La farsa del referendum veneto e l’eredità risorgimentale del Leone

 

ImmagineIl “referendum” per l’autodeterminazione della Regione Veneto è, in realtà, una consultazione sondaggistica on line gestita da un blog privato (plebiscito.eu) i cui responsabili sono posizionati all’interno di un’ area politico-ideologica ben definita e definibile (quella leghista). Chiunque (non solo i veneti) può essere ammesso alla consultazione, chiunque può votare più di una volta, chiunque può modificare le proprie generalità (per mostrare la debolezza dell’iniziativa, un utente si è registrato come “Pippo Calippo” nato a Sinferopoli ) e non v’è controllo di alcun tipo sui risultati.

Nessuna legittimità, quindi, non soltanto dal diritto ma anche ed in special modo dalla logica e dal buonsenso. Del tutto apodittico, inoltre, pensare che il malessere caratterizzante alcuni segmenti della comunità veneta debba, “dictum factum”, tradursi in una progettualità di tipo separatistico.

Una nota storica: il Veneto dette un contributo decisivo ai processi risorgimentali (1848, 1849, 1859) ed una fetta rilevante dei garibaldini (specialmente a Bezzecca) proveniva da quella regione.

La lezione di umiltà di Jurij Alekseevič Gagarin

Durante il viaggio in pullman che lo avrebbe condotto al Cosmodromo di Bajkonur (la “Città delle Stelle”) dal quale sarebbe stato poi lanciato nello spazio a bordo della navicella Vostok 1, l’allora Maggiore dell’ Aviazione Miltare Sovietica Jurij Alekseevič Gagarin (il “Cosmonauta 1”) guardava il suo vice ed eventuale sostituto, il Maggiore German Stepanovič Titov (il “Cosmonauta 2”) con invidia ed ammirazione, pensando che le autorità del loro Paese avessero deciso di non utilizzarlo per quel primo, rudimentale lancio, con l’intento di tenerlo in serbo per altre e più importanti missioni. Uomo di scienza ed abilissimo polita, la testimonianza ne evidenzia anche la straordinaria statura morale ed umana, fornendo, in ultima analisi, anche un esempio di vita.

“Vedevo Titov di profilo e non potevo impedirmi di ammirare i tratti regolari del duo volto intelligente, la fronte spaziosa sulla quale ricadeva un ciuffo di capelli castani. Allenato come me, era certamente in grado di affrontare prove ben più difficili. Di qui m’ero convinto che i nostri dirigenti, avendo scelto me per il primo volo, volevano tenerlo in serbo per un’altra e più complessa missione”.

Il Maggiore Titov sarebbe stato inviato in orbita pochi mesi dopo, il 6 agosto 1961, a bordo della Vostok 2. Con i suoi 25 anni appena compiuti, Titov è l’essere umano più giovane mai impiegato in una missione spaziale. Ps. Un inciso a carattere “preventivo”: stando alle acquisizioni attuali, la teoria dei “Cosmonauti fantasma” (i comsonauti pre-Gagarin morti nello spazio nel corso di missioni segrete) è cestinabile al pari del “Moon Hoax”.

Il giornalismo americano cane da guardia della democrazia?Breve panoramica di un falso storico

Esiste, anche in ambito giornalistico, la convinzione secondo cui la stampa americana sia un faro ed una stella polare, un esempio al quale rifarsi e da seguire affinhé il cronista sia o torni ad essere un “watchdog” (cane da guardia) e non un barboncino da salotto confortato dalle carezze di questo o di quel potente. Si tratta, ad ogni modo e a ben vedere, di un “must” scollato dalla testimonianza storica e documentale, alimentato, essenzialmente, dal concorso sinergico di tre fattori:

1) la continuità democratica del mondo anglosassone

2) la vittoria nella I e II guerra Mondiale e la collocazione in antitesi al blocco comunista

3) il potere derivante dalla grande distribuzione commerciale di cui, soprattutto il cinema stars&stripes, può godere.

Redazioni cariche di reporter d’assalto alla Hoffman e Redford con le maniche tirate su, la cravatta allentata e pronti a dare la caccia a questo od a quel procuratore, a questo od a quel potente, sono un’affascinante elaborazione filmica e televisiva, una dilatazione, in senso agiografico e mitologico, di un mondo ben diverso e più complesso.

