamo l’esempio sudamericano (porzione continentale abitata prevalentemente da ispanici ed italiani); è qui che il populismo storicamente nasce e vede il suo sviluppo più ampio ed articolato. Dai coniugi Peròn, a Batista, a Stroessner, a Pinochet, a Menem (tutti ancora amatissimi), passando a Lula, Mujica e Chavez, mutano i cromatismi politici ma non l’architettura ideologica e propagandistica sostanziale. Stessa cosa per l’Europa (con la sola eccezione della Spagna post-franchista); nell’Italia unitaria, il populismo presenta un corredo di esempi estremamente vasto e variegato, con De Pretis, Crispi e Giolitti nel secolo 19esimo per poi esprimersi nella sua manifestazione più eclatante tramite Mussolini, Giannini e, in tempi più recenti, con la Lega Nord, Berlusconi e Grillo (si potrà parlare di mutazione teratologica del populismo, che diventa “populismo mediatico”). Purtroppo, questa traiettoria conosce ben poche inversioni di tendenza, e raro, rarissimo, è il punto di rottura. Le urne infatti consegnano sempre uomini e programmi smaccatamente volti e improntati al consenso, privi di una visione lunga e focalizzati sulle passioni del momento (il rottamatore Renzi è paradigma ideale di questo genere di mentalità e strategia). Il leader all’occidentale, per usare una formula di agevole comprensione, viene tacciato di inconsistenza e le sue proposte percepite come punitive, elitarie e pertanto cestinate. Va detto che la comunità latina europea ha invero un vantaggio, rispetto a quella sudamericana: la UE. Il mio auspicio è quello che l’Unione aumenti sempre di più il proprio controllo sui singoli stati, così che il timone rappresentato dalle grandi democrazie di tipo anglosassone possa dirigere anche la nostra sgangherata barca. In gioco c’è molto più di quanto la sterile propaganda identitaria pancista (smemorata sulle incursioni antiunitarie delle Lega) voglia far credere. Non dimentichiamoci di Adenauer. Io me lo tengo ben stretto.