Entrando più nel dettaglio, potremmo suddividere la storia del giornalismo americano in 4 fasi: quella dei pionieri ( “muckrackers” e “penny press”), la nascita della propaganda, la Sidle Commission e l’ informazione “embedded ”, l’ ingresso dei grandi gruppi commericiali nelle redazioni e l’ “infotainment”.

I Pionieri: a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sorse negli Stati Uniti la categoria dei cosiddetti “muckrackers ” (“spalaletame”, da una definizione di Theodore Roosevelt), una pattuglia di cronisti che si occupava delle inchieste contro i grandi trust delle ferrovie, della borsa, dell’edilizia o, ancora, della condizione dei minori, delle donne , degli afroamericani e delle minoranze in genere. A questi coraggiosi narratori della verità, (Lincoln Steffens, William Shepherd, William Hard, Jacob Riis, per citarne soltanto alcuni), si aggiunsero editori come Joseph Pulizer o William Randolph Hearst, capaci di sfruttare le enormi potenzialità che invenzioni come il telegrafo potevano offrire alla stampa, in termini di numero di copie, qualità dell’impaginazione e taglio dei costi (fu in questo periodo che vide la luce la leggendaria “penny press”, la stampa d un centesimo)

Nascita della propaganda: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Inoltre, nel 1918 il Congresso votò il “Sedition Act”, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Questi elementi (la rinascita e l’istituzionalizzazione della propaganda e l’ irregimentazione dell’informazione secondo i dispositivi legislativi), contribuirono alla fine del giornalismo d’assalto americano. Sconvolto da una simile manomissione dell’impianto democratico, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Ingresso delle grandi corporations nei media : nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti) senza badare alla qualità del prodotto. Da quel momento sarà, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. P.s: inoltre, questi grandi gruppi non possono permettersi un atteggiamento ostile verso il potere. Da qui il bisogno di limitare l’azione delle redazioni poste sotto il loro controllo.

Sidle Commission ed informazione “embedded”: dopo le disastrosa esperienza in Indocina e Grenada, il governo americano decise di dare vita ad un nuovo organismo di controllo che, in tempo di guerra , impedisse ai giornalisti di fare libera e critica informazione, così come avvenuto nelle fasi finali del conflitto con il regime di Hanoi e durante il blitz reaganiano contro lo stato caraibico (Operazione Urgent Fury). Fu allora che venne concepita la Sidle Commission (dal nome di uno dei suoi promotori, il generale Winant Sidle), un soggetto creato non per censurare la stampa di guerra bensì per legarla al potere, disinnescandone il potenziale, quindi, ma senza danneggiare l’immagine delle istituzioni facendole passare per illiberali. Nacque e si sviluppò quindi quella che il Senatore William Fulbright definì “la militarizzazione dell’informazione”; erano i vertici militari a fornire informazioni alla stampa ed a consentirle di seguire le truppe. In questo modo, gli inviati diventavano dipendenti dalle loro fonti (nel caso di specie governo ed esercito) e tra esse incastonati, “embedded ”, per l’appunto, sviluppando un rapporto fideistico che ne avrebbe azzoppato la libertà di movimenti e narrazione.

Una breve ricognizione sulla storia della stampa a stelle strisce, dimostrerà che, Watergate a parte (l’inchiesta ebbe comunque il suo principale motore negli apparato investigativi federali), i cronisti americani non hanno mai cercato di forzare le serrature dei tanti armadi contenenti gli scheletri nascosti dal loro Paese, a partire dagli omicidi dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King, di Malcom X, dalla corruzione nelle realtà locali (specialmente a sud della Mason Dixon Line) , allo strapotere delle multinazionali, a progetti come l’MK Ultra, alle torture dei prigionieri nelle zone di guerra, agli errori giudiziari, ecc. ecc. A questo proposito è utile ricordare il totale appiattimento sull’ondata di revanscismo sciovinista seguito all’11 settembre e alle decisioni dell’amministrazione Bush o, ancora, il silenzio assordante sulla contestata elezione dell’ex Governatore del Texas, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente). In quel frangente, il tanto decantato giornalismo americano insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

Non un “watchdog”, quindi, ma una colonna e un diffusore della “pluralistic ignorance”.

Appunti di storia – La Previdenza sociale tra mito e realtà.Ecco perché la pensione non è un “dono” del Fascismo

pensionati

Il primo atomo di previdenza sociale si sviluppò nel nostro Paese nel 1864, quando agli impiegati civili dello Stato fu concessa la pensione. Il 1898 vide invece la fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, un’assicurazione volontaria integrata da una quota libera dello Stato e degli imprenditori (Governo di Rudinì IV) . Nel 1919 l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia divenne obbligatoria (Governo Nitti II). Nel 1957 fu istituita l’assicurazione obbligatoria per contadini, mezzadri e coloni. Due anni dopo, l’ assicurazione venne estesa agli artigiani e , nel 1969, ai commercianti. Nel 1963 vide inoltre la luce la mutualità pensioni a vantaggio delle casalinghe (a carattere volontario) mentre la “pensione sociale”, fiore all’occhiello del welfare nazionale, arriverà nel 1969.

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

Separiamoci! Anzi, forse no. Perché Beppe Grillo gioca a fare Gianfranco Miglio

bossi grillo

Intento di Beppe Grillo con il suo ultimo intervento non era quello di
vibrare un attacco ideologico o storico al portato risorgimentale né di
rivalutare l’esperienza delle comunità statali preunitarie (si tratta di
un intreccio di fenomeni oltremodo complessi di cui, probabilmente,
l’ex comico non ha nemmeno una cognizione definita, definibile e
spendibile).

Nessun singulto separatista, quindi, nessun
afflato verso questa o quella opzione centrifuga, bensì una strategia di
marketing, ancora una volta ed ancor di più se e perché in prossimità
delle consultazioni europee. Politico atipico alla guida di un movimento
atipico, Grillo sa di non poter far affidamento sull’elettorato
“tradizionale”, da sempre ed ormai terreno di caccia delle tre grandi
compartimentazioni ideologiche, ed allora cerca il suo “Fattore K” nei
sottoboschi, comunità ibride a metà tra l’inerzia scontenta e la
partecipazione, quasi sempre piccoli segmenti se presi singolarmente ma
numerosi e potenzialmente decisivi se riuniti e sommati, aggregazioni
che vanno dai teorici del complotto agli ultranimalisti agli
ultarambientalisti ai separatisti, per l’appunto. E’ a questo universo
vasto e variegato, riempito di tutto e del suo contrario e spesso
sprovvisto di una rappresentanza politica, che il leader pentastellato e
i suoi “strategists” cercano di dar voce. Ecco il motivo del forsennato
ecumenismo inclusivo del Movimento, che si riflette anche nella bulimia
cromatica del suo simbolo. Ecco il motivo delle incursioni su Stamina e
“Fracking”, ecco il motivo delle interrogazioni sulle scie chimiche e
degli interventi sull’esistenza delle Sirene, ecco il motivo delle
battaglie contro la TAV , ecco il motivo dell’ammiccamento quando a
Pertini e quando al Ventennio, ecco il motivo dell’appeal su estremisti
di destra come di sinistra. Ed ecco il motivo della presenza nel M5S di
ex leghisti come di neoborbonici.

Le elezioni europee sono alle
porte, dicevamo, e l’istrione di Genova cerca di drenare voti ad un
partito ormai alla fine della sua parabola storica (la lega Nord) e di
sedurre i grandi blocchi dell’ improbabile e bizzarro scontento
revanscista (sardi, siculi, valdostani).

Im Westen nichts Neues

Importanza storica ed imperativo etico del Concordato e dell’ Accordo di Villa Madama

Imperfetto, obsoleto e senza dubbio da riformare, il Concordato del 1929 tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede intervenne tuttavia a ricomporre una frattura sessantennale, potenzialmente pericolosa per la stessa integrità nazionale italiana, venutasi a creare con la presa di Roma nel 1870.

Entità sovrana e riconosciuta dalla comunità internazionale fin dal 787 dopo le vittorie di Pipino il Breve e di Carlo Magno contro i Longobardi ma “de facto” già presente sulla scena storica tra i secoli IV e VI, lo Stato della Chiesa aveva quindi sulle spalle oltre un millennio di vita quando fu attaccato, invaso ed annesso da un Regno neonato (una soluzione di questo genere collocata nel presente scatenerebbe la reazione armata del mondo democratico) che lo spogliò delle sue prerogative legittime e consolidate.

Chi, in special moda a sinistra, parla di “invasione” in riferimento alla guerra contro il Regno delle Due Sicilie (dimenticando la tradizione risorgimentalista del PCI), cambia invece traiettoria logica e “modus cogitandi” quando l’analisi sosta sul 1870; si tratta di un doppiopesismo che trova origine e spiegazione nella partigianeria ideologica più immatura (in questo caso sotto forma di anticlericalismo).

Chi scrive è un risorgimentalista ed un sostenitore di Giovanni Lanza, ma prima di tutto un tecnico ed un tecnico imparziale (mi sia perdonata l’immodestia)

“Affaire” Crimea.Le ragioni di Vladimir Putin

Abitata fin dal I millennio A.C dai Cimmeri e successivamente contesa, occupata e dominata da Greci, Romani, Tauri, Bizantini, Genovesi, Ottomani e Tatari, la Crimea passò nel XVII secolo in via definitiva sotto la sfera d’influenza russa, quando fu conquistata da Pietro il Grande che vi pose come suo luogotenente il principe Potëmkin , il quale dette vita ad una massiccia campagna di russificazione della penisola.

Proclamata repubblica autonoma all’interno dell’URSS, la Crimea fu donata nel 1954 da Nikita Sergeevič Chruščëv , ucraino, all’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, dando vita a quell’interminabile contesa tra russi ed ucraini tornata ad acuirsi in questi ultimi giorni. Etnicamente, culturalmente e storicamente appartenente a Mosca, i Russi maltollerarono vieppiù il “regalo” di Chruščëv a Kiev perché letto ed interpretato (a ragion veduta) come una violazione di quel principio di equidistanza ed imparzialità che il potere centrale avrebbe dovuto applicare, in nome del dettato leninano, nei confronti di tutti i segmenti etnici e statali dell’ Unione.

E’ opportuno e necessario che il disappunto verso il Presidente della Federazione Russa per la sua rigidità nei confronti della comunità LGBT o, ancora, verso il dissenso interno, non faccia prevalere la componente più emotiva e manichea nell’analisi della complessa situazione che caratterizza l’ “affaire” crimeo e, più in generale, i rapporti tra Mosca e Kiev. Se qualsiasi  tentativo militare diretto teso a riportare la Crimea entro i confini russi parrebbe senza tema di smentita censurabile ed inaccettabile, non vanno tuttavia derubricate le esigenze e le aspirazioni di un popolo che, a maggioranza, vuole tornare sotto la bandiera che riconosce come propria e che ne rappresenta la storia, la cultura e l’essenza

Appunti di storia – La banda Vardarelli.Quando il Regno Delle Due Sicilie tradiva e sterminava i briganti

Fenomeno conosciuto già in epoca romana, diffuso e distribuito in tutta la penisola e con connotazioni prevalentemente e peculiarmente criminali e criminogene, il brigantaggio fu malaccetto e combattuto con fermezza e vigore dallo stesso Regno delle Due Sicilie, che persino durante la guerra contro i francesi, prima, e contro le truppe unitarie, poi, scelse di appoggiarsi a squadre di mercenari provenienti dall’estero, non fidandosi delle compagini brigantesche. La storia del vile tradimento compiuto dalle autorità napoletane ai danni della fedele banda Vardarelli ne è la prova e la dimostrazione.

Briganti

Carbonari, perseguitati da Murat come da Ferdinando, i tre fratelli abruzzesi Vardarelli (guidati da Gaetano) decisero di darsi alla macchia come briganti, credendo di non trovare altra via d’uscita per il loro avvenire. Alla testa di decine e decine di uomini, compivano la maggior parte delle loro azioni in Puglia, in special modo nel “Vallo di Bovino”, un corridoio lungo e stretto tra le montagne che consentiva ai fuorilegge azioni rapide e sicure, al riparo dalla particolare morfologia di quel territorio, fatto di vette inaccessibili, impenetrabile vegetazione ed ampi fossati. Patrioti, desiderosi di servire i Borbone nonostante l’ostracismo del Re, i Vardarelli riuscirono alla fine ad ottenere un accordo dal governo di Napoli, che si impegnava a cessare ogni ostilità con loro e, addirittura, ad inquadrarli all’interno di una milizia regolare. Questi, i termini del patto:

“In nome della Santissima Trinità, il trattato seguente è stato scritto, giurato e firmato:

Art 1. Sarà concesso perdono ed oblio ai misfatti dei Vardarelli e suoi seguaci.

Art 2. La comitiva sarà mutata in squadriglia di armigeri

Art 3. Lo stipendio del capo Gaetano Vanardelli sarà di ducati novanta al mese, di ognuno dei tre sottocapi di ducati quarantacinque, di ogni armigero di ducati trenta. Sarà pagato anticipatamente ogni mese,.

Art 4. La suddetta squadriglia giurerà fedeltà al re, in mano di regio commissario; quindi obbedirà ai generali che comandano nelle province, e sarà destinata a perseguitare i pubblici malfattori in qualunque parte del regno”

Un documento in piena regola, dunque, nel quale il Re e le autorità duosiciliane si impegnavano con la banda, ponendo sul tavolo delle trattative la credibilità e l’onorabilità dello Stato. Tuttavia, ben diverse erano le intenzioni del sovrano, deciso a distruggere i Vardarelli approfittando della fiducia che essi ormai riponevano nelle istituzioni. Sapendo che i tre fratelli solevano frequentare il villaggio molisano di Ururi, il Governo pagò allora alcuni degli abitanti del borgo perché tendessero una trappola alla banda, che fu decimata al termine di un’imboscata tesa nel cuore della notte (uno degli assalitori squarciò la ferita di Gaetano Vardarelli , frugò tra le sue interiora, le tirò fuori e imbrattandosene il viso iniziò a gridare: “la macchia è lavata!”, giacché l’ucciso aveva violentato sua sorella). Rimanevano però ancora 48 briganti, e giocando nuovamente d’astuzia, il Governo si finse sdegnato per la strage; il Generale borbonico Amato, che comandava nelle Puglie, mandò un distaccamento dai superstiti per tranquillizzarli, promise loro che si sarebbe istituito un processo per punire gli assassini ed invitò i due fratelli Vardarelli scampati al massacro a nominare nuovi capi ed a recarsi a Foggia per essere riconosciuti dalle autorità. Soltanto in nove decisero di non fidarsi della proposta, rimanendo nelle montagne, mentre il resto della compagine accettò l’invito. Era un giorno di festa, a Foggia, e i briganti furono accolti con tutti gli onori e passati in rassegna dal Generale in persona. La pantomima durò all’incirca un’ora, finché Amato non gettò a terra il suo copricapo. Era il segnale. Le forze napoletane comparvero da ogni angolo della città, facendo strage della banda. Soltanto in 17 sopravvissero, ma furono processati e condannati a morte. Regio Procuratore nel processo fu, per ironia della sorte, un ex sodale dei Vardarelli , tale D’Alessandro, che aveva tradito i vecchi compagni in cambio della vita.

Appunti di storia – L’operaio tedesco August Landmesser rifiuta di eseguire il saluto nazista. 1936.

Membro del partito dal 1931 al 1935, Landmesser rigettò gli ideali hitleriani dopo il matrimonio con Irma Eckler, una ragazza ebrea dalla quale ebbe due figlie. Arrestato, processato come “traditore della razza” e condannato ai lavori forzati, fu successivamente rilasciato per essere catapultato al fronte, dove morì nel 1944. Un destino altrettanto sfortunato toccò ad Irma Eckler, rinchiusa in un campo di concentramento e sottoposta ad eutanasia.

Landmesser

La foto fu scattata nel porto di Amburgo, dove Landmesser lavorava, in occasione del varo della nave-scuola “Horst Wessel”.

Uno dei pochi ad opporsi pubblicamente al Reich, insieme a Claus Schenk von Stauffenberg ed al campione europeo e mondiale dei Pesi Massimi Maximillian “Max” Adolph Otto Siegfried Schmeling